UNIVERSITA' DI VENEZIA - Corso di Laurea magistrale in Storia dal Medioevo all’Età Contemporanea - Tesi di Laurea

L’Esercito veneziano e la difesa di Candia 1645-1669 - Il costo di una vittoria mancata

Relatore Ch. Prof. Luciano Pezzolo

Laureando Roberto Vaccher

 

 

3.2) Le milizie

 

 

L’esercito veneziano, che in tempo di pace si stabilizzava su una cifra vicina ai 9.000 regolari, distribuiti tra la terraferma e i vari possedimenti in Levante, poteva raggiungere in caso di guerra le 30.000 unità. La maggior parte di questi effettivi, se non la quasi totalità, giungevano a Venezia via terra per essere poi dispiegati dove necessario. A queste forze andavano aggiunte le cernide, od ordinanze. Si trattava di reparti di milizie territoriali formate dai sudditi dei vari domini della Serenissima.

 

 

Le cernide percepivano uno stipendio solo se chiamate a combattere, ma godevano di sgravi fiscali non indifferenti e tali da costituire una seria attrattiva. Questi reparti erano ovviamente molto disomogenei per addestramento, efficienza e spirito combattivo. La forza di queste compagini era il loro numero che assommando sulla carta a circa 20.000 uomini in terraferma e altri 18.000 in Levante, (60) poteva costituire un valido supporto ai reparti regolari.

 

 

Spesso sottovalutate le ordinanze furono quasi sempre massicciamente mobilitate in momenti di tensione e utilizzate in guerra. Per la loro natura avevano normalmente compiti difensivi, ma non è raro riscontrare tra di esse percentuali di diserzione inferiori a quelle dei soldati pagati. Nell’isola di Candia lo stato veneziano si aspettava di poter levare, stando ai ruoli, tra le 8-10.000 cernide.

 

 

Di questi la parte più consistente, circa i due terzi, proveniva dalle campagne mentre la parte restante dalle città. Nel 1645, quando venti di guerra spiravano sull’isola, il provveditore Andrea Corner rassegnò a più riprese le cernide cercando di riordinarle e di regolare i loro ruoli, eliminando i soggetti non adatti. Il 6 aprile dopo aver visitato la fortezza di Rettimo fece aumentare le cernide di questa città da 800 a 1400 uomini e le fece armare, pur consapevole che «riguardo della loro povertà et inesperienza sono tutti in mal stato con poca speranza di buona riuscita» (61).

 

 

Verso fine maggio, probabilmente resosi conto del pessimo stato di queste milizie, decise di far selezionare gli elementi migliori e più affidabili per inserirli in una specie di formazione scelta da poter far entrare velocemente nei centri principali per difenderli in caso di bisogno. (62)  

 

 

Alla prova dei fatti vediamo che all’assedio della Canea non furono più di 500 le cernide che combatterono sui bastioni di quella piazza, mentre a Rettimo nel 1646 vi erano rimasti solo due colonnelli con otto compagnie, quattro ciascuno, per un totale di 900 fanti. E’ pur vero che molti altri erano stati mandati a combattere sopra la flotta, principalmente come rematori. (63)

 

 

Ancora nel 1664 a Candia si contano 500 fanti delle cernide di cui però solo 300 provengono da questa città e gli altri sono superstiti della Canea e di Rettimo. (64)  La resa di questi reparti fu molto altalenante e sempre deludente quando furono utilizzati in campo aperto. Nel 1645, nel tentativo di inviare soccorsi alla Canea assediata si mise insieme un corpo di soccorso formato sia da regolari che da miliziani. Lungo la marcia di avvicinamento i 500 miliziani, che facevano parte della retroguardia, scambiarono i soldati dell’avanguardia, fermi ad aspettarli, per Turchi e dopo aver sparato una salva si diedero alla fuga compromettendo tutta l’operazione.

 

 

Nel 1656, Francesco Morosini, scriveva a proposito delle cernide, che non percepivano né stipendio né razioni, perché non venivano impiegate, mentre gli stipendiati erano così inaffidabili che «per la poca loro esperienza non sono habili al servitio solamente conseguiscono grossi stipendi». Sarebbe stato meglio, dal suo punto di vista, «valersi delle cernide concedendogli i soldi e la ratione del pane nel modo appunto che si pratica con li greci feudati». (65)

 

 

Oltre alle cernide a Creta era stata organizzata anche una leva di rematori per poter armare le galee della guardia di Candia. L’obbiettivo teorico era di quaranta imbarcazioni di questo tipo, ma sembra che gli arsenali dell’isola non abbiano mai ospitato un tale numero di scafi.

 

 

A Creta, Venezia, manteneva un contingente composto da compagnie di stipendiati, provenienti in buona parte dalle regioni dell’Italia centrale, che ammontavano a circa 4.000 uomini. Vi erano anche truppe arruolate all’estero anche se erano ritenute più utili in combattimento che non nelle guarnigioni. Infatti, le guarnigioni delle fortezze di Creta, ad eccezione di Candia, saranno difese solo da compagnie di nazione italiana. (66)

 

 

Il complesso delle fanterie pagate sull’isola avrebbe dovuto fornire il nerbo principale ma, per rendere possibile una qualche difesa, a questi si sarebbero dovute aggiungere le milizie dell’isola. Considerando che la popolazione totale dell’isola si attestava sulle 220.000 anime il presidio poteva contare su un soldato ogni 55 abitanti, senza contare le cernide. E’ un rapporto molto alto se comparato con quello della terraferma veneta che verso la fine del 1500 era attorno ai 580 abitanti per ogni soldato. (67)

 

 

Quando si affrontano calcoli di questo tipo è bene tenere presente che il numero dei soldati effettivamente in servizio poteva variare di molto, rispetto a quelli indicati nei ruoli. Spesse volte i capitani non annunciavano la morte dei loro sottoposti per continuare ad intascarne la razione di pane e lo stipendio. Comunque, allo scoppio delle ostilità, il presidio si dimostrò troppo esiguo e sparpagliato sull’isola per offrire una seria resistenza all’invasore. Non vi erano soldati sufficienti per opporsi al nemico in campo aperto, data la disparità di forze e nemmeno per difendere tutte le fortezze del Regno in maniera efficace.

 

 

Se si considera che le sole fortificazioni interne di Candia richiedevano più di 2.000 uomini, per essere presidiate in caso di attacco, si comprende come il numero dei fanti stipendiati, che Venezia manteneva a Creta, fosse sottostimato. Nel 1650, quando ai bastioni interni si erano già aggiunte anche le varie opere esteriori, il numero di fanti necessari alla difesa di tutto il complesso era praticamente raddoppiato. (68)

 

 

In pratica la sola Candia aveva bisogno di una guarnigione pari all’intero presidio presente sull’isola per essere difesa. Le cernide su cui si contava per ricevere un buon aiuto nella difesa delle fortificazioni si rivelarono, con poche eccezioni, del tutto inefficienti e prive di spirito combattivo. A loro discapito va detto che la popolazione greca dell’isola era stata ridotta in stato di semi-schiavitù dai Veneziani di conseguenza ci si poteva realisticamente aspettare che facesse ben poco per ostacolare gli invasori.

 

 

Con l’apporto di una popolazione attivamente resistente è probabile che le forze veneziane sarebbero state in grado di ottenere maggiori successi, soprattutto durante i lunghi periodi di stallo che i Turchi passarono inoperosi davanti alle fortificazioni di Candia. Non a caso i comandanti veneziani se ne lamentarono spesso nelle loro missive, in questo caso è il Villa nel 1666 a scrivere che «Se li popoli di questo Regno mentre gli affari restano in tal modo bilanciati potessero, o volessero, fare qualche unione in uno, o più posti e secondarne vi è gran probabilità che felicemente riuscirebbe ogni intrapresa». (69)

 

 

Nel 1666 era probabilmente ormai tardi per pensare di poter capovolgere la situazione quando già altri tentativi, a cui avevano in qualche misura risposto gli abitanti dell’isola, si erano risolti in completi fallimenti. I combattimenti dell’estate del 1650 intrapresi per riconquistare alcune fortezze di Creta videro la partecipazione di svariate centinaia di miliziani. Purtroppo queste azioni si risolsero in altrettante sconfitte per i Veneziani, la valenza delle quali, più che militare era morale, «per li sconcerti che ne derivano nell’affare della sollevazione nutrita con tanti studi, fomentata con tante applicazioni et intrapresa con principi cosi fortunati ». (70)

 

 

Non è una sorpresa che le popolazioni civili avessero, probabilmente a ragione, più timore delle rappresaglie turche che fede nelle tardive lusinghe veneziane. Le popolazioni locali dell’isola erano mantenute sotto controllo dai Turchi ora con minacce ora con incentivi. Inoltre il fatto che l’armata del Turco ricevesse costantemente rinforzi non era sicuramente un incentivo a intervenire contro di essa. In pratica gli abitanti greci di Creta si erano rassegnati ben prima dei Veneziani al cambio di governo e quindi acconsentirono ad aiutare gli invasori «con le contribuzioni, viveri, travagli, condotte, et altri serviti» (71).

 

 

Vi erano poi altre due categorie di soldati che servivano accanto a quelli stipendiati da Venezia e alle cernide. La prima era quella costituita dai feudati, si trattava di una forza militare locale fornita dalla nobiltà greca dell’isola e legata ad un’organizzazione feudale. I nobili cretesi che possedevano un feudo nel Regno erano tenuti a servire, in caso di necessità, al servizio di Venezia. Costoro avrebbero dovuto fornire una forza di cavalleria pesante da utilizzare assieme a quella mantenuta da Venezia. Per la pochezza di equipaggiamento, di addestramento e la povertà dei cavalli se ne poteva sperare ben poco. In effetti l’utilità di queste compagini fu molto bassa e nei combattimenti dei primi anni di guerra venne decimata. Una parte di essi si arrese ai Turchi e una parte morì o fuggì dai bastioni di Candia, sia per i combattimenti che per le miserie. Così che nel 1650 vi erano solo due compagnie di feudati: «istituite più tosto per porger sussidio a molte persone ben note che per ritrar alcun rinforzo in vantaggio della piazza; mentre dal numero di 330 che vi sono un terzo e più sono esenti dall’obbligo delle fattioni o per indisposizione o per età o per altri legittimi rispetti di convenienza o di compatimenti» (72).

 

 

Nel 1653 ve ne erano ancora 331 che ricevevano uno stipendio di mezzo reale al mese (73) per il loro sostentamento. Solitamente conteggiati assieme ai feudati, nelle rassegne, vi erano anche i venturieri. Come suggerisce il nome si trattava normalmente di volontari che si recavano a combattere, potremmo dire, per “desiderio di avventura”. Percepivano solamente un sussidio che gli permetteva di sopravvivere; a Candia il loro numero oscillerà intorno ai 50 uomini.

 

 

Spesse volte vengono segnati nei ruoli anche alcuni nobili veneti che si recavano a servire nella guarnigione piuttosto che sulla flotta. Nel 1666 se ne contavano tre che venivano regolarmente, si fa per dire, retribuiti dalla cassa pubblica. (74) I venturieri erano tenuti in considerazione dai comandanti veneziani per la loro efficacia in combattimento come viene rilevato negli scontri coi Turchi. Negli scontri del 1647 i venturieri si comportarono generalmente meglio dei soldati pagati anche se a causa del loro esiguo numero non poterono incidere sensibilmente sull’andamento delle operazioni.

 

Note

60 - Alberto Prelli, Sotto le bandiere di San marco, Itinera progetti, Verona, 2012, pag.61

61 - ASV, Senato dispacci Ptm 543, 6 aprile 1645

62 - ASV, Senato dispacci Ptm 543, 22 maggio 1645

63 - ASV, Senato rettori Candia 19 aprile 1646

64 - ASV,Senato dispacci Ptm 554, 18 luglio 1664

65 - ASV, Senato dispacci Ptm 7

66 - ASV, Senato Dispacci Ptm 546, 25 ottobre 1650, Parlando della guarnigione di Candia si dice che il numero del presidio è sensibilmente diminuito, in maniera particolare quello delle compagnie italiane che devono essere usate per “tener muniti gli altri presidi”

67 - Luciano Pezzolo, aspetti della struttura veneziana in Levante tra cinque e seicento, all’interno del teso Venezia e la difesa del Levante

68 - ASV Senato, dispacci Ptm 546, 15 novembre 1650

69 - ASV Senato, dispacci,capi da guerra, busta 9, Marchese Villa Gian Francesco 13 maggio 1666

70 - ASV Senato dispacci Ptm 546, 18 agosto 1650

71 - Ibidem

72 - Ibidem

73 - ASV Senato dispacci, Ptm 549 3 ottobre 1653

74 - ASV Senato dispacci Ptm 553, 11 settembre 1662