UNIVERSITA' DI VENEZIA - Corso di Laurea magistrale in Storia dal Medioevo all’Età Contemporanea - Tesi di Laurea

L’Esercito veneziano e la difesa di Candia 1645-1669 - Il costo di una vittoria mancata

Relatore Ch. Prof. Luciano Pezzolo

Laureando Roberto Vaccher

 

 

3.1) Le fortezze dell'isola

 

 

L’isola di Creta costituiva uno snodo naturale sulle rotte commerciali con il Levante e, dopo la perdita di Cipro, il più avanzato nonché ultimo regno dello Stato da Mar. Dal punto di vista ottomano rappresentava una spina nel fianco, trovandosi in una posizione tale da costituire una continua minaccia per il traffico navale. Non sorprenderà quindi sapere che Creta era stata pesantemente fortificata, i Veneziani avevano investito somme considerevoli sui bastioni di questo Regno. Pur tuttavia al momento dello scoppio della guerra di Candia nel 1645 queste difese presentavano problemi di lungo corso mai risolti, oltre a debolezze contingenti.

 

 

Le fortificazioni in sé, pur non scevre di difetti, costituivano, specie nelle due città principali, dei complessi imponenti. Le fortificazioni di Candia, ancora oggi visibili, non mancheranno di impressionare il visitatore che dovesse trovarvisi di fronte. Il colpo d’occhio che dovevano offrire negli anni ’40 del ‘600 doveva essere di tutto rispetto. Se ci fosse stata la possibilità di sorvolarle all’ora, come a volo d’aquila, vedendo dall’alto i tracciati dei bastioni ornati di artiglierie, probabilmente nessuno le avrebbe giudicate meno che imprendibili.

 

 

Volendo guardare più da vicino però, un occhio esperto, avrebbe potuto scorgere qualche debolezza. A fronte di somme enormi spese per la costruzione di bastioni, cavalieri e frecce, non si era mai seriamente affrontato il problema dell’autosufficienza delle varie posizioni. La carenza di pozzi, magazzini di dimensioni adeguate e di altri vari apprestamenti si rende evidente, una volta che, abbandonata la nostra prospettiva aerea, si vada ad analizzare le singole fortezze.

 

 

Attraverso una rapida panoramica ci si potrà rendere conto dello stato deficitario delle difese di Creta. Nel corso dei venti e più anni di guerra lo sforzo per rifornire le città e le fortezze del regno di ogni cosa si rivelerà enorme. Le richieste, per la resistenza delle fortezze, spaziarono da rinforzi di soldati a denaro e armamenti fino al legname, ai chiodi, sacchi di tela e tutti i materiali necessari per costruire baraccamenti e riparare i terrapieni.

 

 

La prima fortezza che dovette sostenere l’urto dell’esercito turco fu la città della Canea. I difetti principali di questa piazza si riscontrano nel piano della sua cinta muraria ed erano già ben noti all’epoca dell’assedio turco. I baluardi che erano situati ai quattro angoli della piazza, erano troppo piccoli e distanti tra loro e quindi, data la lunghezza delle cortine, non erano in grado di appoggiarsi vicendevolmente con la dovuta efficacia. Si era cercato di porre rimedio a questo problema attraverso la costruzione di alcune piattaforme, a metà delle cortine, che però risolsero solo parzialmente il difetto. Ciò che però, più dei difetti strutturale, condannò la piazza fu l’esiguo numero della guarnigione e la lentezza degli aiuti.

 

 

Dalle lettere che Camillo Gonzaga inviò al generale Cornaro nel corso del settembre del 1645 emerge il suo pensiero riguardo la caduta della Canea. Il Gonzaga riteneva che, nonostante l’imperfezione della fortezza, se essa poté resistere ben due mesi «disfacendo» l’esercito ottomano con soli 800 uomini, è lecito pensare che avrebbe fatto ben altra prova se ben munita di tutto il necessario.

 

 

Sempre dalle lettere del Gonzaga siamo ben informati sullo stato delle altre fortezze veneziane in quell’inverno del 1645/46 in cui i Veneziani ebbero agio di prepararsi alla campagna successiva, mentre l’esercito turco svernava alla Canea. La fortezza della Suda era costruita sull’isolotto roccioso che fronteggia il borgo omonimo, dove è visibile anche oggi, sulla costa nord dell’isola. Due sono i difetti principali, della cinta, individuabili nella sua struttura. La mancanza di opere in terra a sostegno delle muraglie in pietra per assorbire i colpi di cannone e il fatto che sia dominata da un monte. La pericolosità dei tiri d’infilata provenienti dall’alto avrebbe reso necessaria la costruzione di traverse e di difese in terra per proteggere i magazzini e gli alloggiamenti dei soldati. I magazzini in cui si stivavano viveri, armi e munizioni erano troppo piccoli e assicuravano lo stivaggio di cibo sufficiente per appena due mesi.

 

 

Dai dispacci provenienti da questa piazza sappiamo che ancora nel 1653 il problema dei magazzini restava irrisolto. Gli alloggiamenti per i soldati e soprattutto i depositi delle polveri si trovavano in una posizione troppo esposta e facilmente colpibile dal nemico. Il problema dell’insufficienza di locali da adibire a magazzini era cronica, tanto che il Gonzaga sceglie quasi di tralasciarla nelle sue relazioni parlandone appunto come di cosa nota e di «necessità grande che vi è di quartieri per i soldati e di magazzeni per riporre le armi, monitioni da guerra, fornimenti per l’artiglieria viveri e altre cose» (53).

 

 

Viene invece sottolineato con forza l’insufficienza del rifornimento idrico. La provvista d’acqua, che è così importante in caso di assedio, è in questo sito problematica poiché vi sono pochi pozzi ed è insufficiente il numero e la capienza delle cisterne. Nonostante questi problemi, in parte risolti in seguito alle segnalazioni del Gonzaga, la fortezza della Suda resistette a tutti gli attacchi nemici.

 

 

Meglio munita era la fortezza di Spinalonga, considerata una delle più sicure dell’isola, anch’essa non fu conquistata dagli Ottomani nonostante i ripetuti tentativi. Situata su un’isola e ben fortificata e munita era difficile da assalire. Gli unici appunti che le vengono mossi riguardano: la debolezza delle muraglie che difendono il porto, dove il nemico non avrebbe difficoltà a passare se l’attacco fosse condotto dal mare e la necessità di impiegare ogni cura per fortificare il lato della fortezza che guarda a levante. Da questo lato vi era uno scoglio che avrebbe permesso il posizionamento di una batteria, cosa che doveva essere impedita mediante il posizionamento di una batteria a guardia di quella posizione. Anche in questo sito vi è scarsezza di soldati per presidiare tutte le posizioni e i rifornimenti devono essere fatti arrivare da Candia o via mare.

 

 

La fortezza di Rettimo invece non era assolutamente preparata a resistere ad un attacco, cosa che in effetti non fece. Rettimo era un borgo povero e la sua cinta muraria era molto vecchia e non adeguatamente terrapienata. Si cercò di migliorarla nelle settimane precedenti l’attacco nemico ma con scarsi risultati. La fortezza vera e propria invece era abbastanza ben disegnata, eccettuato per le fortificazioni sul lato del mare. Qui le muraglie erano basse e non erano munite di parapetto. Per difendere con efficacia la fortezza sarebbe stato necessario abbattere sia la muraglia esterna che il borgo di Rettimo che, avendo le case attaccate alle mura della fortezza, offriva un ottimo riparo al nemico e un ostacolo al tiro dei difensori.

 

 

Ovviamente questo avrebbe significato inimicarsi la popolazione civile, le cui case si andava ad abbattere, distruggendo di fatto il borgo. Nonostante il parere contrario dei capi da guerra al suo seguito il general Cornaro volle difendere entrambe le fortificazioni impiegando a questo scopo la maggior parte delle truppe al suo comando, cioè circa 5.000 uomini.

 

 

L’11 ottobre 1646 l’assalto generale turco riuscì a spezzare la resistenza dei difensori costringendoli a ritirarsi dalle posizioni esterne, verso la fortezza interna. Nel caos della situazione, probabilmente nel tentativo di riordinare le sue truppe in fuga, perse la vita lo stesso general Cornaro, colpito da una moschettata. Allo stesso tempo le navi della flotta veneta cercavano di trarre in salvo i civili in fuga, per essi non vi era posto all’interno della fortezza dove si facevano entrare solamente i soldati. Nonostante ogni tentativo di resistenza anche la fortezza di Rettimo cadde nel giro di qualche settimana.

 

 

L’ultima grande città rimasta veneziana alla fine del 1646 era Candia che rappresentava anche il centro più popoloso dell’isola, oltre a essere quello meglio difeso. L’imponente apparato fortificatorio faceva perno su sette bastioni oltre a comprendere un forte esterno. In senso orario partendo dal mare si trovavano: il Baluardo della Sabbionara, il Forte di S. Dimitri, il Baluardo Vitturi, il Baluardo del Gesù, il Baluardo Martinengo, il Baluardo Betlemme, il Baluardo Panigra e il Baluardo S.Andrea. Le fortificazioni esterne non erano ancora state costruite al momento dello sbarco turco nel 1645. Saranno aggiunte solo nei mesi successivi quando risultò chiaro che anche Candia sarebbe stata assediata.

 

 

Si trattava di opere a freccia, rivellini, opere a corona, fossati e ridotti che, realizzati prevalentemente in terra, servivano a ritardare l’impatto con le difese principali oltre che a spezzare le linee di tiro nemiche. Si era consapevoli già allora dei limiti della cinta della città tanto che erano stati individuati alcuni elementi che dovevano essere migliorati rapidamente «per non vedere così gran rovina e per conservar questa gloriosa corona in testa alla Serenissima Repubblica». (54)

 

 

Per prima cosa era necessario eliminare i borghi posti fuori dalle mura, soprattutto nei pressi del Forte S. Dimitri, per liberare il campo di tiro alle artiglierie permettendogli di coprire il fianco del Bastione della Sabbionara. Come si vede la presenza di costruzioni civili addossate alle fortificazioni era un problema comune a molte fortezze dell’isola ed indice di una scarsa attenzione delle autorità militari alla loro manutenzione.

 

 

Anche a Candia le cortine erano molto lunghe tanto da essere difficili da difendere coi moschetti e molto problematici anche col cannone. Questo problema era particolarmente grave poiché i bastioni erano pensati per potersi difendere uno con l’altro attraverso il fuoco di fiancheggiamento, privo del quale restavano affatto inutili. Il Gonzaga in una delle sue relazioni non manca di sottolinearlo, «quello che più importa e pregiudica è l’esser tutta questa piazza senza fianchi ben aggiustati nelli quali consiste la principale difesa della fortezza».55 Per cercare di ovviare a questo problema, migliorando il fuoco di fiancheggiamento, e allo stesso tempo allontanare il momento dell’impatto del nemico con la linea di difesa principale, andavano costruite opere antemurali esterne. Si dovevano poi aggiungere parapetti, che mancavano in molti punti, per i fucilieri che potevano in questo modo difendere chi maneggiava i cannoni.

 

 

L’apporto dei fucilieri era particolarmente importante per impedire al nemico di nascondersi nel fossato, da dove avrebbe potuto prendere di mira i bombardieri mentre adoperavano le artiglierie. Nel corso dell’assedio i Turchi adottarono la tecnica di nascondersi in un certo numero sotto le posizioni veneziane per poter sparare tutti assieme contro quelli che si affacciavano. Questo metodo permise di colpire alla testa molti difensori. In alcuni punti della cinta mancavano sia il fossato, o perché assente o perché troppo stretto, che la strada coperta, di questo si lamentarono a più riprese i comandanti veneziani.

 

 

Nell’assedio della Canea la mancanza di questi elementi si era dimostrata fatale poiché i Turchi avevano potuto portarsi a ridosso delle muraglie fin dal primo giorno di assedio e i difensori, anche se avessero avuto sufficienti milizie non avrebbero potuto condurre sortite.

 

 

 

Il Forte di San Dimitri, situato tra il Bastione della Sabbionara e il Vitturi costituiva uno dei punti chiave della fortezza. La sua posizione dominava tutta la città e di conseguenza la sua perdita avrebbe reso la difesa insostenibile. La città era fornita, sulla carta, di molti pezzi di artiglieria ma quelli realmente utili erano in numero appena sufficiente. Molti di essi infatti erano in cattive condizioni con gli affusti marci o rovinati e privi delle necessarie parti di ricambio, non vi si poteva quindi porre rimedio né utilizzarli. Il problema che affliggeva tutte le fortezze veneziane era che a fronte di un enorme numero di pezzi di artiglieria vi era un ben misero contingente di bombardieri predisposti al loro maneggio.

 

 

Candia non faceva eccezione era «così scarso il numero di essi che non basterebbero né anche per la terza parte del bisogno ed alcuni go scoperta cossi poco pratici del mistiere che meglio sarebbe che non vi fossero». (56) La richiesta di bombardieri resterà per tutta la guerra uno degli elementi ricorrenti nei dispacci dei rettori e dei provveditori da Creta. Il problema non sarà mai risolto e spesso ci si affiderà a soldati comuni addestrati sul posto, per sopperire alle emergenze.

 

 

Da non sottovalutare, nei riguardi di Candia, è il grosso numero di soldati ritenuto necessario per difendere le varie posizioni. Si calcolava che, in caso di attacco, le sole opere interne cioè i vari bastioni e il Forte di S. Dimitri richiedessero circa 2.900 uomini. (57) Oltre a questi vi erano poi coloro che avrebbero dovuto lavorare nelle mine sotto le fortificazioni o al ripristino delle opere danneggiate.

 

 

Fatalmente la città presentava due grossi punti deboli costituiti dai bastioni a mare di S.Andrea e Sabbionara. Il Baluardo S. Andrea non aveva ovviamente appoggio sul lato del mare dove pure era possibile per la larghezza della battigia piantare artiglierie. Inoltre non era provvisto di opere esteriori sufficienti a difenderlo adeguatamente. Ancora peggiore era la situazione del semibaluardo della Sabbionara che si trovava anch’esso privo della possibilità di essere fiancheggiato e senza controscarpa e fossato.

 

 

A peggiorare la situazione il letto di un torrente in secca, che vi scorreva di fronte, formava una trincea di avvicinamento naturale, cosa che i Turchi non mancheranno di sfruttare. Nell’assedio del 1648/49 i Turchi attaccarono, senza saperlo, i punti più poderosi di tutta la cinta. In particolare si scagliarono contro il Bastione Martinengo che era probabilmente il meglio difeso. Nell’assedio iniziato nel 1667 decideranno, gradualmente, di cambiare i loro bersagli spostandosi verso i bastioni più deboli: la Sabbionara e il San Andrea. Quando finalmente i Turchi riuscirono a scavalcare i resti di queste due opere si trovarono davanti ad una serie di ritirate e a due poderose tagliate, preparate in precedenza e pronte a fronteggiarli.

 

 

Se dal lato del Bastione San Andrea, nonostante le difficoltà, era possibile realizzare una serie organica di ritirate concentriche, non era altrettanto semplice alla Sabbionara. In quest’ultimo posto il terreno iniziava a digradare dopo il bastione così che i difensori, perso il punto più alto, si sarebbero trovati sempre dominati dal tiro nemico.

 

 

In conclusione, da un punto di vista logistico, le fortezze “minori” non erano autosufficienti, dovettero affidarsi, durante tutta la guerra, ai rifornimenti provenienti da Candia o direttamente dall’Armata navale. Questo stato di cose costringerà la Capitale a inviare soccorsi di materiali, viveri e soldati a questi centri minori perpetrando un continuo stillicidio di risorse. Il lavoro della logistica veneziana non si concludeva quindi una volta trasportati rifornimenti e denaro dalla madrepatria alla città di Candia ma proseguiva per sostentare centri come la Suda, Spinalonga o Cerigo e per inviare rifornimenti alla flotta di base alla Standia.

 

 

Questo almeno nella teoria perché poi, molto spesso, le risorse destinate alle piazze minori venivano incamerate a Candia e utilizzate per la difesa della città, o addirittura trattenute in Armata dal Capitano Generale da Mar. Un esempio abbastanza lampante è il caso della guarnigione dell’isola di Cerigo le cui milizie furono lasciate completamente senza paghe per più di un anno e ironicamente abbandonate a vivere «di speranza».

 

 

Alvise Corner in una sua lettera del 1649 lamenta questa situazione facendo notare come la somma di 3.000 ducati spedita da Venezia per la guarnigione di Cerigo fosse in realtà stata trattenuta a Candia e lì adoperata. Scriveva il Corner: «che sino li 3000 ducati, che la signoria vostra ha destinato per questa fortezza et capitato ultimamente in Candia con l’arrivo dell’illustrissimo Giò Barbaro sono stati trattenuti et impiegati dall’illustrissimo signor capitano generale alli bisogni di quella città». (58)

 

 

Fatti di questo tipo erano ovviamente causa di tumulti e disordini tra le milizie, come anche una continua spinta alla diserzione. I capitani, che si trovavano a dover anticipare quello che potevano, finivano per indebitarsi anche loro “basta dirle esser debitor de ducati dieci mille sin hora” (59), cosi che, spesso, il denaro inviato in ritardo non bastava nemmeno a coprire i debiti contratti.

 

Note

53 - ASV Senato, dispacci,capi da guerra, busta 3, Lettera del 24 settembre 1645 indirizzata al General

54 - ASV, Senato, Dispacci, Capi da guerra busta 3 Gonzaga, 2 novembre 1645

55 - ASV, Senato, Dispacci, Capi da guerra busta 3 Gonzaga, 2 novembre 1645

56 - ASV, Senato, Dispacci, Capi da guerra busta 3 Gonzaga, 2 novembre 1645

57 - ASV, Senato, Dispacci, Provveditori Terra Mar, 563

58 - ASV, Senato, Dispacci dei rettori, Candia, pezzo 22, Alvise Corner da Cerigo 26 febbraio 1649

59 - Ibidem