UNIVERSITA' DI VENEZIA - Corso di Laurea magistrale in Storia dal Medioevo all’Età Contemporanea - Tesi di Laurea

L’Esercito veneziano e la difesa di Candia 1645-1669 - Il costo di una vittoria mancata

Relatore Ch. Prof. Luciano Pezzolo

Laureando Roberto Vaccher

 

 

2) Il conflitto nel contesto internazionale:

 

 

La guerra di Candia occupa un posto di primo piano, assieme alla successiva guerra di Morea, nell’epica veneziana seicentesca e influenzò pesantemente, per lo sforzo che richiese e la sua eccezionale durata, gli assetti economico-politici interni alla repubblica Marciana.

 

 

Ma quale impressione suscitò il conflitto nel resto d’Europa? In che misura stati come Francia, Spagna, Inghilterra e l’Impero Asburgico vi furono, se ciò avvenne, coinvolti?

 

 

Nel contesto europeo del XVII secolo sono altri i conflitti e gli eventi che dominano la scena. Non si può non pensare, parlando di diciassettesimo secolo, a conflitti come la guerra dei Trent’anni, il conflitto nelle Fiandre o la guerra civile in Inghilterra; solo per citarne alcuni. In un secolo dominato da scontri di questa portata è bene cercare di capire che posto occupò il conflitto Veneto-Ottomano e in che modo si inserì nel quadro delle relazioni internazionali dell’epoca.

 

 

All’indomani dello scoppio delle ostilità e nel disorientamento iniziale provocato dall’attacco ottomano, correva per Venezia una massima: «nelle guerre co’ turchi, i venetiani dovevano essere presti, e soli» (17). Questo per indicare l’opportunità strategica di agire in fretta per stroncare l’attacco sul nascere prima che la superiorità numerica e di materiali, di cui poteva disporre il Sultano, orientasse il conflitto. Nei giorni successivi alla caduta della Canea appariva però improbabile che la sola città lagunare riuscisse a sostenere da sola il peso della guerra. Ciò nonostante, superato in fretta lo shock dovuto alla sorpresa dell’attacco turco, il governo della Repubblica si attivò, con celerità, per approntare tutto ciò che poteva servire per aiutare Creta.

 

 

Si diedero ordini per il rilascio di patenti da ufficiale, per l’arruolamento di nuove forze, per l’acquisto e la produzione di armi e munizioni e per il noleggio di navi. Ma il passo da cui ci si attendeva miglior beneficio era l’invio di ambasciatori presso tutte le corti Italiane ed europee per cercare aiuto, sia militare che economico.

 

 

«E perché era necessario in una guerra contro un’inimico della fede impegnar il Capo della Religione, per questo, acciocché maggiormente spiccasse l’urgenza del bisogno, oltre i corrieri a tutte le Corti, fu spedito a Roma Pietro Foscarini Senatore» quest’ultimo era stato scelto poiché essendo stato Bailo a Costantinopoli poteva testimoniare di persona come «la fissazione ancora de’ Turchi alla totale rovina della Cristianità».(18)

 

 

Nonostante l’attacco turco ledesse soprattutto interessi veneziani, l’obbiettivo dichiarato era la conquista del Regno di Creta, nel cercare l’aiuto della Santa Sede si presentò il conflitto come uno scontro per la salvezza della Cristianità. I rapporti tra Venezia e il Papa non erano esattamente idilliaci ma la lotta in difesa del mondo cristiano era un argomento più forte delle divisioni pregresse. Pur non concedendo aiuti in denaro, il Papa, offrì piuttosto la possibilità di fare levate di truppe nei territori dello Stato Pontificio e garantì l’ausilio delle sue galee.

 

 

L’importanza dell’appoggio papale non era solo di carattere materiale ma anche diplomatico e si rifletteva particolarmente sulla disponibilità degli altri stati italiani. Questi, con l’eccezione di Genova, a loro volta risposero mettendo a disposizione le loro galee e garantirono il permesso di far levate di fanti entro i loro confini. Alla fine sotto la bandiera dell’ammiraglio pontificio si riunirono 23 galee tra quelle di Malta, Firenze, oltre a quelle Papali.

 

 

La piccola Repubblica di Lucca concesse una levata di mille fanti che fu fatta dal Cavalier Bernardo Bonuisi. Il Duca di Parma inviò duemila fanti al servizio della Serenissima e rimase un buon alleato per Venezia per tutto il corso della guerra, concedendo a più riprese il permesso di far levate nei suoi territori. Il Duca di Parma allo stesso modo, già nel 1645, concesse una levata di 2000 fanti che si offrì di comandare personalmente. Nel 1650 sempre un reggimento di Parma venne inviato a Candia. Costituirà un valido aiuto alla guarnigione e, insieme ad un altro reggimento bavarese, sarà la spina della campagna condotta da Venezia per riconquistare alcuni castelli dell’isola.(19)

 

 

Un altro aiuto sostanzioso, sempre dall’interno della penisola, giunse dal Ducato di Savoia. Per ordine di Carlo Emanuele II, che sperava così di poter indurre i Veneziani a riconoscergli lo stesso trattamento e dignità delle altre teste coronate, varie truppe si recarono in aiuto ai Veneziani. Oltre a varie levate di truppe concesse tra il 1662 e il 1666, dalla Savoia, vennero inviati a Candia due reggimenti al comando del Marchese Gianfranco Villa il quale ricevette il permesso di militare al soldo della Serenissima. Licenziato dal Duca Carlo Emmanuele II venne riassunto come generale da Venezia e restò a Candia dall’aprile del 1666 fino al 21 aprile 1668. (20)

 

 

Questi aiuti non erano però privi di un prezzo per la Serenissima, i reparti di Savoia che si trovavano a Candia nei primi mesi del 1668 percepivano uno stipendio mensile di 1.800 reali. (21) Per Venezia era quindi importante ricevere aiuto, soprattutto in denaro, dalle corone di Francia e Spagna che avevano un peso specifico ben superiore ai piccoli stati italiani e potevano, in teoria, fornire aiuti più cospicui.

 

 

Convincere i Paesi d’oltralpe a invischiarsi in una guerra contro l’Impero Ottomano principalmente per difendere Creta, si dimostrò però molto più complicato di quanto non fosse stato convincere gli Stati della penisola. Neppure il richiamo a una sorta di crociata per la difesa della Cristianità che giungeva dalla Santa Sede, riuscì a suonare convincente di fronte ad altri impegni e a interessi commerciali. Venezia si risolse anche ad avviare trattative con i Principi della Transilvania e con la Persia ma senza riuscire a realizzare nulla di buono.

 

 

Nel tentativo di alleggerire la pressione sul fronte mediterraneo il governo della Serenissima tentò di finanziare i Cosacchi del Mar Nero, al fine di trascinare la Polonia in guerra con l’Impero Ottomano. Fu mandato in quel Regno il senatore Giovanni Tiepolo perché avviasse le trattative col Re di Polonia. Il piano però non ebbe successo sia per l’entità della cifra richiesta sia per il tentennamento interno alla corte polacca riguardo i pericoli di una guerra col potente vicino. (22)

 

 

Nel contempo gli ambasciatori inviati alle corti europee, pur ricevendo parole di conforto per la disgrazia capitata alla Repubblica non riuscivano a strappare appoggi ufficiali. Non è difficile immaginare che quando nel 1645 il fulmine ottomano cadde su Candia, piuttosto che su altri lidi, furono in molti a tirare un sospiro di sollievo. Forse per primi i Cavalieri di Malta convinti com’ erano che la loro isola, e non Creta, fosse il vero obbiettivo della flotta turca. Proprio per questo motivo furono tra i primi a cui Venezia si rivolse, convinta di trovare già pronte milizie da arruolare e munizioni. In realtà non vi trovò che l’aiuto della flotta dell’Ordine «essendo munita quell’isola più dal concorso d’infiniti cavalieri che da militie raccolte» (23)

 

 

Con la Spagna la situazione era complicata poiché ben altre erano le preoccupazioni del Re spagnolo. Anche quando gli ambasciatore che «disperdono i loro sudori in corte di Spagna per ottenere ordini di Sua Maestà» (24) riuscivano nel loro intento, non era detto che poi si ottenesse effettivamente qualcosa. Basti ad esempio il caso del viceré di Napoli, Duca d’Arcos, che si rifiutò di mandare le galee di Napoli in soccorso della Serenissima nel 1646. (25)

 

 

Alle rimostranze presso la corte di Spagna, l’ambasciatore veneziano si sentì rispondere che: « ben riconosceva (sua Maestà) il pregiudizio che dalle disobbedienze a suoi ordini ne risultava al proprio servizio, però ch’era fatta cosi comune quest’insolenza nel disubbidire, che non a un Duca d’Arcos solamente, ma a cento de suoi ministri avrebbe convenuto far levar in un giorno la testa, per rimediar a questo disordine delle disubbidienze. Che le congiunture de tempi non l’acconsentivano e persuadevano una dissimulata connivenza, acciò il rimedio non fosse peggiore del male.» (26)

 

 

Alla fine una lettera del Re indirizzata a Don Giovanni d’Austria riuscì a sbloccare la situazione e le galee si unirono alla flotta ausiliaria davanti Candia.

 

 

I motivi di questo stato di cose sono vari e, in alcuni casi, non scontati. Prima di tutto è bene ricordare che nel 1645 in Europa si stavano combattendo gli ultimi atti della guerra dei Trent’anni (1618-1648). L’Impero era in guerra, affiancato dalla Spagna, contro la Francia e la Svezia. Allo stesso tempo la Spagna era impegnata, ormai da 80 anni nelle Fiandre. Nel 1648 con la Pace di Westfalia ebbero fine la guerra tra Spagna e Province Unite così come la gerra dei Trent’anni. La guerra continuò però con la Francia fino al 1659, anno in cui fu firmata la Pace dei Pirenei.

 

 

Se la diplomazia veneziana non riuscì, in generale, a guadagnare alla causa della difesa di Candia le potenze europee, nemmeno dopo la conclusione della Pace dei Pirenei nel 1659, pace che avrebbe dovuto concedere maggior spazio alle richieste veneziane, fu perché sia la Francia che la Spagna uscirono decisamente provate da un periodo quasi interminabile di guerre. La Spagna in particolare, che nel corso del ‘600 vide crollare le sue pretese egemoniche, era completamente esausta.

 

 

Dal 1567 combatteva nelle Fiandre una guerra senza possibilità di vittoria che drenava in continuazione risorse economiche e che condusse ripetutamente la monarchia spagnola al default. Dopo la bancarotta del 1560 le spese di guerra, non solo quelle per le Fiandre, condussero all’impossibilità di onorare i prestiti ricevuti anche nel 1575, 1596, 1607, 1627, 1647 e nel 1653. (27)

 

 

I guai per la Spagna si spostarono sul fronte interno 5 anni prima dello scoppio della guerra di Candia quando, nel 1640, il Portogallo si ribellò dando inizio ad una guerra che terminerà solo nel 1668 con il riconoscimento della sua indipendenza dalla Corona spagnola attraverso il Trattato di Lisbona. Le spese della Corona per questo conflitto furono enormi, tra il 1649 e il 1654 il 29 per cento della spesa militare spagnola andò investito nell’armata che combatteva in Portogallo.

 

 

Come si può intuire né Filippo IV né il suo successore Carlo II avevano alcun interesse ad aprire un nuovo fronte nel Mediterraneo, contro i Turchi, per aiutare i Veneziani. Non era pensabile mettere a rischio i possedimenti Italiani e aggravare la già tragica situazione del bilancio statale per aiutare quella che era, alla fine, una concorrente nei traffici mediterranei. Di questa situazione erano ben coscienti sia gli ambasciatori veneti, che per loro tramite, il Senato.

 

 

Illuminante è un tratto della relazione al Senato fatta da Giacomo Querini, che fu ambasciatore alla corte di Spagna tra il 1653 e il 1656, in cui si sottolinea lucidamente come gli attriti generati dalla volontà della Serenissima, di mantenere le città attinenti allo stato di Milano, oltre ad impedire l’espansione spagnola in Italia, renda anche la Repubblica più una «nemica per natura»  (28) che una possibile alleata, per la Spagna.

 

 

Altre due nazioni molto coinvolte nel mercato mediterraneo erano l’Inghilterra e l’Olanda. Entrambe, per tutto il corso della guerra, continuarono i loro traffici navali con entrambi i contendenti ma senza intervenire direttamente né schierarsi mai in favore degli uni o degli altri. Perché avrebbero dovuto farlo? La guerra costituiva per quei mercanti un affare molto redditizio e garantiva che ci fosse sempre qualcuno disposto a pagare il loro prezzo per le loro merci e a noleggiare le loro navi.

 

 

All’indomani della caduta della Canea nel 1645, proprio in Olanda il Senato cercò di procurarsi gli armamenti di cui si necessitava. Le navi olandesi erano molto apprezzate per la loro robustezza così come lo erano i loro marinai e capitani. Si diede quindi ordine ad Alvise Contarini, ambasciatore straordinario al congresso di Münster, affinché contrattasse per l’arruolamento di quattromila fanti e dodici navi. (29)

 

 

L’Inghilterra, che tra il 1642 e il 1651 fu squassata dalla guerra civile, era ben poco interessata a farsi coinvolgere in un conflitto così lontano. In quest’ottica stupisce, ma neanche troppo, il fatto che la guerra a Creta destò una ben piccola impressione Oltremanica. Negli archivi inglesi si trovano pochi documenti ufficiali che contengano più che semplici accenni al conflitto. Le uniche impressioni che lasciarono tracce rilevanti furono destate: dallo scoppio della guerra nel 1645 e dai mesi finali del conflitto dal 1668 in poi. Eppure i mercanti inglesi erano pesantemente coinvolti nei mercati mediterranei e proprio su questo cercò di fare leva l’ambasciatore veneziano all’apertura delle ostilità a Creta. Un appello ufficiale al Re d’Inghilterra sottolineava gli interessi commerciali che quella corona aveva nel Mediterraneo paventando i danni, che avrebbero subiti i traffici, nel caso in cui Creta si fosse trasformata in una base ottomana, usata dai corsari e dai pirati del Bey. (30)

 

 

Nella realtà dei fatti per i mercanti inglesi, i Turchi, rappresentavano uno dei principali partner commerciali e la loro presenza a Creta non poneva particolari problemi al transito delle merci, semmai il contrario. Aiutare i Veneziani e alienarsi la benevolenza del Sultano, non era un rischio che si potesse correre a cuor leggero e questo senza considerare direttamente i guadagni straordinari che si potevano realizzare in un conflitto del genere. Le navi inglesi venivano noleggiate indifferentemente sia ai Veneziani che ai Turchi e molti capitani erano disposti a trasportare rifornimenti a Creta, a loro rischio, se adeguatamente retribuiti. Non solo navi ma anche polvere da sparo, armi, i rinomati cannoni inglesi in ferro, rifornimenti di cibo venivano comprati e venduti, senza discriminazione, ad entrambi i contendenti. Nel 1661 esasperata per l’ennesimo caso del genere in cui «per il trasporto in Candia di militie e munitioni hanno di presente i Turchi potuto havere due navi mercantili Inglesi», Venezia, per voce del suo ambasciatore Francesco Giavarina, presentò una supplica ufficiale indirizzata al Monarca inglese sottolineando come «l’inconveniente è grande e considerabile e se continua tali abusi, estremo sarebbe il pregiudizio che ne risentirebbe non solo la Repubblica ma la Cristianità tutta» (31).

 

 

Allo stesso tempo Venezia per tutta la durata della guerra fece grande uso di navi straniere, in particolare mercantili armati, olandesi e successivamente anche inglesi. La maggior parte delle navi dell’armata grossa utilizzate per mantenere il blocco dei Dardanelli erano mercantili stranieri noleggiati. Non è un caso che la necessità di schierare un maggior numero di navi pubbliche (32) si fece più pressante in corrispondenza dell’aumentata difficoltà nel reperire navi straniere. In particolare con lo scoppio della prima guerra Anglo-Olandese (1652-1654) molte navi, appartenenti a queste due nazioni, vennero ritirate dal Mediterraneo. Gli attriti tra gli equipaggi inglesi e olandesi, rimasti in servizio nella marina veneta, furono un’altra conseguenza diretta di quel conflitto. Nel dicembre del 1652 un inviato inglese giunse a Venezia con l’ordine di far partire per Livorno tutte le navi battenti la bandiera di S. Giorgio. Se ne trovavano 11 a Venezia ed il Senato ne rilasciò 7 trattenendo solo le 4 che si trovavano in bacino per lavori. (33)

 

 

Da questo punto di vista i Turchi erano molto più avanti rispetto ai loro antagonisti, poiché avevano avviato, già da tempo, la costruzione di vascelli, le così dette sultane, armate, a seconda delle dimensioni, con un numero di cannoni che andava da 35 a 60. La bontà di queste navi è dimostrata dal fatto che le tre sultane catturate in battaglia ai Dardanelli da Alvise II Mocenigo, il 10 luglio 1651, vennero inviate a Venezia per essere immesse in servizio. La discussione, per decidere se fosse opportuno ristrutturare le tre unità ed accollarsi le spese del loro mantenimento o se convenisse piuttosto continuare a noleggiare mercantili armati stranieri, in cui tutti i rischi ricadevano sull’armatore della nave, si trascinò fino al dicembre 1651, quando si concluse a favore del ripristino delle navi pubbliche. Le tre navi furono ribattezzate San Alvise, San Marco e Santissima Annunziata e i lavori costarono complessivamente meno di 33.000 ducati. (34)

 

 

La decisione fu probabilmente influenzata, tra le altre cose, dal fatto che proprio la campagna di blocco del 1651 iniziò più tardi del solito, per la difficoltà di reperire un numero sufficiente di navi da impiegarvi. Molte navi noleggiate si erano licenziate a causa dei conflitti che si erano creati tra i comandanti veneziani della flotta e i capitani delle navi straniere, oltre all’usura causata alle navi stesse dall’attività di blocco, protrattasi nelle ultime campagne. Solo a maggio fu possibile noleggiare nuovamente navi sufficienti per riprendere il blocco. (35)

 

 

Questi ultimi fatti sono ottimi esempi, se ce ne fosse bisogno, di come i conflitti in corso in tutta Europa influenzavano il mercato della guerra, ma erano a loro volta influenzati dalla prestazione dei privati. L’affidamento, che Venezia faceva, sul noleggio di navi private per operazioni di guerra, pur sgravando il pubblico dai costi insostenibili, che una flotta di quelle dimensioni avrebbe comportato, lo rendevano anche soggetto all’ondivaga disponibilità degli armatori stranieri. Allo stesso modo, se la disponibilità di soldati non fu quasi mai un problema, il loro costo di arruolamento e la loro qualità oscillarono a seconda che vi fossero o meno altre guerre più “attraenti” da combattere.

 

 

Quale incentivo poteva avere combattere per Venezia in un assedio in cui non vi è possibilità di far bottino, con i rischi del relativo viaggio per mare e del clima malsano e la fama poco lusinghiera di Candia come luogo in cui molti vanno ma da cui quasi nessuno ritorna, quando altri teatri erano più favorevoli? In determinati momenti la “fama” che Candia si era fatta fu un grosso problema per la Serenissima e i suoi reclutatori, come vedremo in un capitolo successivo.

 

 

Era dallo stato, al momento più potente in Europa, la Francia, che forse a Venezia si sperava di ricevere il sostegno maggiore. Dall’ambasciatore d’Oltralpe si ebbero però solo vaghe promesse, di aiuto e di pressioni diplomatiche presso la corte del Sultano a Costantinopoli, il permesso di fare levate sul suolo francese e un contributo di 100.000 scudi. (36) Un po’ poco rispetto a quelle che erano le aspettative della Serenissima. Come scrive l’ambasciatore ordinario in Francia, Giovanni Battista Nani, nella sua relazione al Senato, nonostante potesse fare di più va comunque riconosciuto alla Francia di aver fatto più di ogni altro in termini di denaro, levate e navi. In effetti però gli aiuti furono scarsi, lenti e decisamente inferiori alle aspettative «Nella guerra presente della serenità Vostra non si è trovato né il compatimento, né il soccorso che l’occasione richiedeva». (37)

 

 

Inoltre quando apparve chiaro che la caduta di Creta non sarebbe stato un fatto rapido e «che la Repubblica poteva resistere qualche anno al Turco, i soccorsi si sono rallentati, le concessioni di gente per la difesa col proprio denaro sospese» (38)

 

 

Battista Nani si spinge poi fino a insinuare il sospetto che lo scoppio della guerra, se non direttamente fomentato dalla corona Francese non fosse stato affatto una sorpresa e capitasse anzi molto comodo. A supporto di quanto si sussurra viene fatto rilevare come la notizia della guerra fosse giunta a Venezia prima attraverso il Mazzarino, informatone dall’ambasciatore francese presso La Porta. Sorge in Nani la domanda del perché «l’istessa carità e corrispondenza dovuta non si usasse con l’eccellentissimo Bailo dall’ambasciator alla Porta» (39).

 

 

La Francia era addirittura formalmente alleata dell’Impero Ottomano col quale intratteneva fitti traffici commerciali avendo, insieme all’Inghilterra, una posizione privilegiata nei suoi mercati. Va sottolineato che l’alleanza tra Luigi XIV e Maometto IV non impedì al Monarca francese di inviare un contingente di 6000 uomini in aiuto dell’Imperatore Leopoldo I nel 1663 allo scoppio della guerra Austro-Turca del 1663-1664 divampata dopo l’invasione dell’Ungheria condotta dal Gran Visir Köprülü Fazil Ahmet alla testa di un esercito di 100.000 uomini.

 

 

Lo scoppio di questo conflitto portò indirettamente sollievo alle forze veneziane che difendevano Candia poiché distolse l’attenzione della Sublime Porta dando respiro alla città assediata. Il contingente francese combatté nella battaglia di Mogersdorf, sotto il comando del generale imperiale Raimondo Montecuccoli. La vittoria imperiale pose fine alla guerra e portò alla firma della Pace di Eisenburg il 10 agosto 1664. Il gioco di equilibrio che la Francia portò avanti con l’Impero Ottomano utilizzandolo in funzione anti-Austriaca doveva mantenersi appunto in equilibrio per continuare a tenere l’attenzione degli Asburgo in quello scacchiere.

 

 

Alla base della volontà, da parte Francese, di evitare una rottura aperta con l’Impero Ottomano vi sono gli enormi interessi commerciali derivanti dai traffici mercantili in levante.

 

 

Una guerra aperta avrebbe danneggiato enormemente i commerci, oltre a costituire una spesa che la Monarchia francese non aveva intenzione di affrontare. Il Nani riassume perfettamente la posizione francese quando dice che «Quello che precisamente può dirsi è che per la guerra del Turco la Serenità Vostra non ha dalla Francia che attendere. Non alcun passo favorevole al trattato di pace. Non la guerra d’Italia rallentata in qualche parte. Se la pace generale seguisse non possono esser migliori le intenzioni e promesse della Regina e di tutt’i ministri di assistere la Serenità Vostra con tutte le forze.» (40) e poco oltre «Vano è il credere che sia la Francia mai per rompere scopertamente col Turco, e difficile assai da sperarsi che voglia impiegarvi le forze, perché resterà ella ancora con le debolezze, ne vorrà per altri estenuarsi d’oro e di gente». (41)

 

 

Solo nel 1660 un giovanissimo re Luigi XIV acconsentirà all’invio di un contingente di 4000 uomini, tra fanti e cavalieri. L’accordo fu lungamente concertato e particolare cura venne utilizzata per mascherare, almeno formalmente, la provenienza delle truppe.

 

 

Di nuovo nel 1668 il re di Francia decise di permettere la partenza di un contingente di volontari e l’anno successivo di un grosso corpo di spedizione. (42)  Il primo dei due contingenti che mise piede a Candia fu un reparto composto da soldati arruolatisi volontari agli ordini del Visconte d’Aubusson Francois De la Fueillade.

 

 

Questo corpo volontario doveva combattere sotto la bandiera di Malta, sempre per dissimulare la loro provenienza al Turco. (43) Si trattava perlopiù di giovani ufficiali e venturieri: gentiluomini e figli cadetti appartenenti all’aristocrazia, in qualche caso alle più importanti famiglie di Francia, ansiosi di guadagnarsi fama e gloria sul campo. L’epica cavalleresca della guerra in Levante contro il Turco costituì la spinta principale di questo corpo. Ognuno di loro era accompagnato da un servitore che aveva compito di aiutare il suo signore e di portargli le armi. Venezia si accollò parte delle spese per il loro mantenimento e metà del loro stipendio mentre il resto veniva pagato dal Visconte De la Fueillade.

 

 

Partiti il 25 settembre 1668 arrivarono a Candia il primo novembre e furono posti a presidiare la breccia vicina al bastione S. Andrea. I giovani nobili francesi non ci misero molto per stancarsi del genere di guerra, a cui non erano psicologicamente preparati, che si combatteva sui bastioni di Candia. Nessuna azione gloriosa in cui affrontare all’arma bianca il nemico bensì giorni e notti di guardia col costante pericolo delle mine, dei colpi di cannone e delle granate che uccidevano senza alcuna gloria. Il lento stillicidio della guerra di posizione non era ciò che erano venuti a cercare, perciò iniziarono a fare pressione presso i loro comandanti per spingerli a intraprendere qualche sortita. Quando il De Fueillade propose ai comandanti veneziani una sortita generale contro le posizioni turche di fronte al bastione S. Andrea dovettero guardarlo come un pazzo furioso. Quand’anche si fosse potuto conquistare quelle trincee la guarnigione della città non era abbastanza numerosa né per tenerle né per distruggerle «in a word they (Venetians) wanted soldiers much more then ground». (44)

 

 

I Francesi insistettero e condussero ugualmente la loro sortita, il 16 dicembre uscirono dalle mura con le loro quattro brigate mentre un centinaio di uomini, assegnatigli dal Morosini, si occupava di guidarli e di proteggere la breccia alle loro spalle; erano un totale di 450 fanti. L’impeto iniziale e la sorpresa valse la conquista di alcune posizioni nemiche ma furono costretti a ritirarsi quando la pressione numerica del nemico rese insostenibile la loro posizione. Le perdite furono pesanti e una ventina di giorni più tardi, i Francesi superstiti, ripartirono per fare ritorno in patria. Dei 600 gentiluomini arrivati a Candia in novembre ne ripartirono, due mesi dopo, solamente 230 compresi una cinquantina tra feriti e ammalati.

 

 

Nel contempo terminava in Francia la guerra di devoluzione e quindi Luigi XIV acconsentì ad inviare a Candia un grosso contingente di aiuto. Questo corpo di spedizione doveva combattere sotto la bandiera dello Stato Pontificio per non inimicarsi apertamente i Turchi. Nell’estrema necessità in cui versava, Venezia accettò formalmente che il comando supremo fosse affidato al nipote del Papa Vincenzo Rospigliosi. Le forze francesi, circa 6000 uomini al comando di François de Beaufort restarono a Candia solo alcuni mesi senza che il loro contributo fosse in qualche modo decisivo. Come per il contingente di Monsieur de la Feuillade anche in questo caso i comandanti francesi spingevano per una sortita generale che si sarebbe dovuta fare con l’appoggio della guarnigione veneziana. Morosini non aveva al suo comando più di 3500 uomini, non abbastanza per far delle sortite. Ciò nonostante prevalse l’opinione dei Francesi e la sortita fu fatta il 25 giugno dal lato della bastione della Sabbionara.

 

 

Dopo aver travolto le prime posizioni turche e conquistato alcune batterie le truppe francesi si diedero alla fuga. L’improvvisa esplosione di una batteria turca seminò il panico facendo pensare a delle mine. La scomposta ritirata, anche se fuga sarebbe un termine più appropriato, costò al contingente oltre Alpino circa 800 uomini. Fallita l’iniziativa terrestre si cercò di ricorrere alla forza navale. La flotta francese unita a quella alleata partecipò quindi ad uno spettacolare quanto inutile bombardamento delle posizioni turche, il cui unico risultato fu l’esplosione, con conseguente affondamento, della nave francese Théresè per un incidente nella santa barbara.

 

 

In seguito ai dissapori con i comandanti veneziani susseguenti a queste e ad altre operazioni fallite i Francesi lasciarono Candia il 20 agosto 1669. Lasciando la città praticamente indifesa, si arrenderà infatti il 6 settembre 1669.

 

 

Venezia, come abbiamo visto, ricevette vari aiuti dagli Stati con cui intratteneva rapporti diplomatici anche se non nella quantità e soprattutto non nel modo che le sarebbero stati necessari. Il problema non era tanto l’importanza numerica dei vari contingenti né la disponibilità dei vari governanti a concedere l’arruolamento di soldati nei rispettivi stati, ma il fatto che spettasse alla Serenissima pagarne il conto. E Venezia era proprio il denaro ciò di cui aveva più bisogno. Vedremo in un capitolo successivo in che misura ciò avveniva. Basti dire, per ora, che era l’aspetto economico a causare problemi ai comandanti della Serenissima e la continua mancanza di denaro ciò che ne minava lo sforzo bellico ben più della difficoltà nell’arruolare combattenti.

 

 

Note

17 - Andrea Valier, Historia della Guerra di Candia pag.46

18 - Ibidem, Pag. 23

19 - ASV, senato, Dispacci, Ptm 546, 18 maggio 1650

20 - ASV, Senato, Dispacci, Capi da guerra busta 9, Gianfranco Villa

21 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 556, 2 aprile 1668

22 - Andrea Valier, Historia della Guerra di Candia. Pag. 39

23 - Ibidem, Pag. 38

24 - Relazioni ambasciatori veneti al Senato a cura di Luigi Firpo Volume X Spagna (1635 1738), Bottega d’Erasmo, Torino 1979. Relazione di Spagna di Girolamo Giustinian ambasciatore a Filippo IV dall’anno 1643 al 1649. Pag. 135

25 - Ibidem

26 - Ibidem

27 - Geoffrey Parker, The army of Flanders and the Spanish Road 1567-1659, Cambridge University Press, New York Usa 1972. Pag. 150.

28 - Relazioni ambasciatori veneti al Senato a cura di Luigi Firpo Volume X Spagna (1635 1738), Bottega d’Erasmo, Torino 1979. Relazione di Spagna di Giacomo Querini ambasciatore a Filippo IV dall’anno 1653 al 1656. Pag.251.

29 - Andrea Valier, Historia della Guerra di Candia. Pag. 31.

30 - NA, SP 99/45/177; 12 Oct. 1660

31 - NA, SP 99/45/154; 10 April 1661

32 - Le navi pubbliche altrimenti definite navi statali erano vascelli di proprietà della Repubblica che ne amministrava direttamente il servizio. Sono normalmente contrapposte alle navi noleggiate, cioè navi straniere che servivano nella flotta veneta dietro pagamento di un canone mensile.

33 - ASV, Senato, Rettori, filza 36 26.12.1652 anche in Guido Candiani, I vascelli della Serenissima, Istituto veneto di scienze Lettere ed Arti, Venezia 2009, pag.41

34 - Guido Candiani, I vascelli della Serenissima, Istituto Veneto di Scienze delle arti, Venezia 2009, Pag. 37

35 - Andrea Valier, Historia della Guerra di Candia pag.260

36 - Ibidem, Pag. 42

37 - Relazioni ambasciatori veneti al Senato a cura di Luigi Firpo Volume X Spagna (1635 1738) Bottega d’Erasmo Torino 1979, Relazione di Francia di Giovanni Battista Nani ambasciatore ordinario a Luigi XIV dall’anno 1644 al 1648

38 - Ibidem

39 - Ibidem

40 - Ibidem

41 - Ibidem

42 - Già in passato singole compagnie di fanti francesi erano state arruolate e mandate a Candia ma si trattava di mercenari arruolati e pagati da Venezia e non, come in questo caso, di forze regolari che combatterono a Candia a proprie spese.

43 - A journal of the expedition of monsieur De La Fueillade, For the Relief of Candia, Written in French (by way of letter) by a Gentleman who was a voluntiere in that service: and faithfully englished, Printed for Williams at the Bille in Little Brittain, and F. Starkey at the Miter in Fleet Street near Temple-Bar, London 1670.

44 - Ibidem, Pag.37