UNIVERSITA' DI VENEZIA - Corso di Laurea magistrale in Storia dal Medioevo all’Età Contemporanea - Tesi di Laurea

L’Esercito veneziano e la difesa di Candia 1645-1669 - Il costo di una vittoria mancata

Relatore Ch. Prof. Luciano Pezzolo

Laureando Roberto Vaccher

 

 

3) La strategia veneziana e l’apparato difensivo di Creta 

 

 

Dalla seconda metà del 1500 Venezia vide aumentare drasticamente il divario che separava la sua capacità militare da quella delle grandi potenze Europee. Questo fatto si rifletté sulla strategia globale utilizzata dalla Repubblica nel dialogare con i conflitti, possibili o reali, che si presentarono di volta in volta. La conquista dello Stato di Terraferma e dello Stato da Mar erano stati resi possibili dalle grandi risorse economiche che Venezia investì per la loro conquista, allo stesso modo il costo della guerra non poteva non indirizzare la politica estera veneziana nel corso del 1600.

 

 

La lunga pace tra Venezia e l’Impero Ottomano, che durava dalla fine del conflitto di Cipro nel 1573, vista in quest’ottica, appare meno singolare. Venezia aveva fatto di tutto per evitare un nuovo conflitto investendo ingenti somme di denaro per rinnovare, di volta in volta, le capitolazioni commerciali e per ingraziarsi i membri più influenti della corte del Sultano. Nonostante tutte queste precauzioni il lungo periodo di pace fu dovuto più che altro ai conflitti interni e al conseguente spostamento dell’attenzione turca verso altri teatri piuttosto che ad una mancanza di interesse per la zona mediterranea.

 

 

Conclusa felicemente la guerra con la Persia nel 1638, con la conquista di Bagdad, sembra che lo stato ottomano si avvii a un periodo di stabilità e crescita. Il sultano è Ibrahim I salito al trono nel 1640 anche se la maggior parte delle decisioni vengono prese dal gran visir Kemankes Kara Mustafa Pascià. Quest’ultimo cadde però in disgrazia e venne giustiziato il 31 gennaio 1644, lasciando il governo, di fatto, nelle mani della Sultana Madre. A guadagnare preminenza nel palazzo fu quindi il partito favorevole alla ripresa dell’espansione militare dell’Impero.

 

 

Serviva un obbiettivo contro cui scatenare la forza dell’Impero. Il fronte asburgico sembrava ben attestato e l’Impero Ottomano si trovava comunque in una posizione difensiva in Ungheria; inoltre serviva un obbiettivo che richiedesse anche l’impiego della flotta. Creta diventava quindi la preda ideale: non particolarmente difesa e considerata, da sempre, una spina conficcata nel fianco della zona di influenza ottomana.

 

 

Un incidente diplomatico, originatosi da un raid condotto da alcune galee appartenenti ai Cavalieri di Malta, che il 28 settembre 1644 attaccarono la carovana (45) per Alessandria, fornì i presupposti per l’apertura della guerra. Poiché le galee maltesi fecero tappa a Candia, sulla rotta del ritorno, il Sultano accusò la Repubblica di essere troppo tollerante con i corsari cristiani.

 

 

Il versamento di un’ingente somma sembrava aver chiuso l’incidente ma non fu così ed a Costantinopoli i preparativi per la guerra proseguirono alacremente. Nel 1645, dopo una diversione verso Malta, fatta per confondere i Veneziani, scoppiava il conflitto con l’invasione turca di Creta.

 

 

Le armate della Serenissima non erano del tutto smobilitate, poiché per prudenza si era già iniziato l’armo della flotta, ma sicuramente non abbastanza pronte per impedire lo sbarco nemico. I recenti conflitti, come la guerra di Gradisca, avevano messo in luce la poca efficienza della componente terrestre delle armi venete. Le cause di questa resa inferiore alle aspettative sono molteplici e non banalmente attribuibili a uno scarso spirito combattivo né della popolazione della Repubblica né della sua classe dirigente.

 

 

Tradizionalmente, al patriziato veneziano erano interdetti i ruoli di comando all’interno delle forze armate. I generali e capi da guerra che guidavano l’esercito erano praticamente tutti stranieri, assoldati come mercenari. Il patriziato veneziano aveva invece il monopolio sulle cariche dell’armata, la flotta, il cui comando spettava al Capitano Generale da Mar. Quest’ultima era di fatto anche la carica più alta di tutto l’apparato militare.

 

 

Il Capitano Generale da Mar era responsabile delle decisioni operative nel teatro di guerra e a lui spettava il Comando Supremo sul campo. Il fatto che non vi fosse una vera distinzione tra fanteria e truppe imbarcate oltre al fatto che, il Capitano Generale da Mar, avesse ai suoi ordini anche un generale da sbarco, estendeva di fatto il suo comando anche alle forze terrestri.

 

 

Combattendo in Levante la differenza tra esercito di terra e marina si assottigliava. La conformazione dei possedimenti veneziani, fatta di porti fortificati e isole sparse lungo la costa est dell’Adriatico e di quella greca, si prestava ad operazioni strettamente coordinate tra la flotta e l’esercito, trasformando di fatto tutta la fanteria in truppe da sbarco. Come vedremo nella guerra di Candia le compagnie di fanti destinate alla guarnigione passeranno a combattere anche sulla flotta e viceversa. In determinate situazioni, parte dei marinai e/o rematori saranno sbarcati per servire come fanti o come manodopera nelle operazioni terrestri.

 

 

La politica militare e la condotta da imprimere ai conflitti era decisa all’interno della Consulta dei Savi comprendente i Savi del Consiglio, i Savi di terraferma e i Savi agli ordini. Ciò che veniva deliberato dalla Consulta doveva poi essere approvato dal Senato anche se spesso si trattava di un passaggio più formale che sostanziale. Nello specifico del Consiglio era il Savio alla scrittura quello a cui spettava di occuparsi dell’esercito regolare, mentre il Savio alle cernide si occupava di queste ultime e in generale delle milizie rurali.

 

 

Un fattore di stress all’interno della leadership militare della Serenissima era costituito dalla breve durata delle varie cariche. Da statuto i Savi duravano in carica solo sei mesi, seguiti da altri sei mesi di contumacia, in cui cioè non potevano partecipare alla Consulta. Nonostante la regola non fosse sempre rispettata o in altri casi, soprattutto riguardo i Savi di terraferma, essi alternassero sistematicamente il loro incarico su base semestrale per svariati anni di fila, era difficile mantenere una politica militare precisa col variare dei responsabili in carica. Allo stesso modo provveditori e provveditori straordinari restavano in carica per un tempo limitato prima di essere sostituiti.

 

 

Mancando un vero e proprio ministero della guerra ogni aspetto della macchina militare veniva ad avere la sua magistratura, più o meno indipendente e sovrapposta all’operato dei Savi. La pletora di cariche comprendeva i provveditori alle fortezze, provveditori alle artiglierie, provveditori all’arsenale, provveditori all’armar, gli inquisitori ai ruoli pubblici, il commissario pagador all’armata; ognuno di questi esercitava, teoricamente, un controllo semi indipendente dagli altri nel proprio ambito specifico. Questa situazione era in parte mitigata dal fatto che in tempo di guerra si eleggessero delle cariche straordinarie nelle cui mani si concentravano i vari poteri e che di fatto gestivano l’andamento del conflitto.

 

 

Si trattava del Provveditore Generale in Terraferma e del Capitano Generale da Mar. I punti di stress del sistema militare veneziano che erano già in parte emersi in passato, si renderanno palesi nel corso del conflitto di Candia. Sulla carta l’apparato militare veneziano si reggeva su tre elementi portanti e teoricamente parimenti importanti: la flotta, le fortezze e le milizie. Di fatto però di questi tre elementi soltanto i primi due erano considerati veramente affidabili dallo stesso Governo marciano e di conseguenza ricevevano le cure migliori. Era al duo fortezze-flotta che la strategia veneziana affidava le migliori possibilità di successo.

 

 

Nel corso del XVI secolo, mentre in Europa andava sviluppandosi la cosiddetta rivoluzione militare, andò aumentando il divario che separava la capacità militare veneziana da quella delle altre potenze. Venezia tenne il passo degli altri Stati per quello che riguarda il sistema fortificatorio. Secondo un Ristretto delle artiglierie risalente al 1683, vi erano più di 34 centri fortificati. (46) Queste fortezze, costruite col sistema della trace italienne, erano all’avanguardia e solitamente straripanti di artiglierie.

 

 

L’esercito terrestre e la flotta invece non riuscirono a restare al passo con quelle di altri Stati. Mentre le flotte europee crescevano di tonnellaggio con la costruzione di vascelli da guerra e mercantili armati, la flotta militare veneziana restò imperniata sulle galee e solo nel 1667 vennero varati, in laguna, due vascelli concepiti esclusivamente per il combattimento. Si trattò della Costanza Guerriera e della Giove Fulminante varate rispettivamente il 23 novembre e il 23 dicembre 1667. Entrambe avevano 60 cannoni ma, a causa del calibro delle artiglierie che imbarcavano la loro potenza di fuoco, ossia il peso della loro bordata, era solo la metà di una nave inglese della stessa classe e i tre quarti di una pari classe francese. (47) 

 

 

L’esercito a sua volta non poteva competere con la consistenza numerica di quelli dispiegati da stati come Spagna o Francia. Il costo degli eserciti aumentava molto più in fretta rispetto al numero dei loro effettivi. Questa situazione estremizzò ancora di più la necessità, sentita dallo Stato marciano di affidarsi a fortezze imponenti, secondo la massima che voleva che gli stati piccoli avessero un maggior bisogno di fortezze rispetto ai vicini più potenti poiché «non potendo con facilità e prestezza porre forze considerabili in campagna, col mezzo di queste (fortezze) si possono difendere da grandi, come l’esperienza più volte l’ha dimostrato, havendo una piazza tal’hora consumato eserciti intieri.» (48)

 

 

I contemporanei avevano sotto gli occhi come le fortezze dei Paesi Bassi avessero ridotto l’armata delle Fiandre costringendola in una lunga ed estenuante serie di assedi e contro assedi. I Veneziani applicarono indefessamente questa visione strategica potenziando le loro fortezze e puntando sul fatto che la loro flotta avrebbe potuto facilmente soccorrerle in caso di bisogno. Sottostimarono però un punto fondamentale: una serie così imponente di fortezze e tutte le artiglierie che contenevano necessitavano, per mantenere il massimo delle loro efficienza, di costante manutenzione, con conseguenti costi, e soprattutto di guarnigioni.

 

 

Non è un caso che l’esercito veneziano fosse incentrato non tanto su un’armata da campagna, composta da grandi unità, quanto da singole compagnie-guarnigione che costituivano i presidi delle fortezze. Dei circa 9000 uomini mantenuti in tempo di pace nell’esercito veneziano la quasi totalità era utilizzata come presidi nelle fortezze. Le conseguenze di questo fatto sono duplici, organizzative da un lato e strategiche dall’altro. Organizzative poiché per anni a Venezia il concetto di reggimento resterà del tutto aleatorio e il fatto che le armate da campagna fossero formate prelevando compagnie dalle varie guarnigioni e assoldandone di nuove, minava alla base la capacità di questi reparti di operare con la coesione necessaria. Strategiche perché la mancanza di un’efficace esercito da campagna rende sterile anche la più brillante resistenza di una città assediata.

 

 

Nel caso della guerra tra Spagna e Province Unite nelle Fiandre l’elemento vincente per gli insorti era stata la capacità di bloccare l’esercito spagnolo, costringendolo ad assediare ogni singola città, mentre l’esercito olandese attaccava altre zone lasciate indifese. La condotta delle guerra di Candia vedrà l’applicazione, fino alle sue estreme conseguenze di questo tipo di strategia. La difesa ad oltranza che si fece delle fortezze dell’isola di Creta, richiese un enorme impegno umano ed economico ma si rivelò estremamente efficace, da qui una delle cause della lunga durata del conflitto.

 

 

Pur tuttavia una strategia del genere veicolava l’idea che il compito offensivo spettasse alla sola flotta. Il blocco dei Dardanelli, ma più ancora gli attacchi e le velleitarie conquiste delle isole di Lemno e Tenedo, confermano questa visione strategica. La conquista di queste due isole avvenne in un momento di estrema debolezza dei Turchi che avevano appena sofferto una devastante sconfitta navale. In seguito alla distruzione della loro flotta le truppe ottomane a Creta si trovarono praticamente isolate e le difficoltà crescenti, come il mancato pagamento degli stipendi, causarono vari focolai di ammutinamento tra le varie guarnigioni sparse per l’isola. A questa situazione, già molto precaria, si aggiunse anche la peste che serpeggiava nel campo ottomano dove mieteva numerose vittime. I Veneziani erano coscienti di questo stato di cose e possiamo comprendere lo sconforto del Provveditore generale alle armi in Candia nel vedere che, nonostante la debolezza del nemico, le truppe vengono impiegate in armata piuttosto che per cercare di recuperare il controllo dell’isola: «Io per altra parte convengo sempre più sospirare, i mezzi, e vivamente dolermi che si siano perdute le congiunture più propizie».

 

 

Proprio l’incapacità di adattamento e la staticità del sistema difensivo veneziano sarà forse la causa prima sia della lunghezza del conflitto che del suo esito. Il tempo e le forze perdute hanno dato modo ai Turchi di riprendersi; «grande è la mutatione che vi è stata nell’intervallo di questo tempo e se non tale che habbi troncato il filo alle nostre speranze, tale almeno che ha levato la facilità a progresso che potevano dovutamente sperarsi nei languori delle forze nemiche (49)».

 

 

L’impostazione drasticamente difensiva delle operazioni militari sull’isola fu inizialmente forzata dall’incapacità delle forze terrestri di opporsi con efficacia all’invasore e successivamente mantenuta per inerzia. E’ pur vero che i tentativi di contrattacco, che pure ebbero luogo, furono in molti casi frustrati dalla scarsa affidabilità dei contingenti arruolati che, quando si trovarono a combattere in campo aperto, diedero pessima prova di sé.

 

 

Quando nel 1650 i Veneziani decisero di fare un tentativo per riconquistare alcune fortezze, sull’isola vennero inviati da Venezia 5000 fanti e 400 cavalieri, tra corazze e cavalleria leggera. (50) Dopo aver iniziato in maniera positiva le operazioni con la conquista della piccola fortezza di S. Todaro e di Settia, seguirono vari rovesci che resero evidente come, in campo aperto, i contingenti veneziani si sciogliessero come neve al sole.

 

 

La difficoltà di reperire denaro per pagare le truppe aveva effetti molto più gravi in campagna, poiché non vi era «niun modo che vaglia per ritenerli» (51). Il tentativo di riconquistare anche Gerapetra fallì, nonostante i rinforzi inviati da Candia, per la lentezza nella conduzione delle operazioni. I Turchi, forse anche avvisati da qualche disertore, riuscirono ad inviare rinforzi impedendo lo sbarco ai Veneti. La campagna si concluse in modo disastroso quando un contingente guidato dal provveditore in regno Barbaro venne sorpreso ed annientato dai Turchi. In quell’occasione, sorpresa dal nemico, la cavalleria si diede alla fuga investendo anche la fanteria, mandandola in rotta.

 

 

Anche un precedente scontro nei pressi di Settia si era concluso con la fuga della fanteria veneziana. In totale le perdite venete, durante questa campagna, ammontarono a 500 fanti e 130 cavalieri. (52)

 

 

Traspare come, la mancanza di denaro con cui pagare le forze impiegate in campagna, fu uno dei fattori principali per l’insuccesso di questi tentativi. Per uscire dalla città e condurre operazioni offensive i reparti pretendevano di essere pagati e, comunque, il loro tasso di diserzione era molto più alto rispetto a quando si trovavano di presidio nelle fortezze. Le stesse fortezze, che di volta in volta si trovarono ad affrontare un assedio, palesarono sistematicamente varie carenze. Quando a queste carenze si aggiunsero anche problemi con guarnigioni troppo esigue o inaffidabili la caduta dei siti si rivelò inevitabile.

 

 

Il sistema difensivo dell’isola di Creta non riuscì ad impedire la caduta di tutta l’isola sotto il controllo ottomano e impiegò svariati anni per organizzarsi in maniera accettabile. Nel 1645 e 1646 non si riuscì ad inviare tempestivamente aiuti sufficienti né per contrastare l’esercito turco né per impedire la caduta della Canea e di Rettimo. Ed anche la flotta su cui pure si era fatto grande affidamento combinò ben poco.

 

 

Per questi motivi l’inizio delle operazioni a Creta fu decisamente sfavorevole alle forze della Serenissima. L’enorme corpo da sbarco turco riuscì a condurre un attacco che si può definire di sorpresa, nonostante qualche avvisaglia fosse trapelata, non si prese nessuna risoluzione per far presidiare le spiagge. La città della Canea, secondo centro dell’isola dopo Candia, messa sotto assedio il 13 giugno, cadde il 19 agosto, senza aver ricevuto sostanziali aiuti dalle forze veneziane.

 

 

Va però detto che la conquista, in un tempo relativamente breve, di questa città ebbe un prezzo molto alto per l’esercito invasore. Nei 54 giorni di assedio tra morti e feriti le perdite turche non furono distanti dalla cifra di 8000 uomini. Infatti la campagna del 1645 si concluse senza altre operazioni. L’anno successivo invece cadde anche la fortezza di Rettimo, dove il 20 del 1646 ottobre morì Andrea Corner provveditore generale del regno di Candia e, sostanzialmente, tutta l’isola finì sotto il controllo turco.

 

 

Poiché come supporto a Creta la flotta non era più così necessaria e non vi era un’armata velica nemica da attaccare, il Senato veneziano approvò un piano strategico che prevedeva il blocco dei Dardanelli. L’idea era quella di impedire l’invio di rinforzi e di viveri all’esercito presente a Creta, bloccando i convogli direttamente sulla soglia di casa, appena usciti dal Bosforo. In questo modo si sarebbero potute indebolire per fame le forze turche già sull’isola, dove le forze veneziane potevano contare sulle fortificazioni per resistere a tempo indeterminato. Col tempo si sperava di fiaccare a tal punto il contingente turco da rendere possibile un contrattacco terrestre o da spingere la Porta ad accettare una proposta di pace.

 

Note

45 - La carovana erano dei convogli di navi con cadenza periodica che operavano per il traffico marittimo interno all’impero. Le navi che componevano questi convogli erano in buona parte mercantili europei noleggiati. In questo caso si trattava del convoglio che da Costantinopoli si recava ad Alessandria e viceversa.

46 - ASV, Provveditori alle artiglierie, b.48

47 - Guido Candiani, I vascelli della Serenissima, Istituto Veneto di Scienze delle arti, Venezia 2009, Pag. 77

48 - A. Porroni, Trattato universale militar moderno, Venetia, Francesco Nicolini, 1676, pag.76 in Il tramonto della tradizione militare italiana: il caso veneziano tra Sei e Settecento di Pietro Del Negro.

49 - ASV Senato Dispacci, Ptm 550, 25 novembre 1656

50 - ASV Senato Dispacci, Ptm 546 1 luglio 1650 e 8 luglio 1650. Dei fanti inviati da Venezia che dovevano essere circa 5500 stando alle ducali del 5 maggio 1650 se ne ritrovano, in realtà, meno di 4000 quando si fa la rassegna al loro arrivo a Candia.

51 - ASV Senato Dispacci, Ptm 546, 19 settembre 1650

52 - ASV Senato Dispacci, Ptm 546, 2 ottobre 1650