UNIVERSITA' DI VENEZIA - Corso di Laurea magistrale in Storia dal Medioevo all’Età Contemporanea - Tesi di Laurea

L’Esercito veneziano e la difesa di Candia 1645-1669 - Il costo di una vittoria mancata

Relatore Ch. Prof. Luciano Pezzolo

Laureando Roberto Vaccher

 

1) Il mito veneziano: il secolo di ferro e la guerra di Candia

Quando Vendramin Bianchi, segretario dell’ambasciatore veneziano Carlo Ruzzini al congresso di Passarowitz, coniò la dicitura “secolo di ferro” difficilmente avrebbe potuto trovare un’immagine più evocativa per descrivere il periodo di conflitti appena conclusosi. Nel corso dei circa settant’anni appena trascorsi la Serenissima Repubblica di Venezia combatté, quattro guerre intervallate da undici anni di “pace armata” (5).

 

In questo periodo poté godere solo di brevi intervalli che assommano a meno di vent’anni di vera pace, tra le guerre di Castro(1643-1644), di Candia (1645-1669) e le due guerre di Morea(1684-1699). Il mito di Venezia, si configurò in molti modi in epoche diverse, in alcune occasioni, con l’immagine di Venezia-Stato di libertà, altre con la città lagunare chiamata ad incarnare l’ideale dello Stato misto, perfetta forma di governo repubblicana, in un periodo di monarchie assolute.

 

 

La storiografia si è soffermata in maniera molto approfondita sul lungo ‘500 veneziano, che vede un ruolo ancora preminente, della città lagunare, nel panorama europeo e il ‘700 in cui l’immagine è quella di uno stato che ha perso il treno del progresso e del rinnovamento. Guardando al pieno ‘600 e, in particolare, ai settant’anni del secolo di ferro possiamo vedere il formarsi di un’immagine diversa di Venezia. Il ritratto della città che combatte strenuamente contro il Turco una partita mortale per la vita e per la stessa Cristianità, stride profondamente con la Venezia dormiente e con la neutralità ostentata, quasi di apatia istituzionale, che si concluderà a Campoformio. A ben vedere è appunto solo l’immagine a stridere, mascherando i molti elementi di continuità tra i due periodi.

 

 

A partire dalla battaglia di Lepanto, gli scontri tra Venezia e l’Impero Ottomano, assunsero, assieme alla cornice europea, un’aura particolare. La vittoria a Lepanto propagandata nei Paesi cristiani, come il brillante successo militare sulle forze ottomane, viene invece percepita dai Turchi solo come una tra le tante battaglie combattute dall’Impero. Il Gran Visir Sokollu, in un dialogo col bailo veneziano, avrebbe paragonato la sconfitta di Lepanto al taglio della barba e la perdita veneziana di Cipro col taglio di un braccio. Il braccio, diceva, non crescerà più alla Repubblica, mentre sul mento del Sultano la barba crescerà più folta di prima.

 

 

Vero o presunto questo dialogo ritrae perfettamente la visione turca, Venezia aveva perso Cipro e, di fatto, la guerra non riuscendo a sfruttare la vittoria ottenuta a Lepanto. Per l’Impero Ottomano Lepanto non rappresentò la fine dell’espansione mediterranea né quella dei suoi successi militari. Per Venezia invece la perdita di Cipro segnò l’inizio di una contrazione territoriale che, escludendo la parentesi della guerra in Morea, sarà irreversibile.

 

 

Nel periodo di pace intercorso tra i due conflitti lo Stato Marciano sperimentò alcuni momenti di crisi politica e di riforma, la necessità di riequilibrare i rapporti di potere, all’interno del governo e tra i vari organi che lo componevano, sono evidenziati dalle riforme tese a limitare i poteri del Consiglio dei Dieci. Ne sono un esempio l’abolizione della Zonta nel 1582 e la riaffermazione del potere di intromissione degli Avogadori sui provvedimenti del Consiglio dei Dieci per limitarne gli sconfinamenti. Come anche la riforma del 1628 tesa e ribadire ancora una volta la separazione tra le funzioni di governo e quelle del Consiglio dei Dieci.

 

 

Quello che emerge è la difficoltà di rapporto tra i pochi soggetti che tenevano le file del potere e il grande numero dei patrizi che componevano il Senato. Tutto ciò non può non essersi riflettuto sulla compattezza del patriziato e sul suo attaccamento allo Stato.

 

 

Morire per Candia divenne quasi una necessità per un patriziato in crisi di identità la cui vocazione e legame col mare andava sempre più assottigliandosi in favore delle sicure rendite offerte dai latifondi in terraferma. Pur al comando di una flotta composta quasi totalmente da navi straniere, i Capitani da Mar veneziani si coprirono di gloria mettendo in atto il primo blocco continuato della storia e sconfiggendo in varie battaglie la flotta ottomana.

 

 

Eccolo un altro degli elementi principali del mito veneziano che vorrebbe una classe dirigente di patrizi e mercanti che, invincibile sul mare, è invece passiva, fino alla viltà, per terra. E i fatti non smentiscono questa visione. Venezia intimorita e stordita dall’attacco ottomano vacilla e arretra cedendo terreno. Viene perso tutto l’entroterra cretese, si riesce ad aggrapparsi solo alle fortezze costiere, in particolare a Candia.

 

 

In effetti l’impressione, in quei primi mesi di guerra, è che le armate del Sultano ingoieranno Candia e tutti i suoi difensori in un solo boccone. Voci che serpeggiano, ma che nessuno ha il coraggio di proferire ad alta voce, vorrebbero che si percorresse da subito la via diplomatica cedendo l’isola prima di rovinarsi per difenderla. Questa mal sopita incertezza politica si riflette anche nelle voci che correvano per Candia stessa «Senza aiuti di denaro si vien ad abbandonar il regno nel punto di poterlo salvare. Alcuno di malanimo proferisce strani concetti che si perderà Candia da sé per non cederla», scriverà il Provveditore alle armi in Regno Nicolò Dolfin, quasi un motto d’accusa per gli aiuti che non si vedono e i soldi che non ci sono.(6)

 

 

Anche la nobiltà, di fronte alla voracità della guerra, si deve piegare alla necessità contingente. Il grande bisogno di denaro trova sponda nella richiesta di alcune famiglie di poter essere ammesse in Senato dietro pagamento di una grossa somma di denaro da destinare alla guerra.

 

 

Subito il Senato si divide: «Dunque mentre i principi ci abbandonano, ricuseremo l’assistenza de privati? Quante gravezze sariano necessarie per unir trecentomila ducati, con tanto danno de mediocri, e total rovina de poveri? E pure, quando si rigetti l’offerta, a queste bisogna dar di mano, a queste bisogna applicar l’animo.» (7)

 

 

Questo il punto centrale della questione: fa molto comodo il denaro che le annessioni possono portare ma mal si tollerano i nuovi nobili. La prima votazione è contraria all’annessione, nonostante si cerchi di farne un problema di nobiltà e di principio, la vera ragione sembra essere più un problema di forma che di sostanza. Con alcune correzioni e dietro la spinta delle crescenti spese di guerra, ben presto si riapre la questione che questa volta viene accolta.

 

 

Per mare invece la Repubblica contrattacca animosamente mettendo in difficoltà la flotta ottomana e costringendola a non uscire dai porti per tutto il 1650. Le vittorie per mare risollevano lo spirito, se non le sorti della guerra, dove vincere delle battaglie non è abbastanza. Giacomo da Riva, il 12 maggio del 1649 nelle acque di fronte a Focchies, affrontò con 19 navi, ben 72 galee, 20 navi e 10 maone ottomane. Nella sconfitta i Turchi persero 10 vascelli e 4 maone.

 

 

Quando nel 1651 la flotta turca trovò nuovamente il coraggio di prendere il mare venne intercettata da quella veneziana guidata da Alvise Tommaso Mocenigo. Quest’ultimo, a capo di una flotta di 28 vascelli, 6 galeazze e 24 galee, affrontò la flotta turca, forte di 53 galee, 6 maone e 55 vascelli (di cui però solo 37 armati), sconfiggendola in uno scontro che durò dal 7 al 10 luglio del 1651. A quest’ultima battaglia parteciparono, in veste di semplici capitani, molti di coloro che si distingueranno negli anni successivi come: Lazzaro Mocenigo, Lorenzo Marcello e Francesco Morosini.

 

 

Nella battaglia i Turchi persero 16 navi e una maona. Sfortunatamente nessuna delle 72 galee turche venne né catturata né affondata. (8) In questo modo rimaneva in mano turca il principale strumento per continuare a traghettare rinforzi a Creta. Di conseguenza la battaglia non ebbe praticamente nessun impatto nella condotta delle operazioni terrestri.

 

 

Nel 1652 si tentò la via diplomatica per mettere fine a una guerra che era già costata un capitale e che non prometteva una facile conclusione. Giovanni Cappello fu mandato a Costantinopoli; appena divenne chiaro al Sultano che la Serenissima non aveva nessuna intenzione di mettere sul tavolo delle trattative la cessione dell’isola, il Cappello fu arrestato. Anche le successive operazioni militari sul mare continuarono a vedere quasi sempre vittoriosa la flotta veneziana. Il 17 maggio 1654 la flotta turca che si presentò ai Dardanelli per forzare il blocco era preparata a dar battaglia e non solo a cercare di sgusciare via.

 

 

Forte di 40 galee 6 maone e 30 navi trovò ad attenderla la flotta veneziana, guidata da Iseppo Dolfin e da Daniele Morosini, con 16 navi, 2 galeazze e varie galee. Lo scontro che ne seguì fu estremamente caotico ma possiamo dire che, a uscirne vincitori, furono i Turchi che riuscirono a forzare il blocco. La flotta veneziana, ricevuti rinforzi cercò nuovamente di intercettare gli Ottomani che però, utilizzando le sole galee, riuscirono nuovamente ad eluderla e a far arrivare rifornimenti e rinforzi a Creta.

 

 

Fu questo l’unica sconfitta che Venezia subì sul mare nel corso della guerra. Già l’anno successivo Lazzaro Mocenigo inflisse una nuova sconfitta alla flotta ottomana il 21 giugno del 1655. Anche in questo caso però non si trattò di una vittoria completa, perché la scarsità delle unità a remi non permise di annientare completamente il nemico. L’anno successivo è la volta di Lorenzo Marcello di sconfiggere gli Ottomani, pur perdendo la vita nello scontro.

 

 

L’epica vittoria costò ai Turchi la quasi totalità della flotta: 28 navi, 5 maone e 45 galee. La vittoria fu festeggiata a Venezia ed il Marcello, i cui parenti rifiuteranno di prendere il lutto, osannato. Lo scontro è paragonabile a quello di Lepanto per il danno subito dalle forze del Sultano, nonché per i suoi effetti sul risultato finale del conflitto. Cioè praticamente nessuno. Invece di attaccare la Canea, per sottrarre ai Turchi l’unico porto importante di Creta in loro possesso, le navi veneziano attaccarono e conquistarono le due isole di Lemno e Tenedo, poste all’imbocco dei Dardanelli. Se le due isole erano utili come basi di appoggio nei mesi in cui la flotta veneziana manteneva il blocco, restavano però esposte agli attacchi  nemici, quando quest’ultima non si trovava in quelle acque.

 

 

La vittoria del 20 luglio 1657 fu nuovamente incompleta. Inoltre lo stesso Lazzaro Mocenigo perse la vita quando la santa barbara della sua galea generalizia fu centrata dal colpo di una batteria costiera, facendo esplodere la nave. Possiamo considerare proprio gli anni intorno al 1657 come il punto di svolta del conflitto. In un certo senso è in questo momento che Venezia perde la grande occasione di trasformare il predominio sul mare in un reale vantaggio terrestre.

 

 

La risposta di Venezia arriverà troppo tardi: quando nel 1660 proverà con uno sbarco dal mare a riprendere la Canea, sarà già troppo tardi. In qualche modo anche in Senato ci si rende conto della situazione e una parte dei patrizi avanza l’idea che, forse, è il caso di approfittare della situazione di incertezza per avanzare proposte di pace. Magari addirittura cedere l’isola se questo può porre fine allo stillicidio di risorse. Si fa notare che il conflitto è già costato una fortuna, molto più del famoso braccio amputato a Cipro.

 

 

L’importanza economica di Creta risiedeva più che altro nei suoi scali, poiché il gettito fiscale dell’isola non copriva nemmeno il mantenimento del suo apparato difensivo in tempo di pace. Ed anche da questo punto di vista l’apporto degli arsenali era funzionale più che altro alla flotta militare. Il traffico mercantile andava sempre più contraendosi, rendendo evidente quanto il patriziato fosse ormai molto più orientato verso le rendite fondiarie che verso il commercio col Levante. Eppure non basta ragionare in termini economici quando c’è di mezzo il prestigio dello Stato e nello specifico forse anche la sua regalità. Perché questo è uno dei nodi della questione: persa Cipro, Il Regno di Candia è l’unico possedimento in grado di garantire a Venezia il prestigio regio. Sarà ancora regina Venezia se dalla corona le viene strappato l’ultimo gioiello che la orna?

 

 

Ne è convinto il Doge Bertucci Valier, fautore di una pace che sgraverebbe la Serenissima dai costi di una guerra sempre più insostenibile. Insostenibile tanto più che sempre più flebili si fanno le speranze di vincerla. A che serve quindi combattere e impoverire lo Stato se alla fine non vi è speranza di vittoria?

 

«si trova necessario per continuar la vita al corpo della Repubblica recidere un braccio prima piagato, e poscia incancherito, altrimenti questa infettione violenta penetrerà fino al cuore, e farà restar un cadavere esangue la pubblica libertà…Tutto consiste nella ricuperatione di Canea; e in dodici anni con forze maggiori delle presenti, e forse delle venture, non ci siamo mai ridotti ne meno in speranza d’attaccarla». (9)

 

 

Dunque meglio tagliare anche l’altro braccio prima che la cancrena arrivi al cuore. Prima che la lunghezza del conflitto, che va a solo vantaggio del Sultano, consumi da sola la forza della Serenissima come è già accaduto per le sue galee «ridotte in numero così ristretto che fa orrore il nominarlo», e come rischia di accadere per i fondamenti stessi dello Stato. In fondo, continua il Doge, si tratterebbe solo di cedere «un’ombra» poiché oramai, dall’inizio dell’invasione, nulla da essa si ricava ma tutto per essa si sacrifica. Oltre il Regno, oltre la corona vi è la regalità e la nobiltà e queste Venezia, secondo il Valier le ha per se stessa senza bisogno che nessun lembo di terra le giustifichi.

 

 

Di avviso completamente opposto gli si oppone in senato il futuro Doge e attuale Savio del Consiglio Giovanni Pesaro. Per il quale se Venezia vuole fregiarsi del titolo di regina non può e non deve rinunciare volontariamente al Regno. Se si vuole restare nell’Olimpo delle teste coronate non ci si può disfare della corona e per maggior sfregio gettarla ai piedi di un nemico che da sempre brama la rovina della Repubblica. Un conto è perderla per la forza nemica, il che lascerebbe la Repubblica dal lato della “ragione”, ben altra cosa rinunciarvi, il che porterebbe anche a rinunciare a tutte le «pretenzioni».

 

 

Cosa fungerà da antemurale del golfo di Venezia una volta caduta Candia? E se anche si consegnasse Creta chi assicurerebbe la Repubblica che la guerra non si sposterebbe più vicina alla madrepatria?

 

 

Il Pesaro si spinge a sostenere come il conflitto a Candia fosse funzionale alla difesa della terraferma veneta. Infatti dal suo punto di vista combattendo in Levante contro i Turchi, Venezia, si assicurava contro le mire e le minacce dei Francesi e degli Spagnoli in Italia. In questo modo innesta nel dialogo sull’importanza del Regno una visione strategica globale. Sembra essere una mossa vincente poiché il Senato si dimostrò favorevole alla prosecuzione del conflitto. E subito ecco lo stesso Pesaro donare alla difesa di Candia 5.000 ducati e di conseguenza rispondergli il Valier, che in qualità di Doge, non può essere da meno, che di ducati ne dona 10.000. Si tratta di cifre generose ma che sono poca cosa per chi poteva permettersi ben altre spese, al gioco o nei propri possedimenti. (10)

 

 

Emerge in questo contesto il gusto, che potremmo definire amaro, dell’epica del secolo di ferro. Un’epica che non è per nulla sbagliato ritenere obbligata per Venezia. Come non vi era stata scelta nel conflitto di Cipro non ve ne fu nemmeno per Candia. L’aggressione ottomana, figlia di una chiara politica espansionistica, non lasciò nessuno spazio di manovra a Venezia. Nonostante i tentativi fatti per evitare la guerra, il conflitto scoppiò ugualmente, investendo ogni aspetto dello Stato Marciano.

 

 

Cedere l’isola senza combattere non era una scelta percorribile se si voleva mantenere il prestigio e la libertà dello Stato. Libertà che, richiamata spesso nei discorsi dei Senatori, riportati nelle loro narrazioni del conflitto sia da Andrea Valier che da Battista Nani, costituisce uno dei punti fondanti del mito di Venezia.

 

 

Il conflitto per Candia, la sua strenua difesa e l’interminabile assedio crearono un’aurea quasi mitica attorno al conflitto. Mitica l’aurea perché l’assedio di epico ebbe ben poco, soprattutto per chi dovette sostenerlo. La città si consumò lentamente attendendo un assalto che sembrava non arrivare mai. Nelle buie profondità delle gallerie di mina, scavate sotto la città e le opere difensive si combatté una guerra brutale, quanto, se non di più, di quella in superfice. Ventidue anni di blocco terrestre all’interno dei quali si contarono due grandi assedi e centinaia di attacchi minori, scaramucce e imboscate.

 

 

Candia, travagliata in molti casi più dall’interno che dall’esterno, sembrava quasi muta spettatrice della sua sorte. Gli ultimi anni dell’assedio destarono commozione e interesse in tutta Europa, non tanto per le sorti del dominio veneziano sull’isola, quanto per l’epico scontro che si combatteva sulle mura e sui baluardi di Candia; una guarnigione cristiana, enormemente inferiore di numero, teneva testa alle forze del Sultano.

 

 

Nel 1668 il generale oltramontano Friedrich von Spaar scrisse che «tutti i buoni soldati dovrebbero recarsi a Candia per raffinarsi nell’arte della guerra». Candia divenne, in un certo senso, il Campo di Marte d’Europa: esercitava infatti un’attrazione enorme verso volontari e militari ansiosi di misurarsi nella cornice di quel conflitto. Ne sono un esempio i 600 cavalieri francesi che vi si recarono nel novembre del 1668 agli ordini di Monsieur de la Feuillade. Questi soldati erano in buona parte gentiluomini, figli cadetti di alcune delle più importanti famiglie di Francia.

 

 

Costoro che si recarono a Candia in cerca di gloria, novella incarnazione dell’ideale cavalleresco, ci vengono descritti dal colonnello Bigge, nel suo volume sugli ultimi 3 anni dell’assedio di Candia, come «adorni di merletti profumati e con un motto scherzoso sul labbro, rendevano estatico il mondo intero con il loro coraggio» (11).

 

 

La loro impazienza e la continua ricerca dell’azione eroica è ben visibile nei resoconti che ci sono rimasti. Non si trattava di truppe adatte ad una guerra di posizione ed infatti dopo varie insistenze, ottenuto il permesso per una sortita in forze, andarono incontro al loro fato attaccando, con una sortita, le posizioni turche. Forzati a ritirarsi molti di loro restarono sul campo. Il flusso di volontari di ogni nazionalità fu, in alcuni momenti, più di impaccio ai Veneziani che di aiuto. Costituivano bocche in più da sfamare, erano indisciplinati e creavano confusione. Venezia avrebbe avuto bisogno di interi reparti ben addestrati e armati più che di singoli individui.

 

 

Tra coloro che si recarono a Candia per “vedere la guerra” vi fu anche Thomas Lynch (12), inviato a Creta da Lord Arlinghton (13), a dimostrazione dell’attenzione dei governi europei per la situazione cretese. Thomas Lynch scrisse una lettera da Creta descrivendo due degli episodi più rappresentativi degli ultimi mesi di assedio: il fallimento della grande sortita francese del 1669 e del bombardamento delle posizioni turche da parte di tutta la flotta. Dopo circa venti giorni ripartì per Venezia giudicando, a ragione, che la fine della città fosse vicina.

 

 

I contemporanei che scrissero riguardo alla guerra di Candia e sull’assedio della città omonima, non trovarono altro paragone adatto, data la durata e la ferocia dell’assedio, che quello con la guerra di Troia. Anche quello, scontro di civiltà oltre che di popoli. La rappresentazione del conflitto era importante almeno quanto le sue motivazioni reali, ecco che l’Impero Ottomano diventava un’idra alata, le cui sette teste si divorano a vicenda, sotto il cui peso sono intrappolati una leonessa, un orso e un leopardo. Questi ultimi simboleggiano le popolazioni dei Medi, dei Parti e dei Greci.

 

Così viene raffigurato allegoricamente l’impero Ottomano nel panorama di Costantinopoli di Niccolò Guidalotto da Mondavio del 1662. Quest’opera fu realizzata durante la guerra di Candia, con chiari intenti propagandistici e anti-Ottomani. L’autore la donò al Papa Alessandro VII, la Chiesa rappresentata come l’arcangelo Michele, avrebbe dovuto essere spinta ad agire in difesa della Cristianità o meglio di Venezia.(14)

 

 

La stessa Serenissima era vista, da una lunga serie di teorie “escatologiche”, come il nascente Impero Universale, al servizio della seconda venuta di Cristo, contrapposto a un Impero Ottomano in cui non occorreva molta fantasia per indovinare l’Anticristo. Con lo scoppio della guerra di Candia prese nuovo vigore tutto quel filone di trattatistica che mirava a preannunciare la vittoria di Venezia e che era particolarmente fiorita negli anni successivi alla battaglia di Lepanto. Fanno parte di questi lavori opere come il Discorso della futura e sperata vittoria contra il Turcho di Giovanni Battista Nazari o anche il Pronostico et giudicio universale del presente anno 1572 di Luigi Grotto.(15)

 

 

Dopo lo scoppio della guerra di Candia si ebbe una nuova ondata di pubblicazioni di questo carattere. Molte di esse riprendevano le profezie del mistico Gioacchino da Fiore (1135-1202) arricchendole di nuove interpretazioni e commenti, sempre mantenendo la visione escatologica che voleva Venezia come forza della salvezza contrapposta agli infedeli. Come non restare scettici di fronte a tali profezie? Eppure anche il Senato non sembrava immune dalla suggestione religiosa di quel clima. Del resto era difficile non rimanere impressionati di fronte ai gravi rovesci dei primi due anni di guerra.

 

 

Sarà anche per questo che il Senato, imboccato dalle insistenze di una monaca, Maria Benedetta De’ Rossi, Badessa alle Grazie di Burano, deliberò la costruzione di una chiesa votiva. Santa Maria del Pianto appunto, non un profetico quanto macabro gioco di parole, ma piuttosto un ossequio alla Vergine Addolorata. Appare manifesto come la realizzazione della chiesa, sia percepita dal Senato, come naturale conseguenza alla grave situazione della guerra di Candia e come segnale che la salvezza della Repubblica debba attendersi proprio dalla Divina Provvidenza.(16)

 

 

La chiesa fu consacrata solo il 7 maggio 1687, anno non scelto a caso poiché è lo stesso della consacrazione della Madonna della Salute, realizzata anch’essa per celebrare un conflitto, questa volta vittorioso: si trattava infatti della prima guerra di Morea che per l’epica veneziana riscatta, in un certo modo, la sconfitta di Candia. Un Regno, quello di Morea che può ridare a Venezia quel posto di Regina tra i Regnanti a cui aspirava.

 

 

Il 30 agosto 1669 il capitano generale da mar Morosini decise la resa della città. Il 26 settembre vide l’abbandono di Candia da parte della guarnigione e dello stesso Morosini che secondo i termini, onorevoli, della resa poté portare con sé tutti i beni mobili. A Venezia la notizia giungerà in ritardo destando stupore, dopo tanti anni non si credeva che Candia potesse arrendersi così. Morosini, tornato in patria, finirà sotto processo ma verrà pienamente assolto e riabilitato.

 

 

Forse in fondo non era proprio necessario morire per Candia e forse, dopotutto, la pace non è così sconveniente nemmeno a prezzo della Corona. Il costo del conflitto è stato enorme e finalmente, dopo anni di spese, Venezia può provare a riprendersi. Si riapre anche il commercio col Turco che, non sospeso nemmeno nel primo anno di guerra, è un ottimo modo per ritornare alla normalità.

 

 

Terminata materialmente la guerra è però consacrata per sempre nell’immaginario veneziano. Perfetta coincidenza di guerra giusta contro nemico ingiusto, vero monumento alla Repubblica può essere trattata al pari di una vittoria. E, aggiungiamo, è bene che sia così visto quello che è costata. Intonata questa sconfitta, con quello che è lo spirito alla base di ogni monumento funebre eretto dalla nobiltà veneta: cioè la necessità di ricordare ai posteri la virtù del defunto. Un ammonimento quasi autoreferenziale poiché, come rileva Gino Benzoni nel suo saggio “Morire per Creta”, gli unici ad essere morti per, sono i membri del patriziato veneto poiché i soldati, ufficiali o semplici fanti, sono morti e basta.

 

 

Note

5 - In occasione della guerra di successione spagnola 1701-1713

6 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 495, Nicolò Dolfin ,Ultimo agosto 1647

7 - Andrea Valier, Historia della guerra di Candia pag.85-90

8 - Guido Candiani, Dalla galea alla nave di linea, Città del silenzio edizioni, 2012, pag.106-131

9 - Andrea Valier, Historia della guerra di Candia, pag.439

10 - Gino Benzoni, Morire per Creta, all’interno degli atti del convegno internazionale di studi Venezia e Creta, Istituto Veneto di Scienze, lettere ed Arti, Venezia 1998. Pag. 160-161

11 - Bigge, La guerra di Candia negli anni 1667-69, Torino 1901

12 - Divenuto famoso come governatore della Giammaica, fu il maggior responsabile ed organizzatore del movimento dei Bucanieri Giammaicani come anche della loro distruzione.

13 - Uno degli uomini più potenti di Inghilterra, nella sua lunga carriera ricoprì vari ruoli. Dopo la restaurazione e la conseguente incoronazione di Carlo II divenne pari del Regno e segretario di stato, dal 1661 al 1665. Nel 1667 è uno dei 5 uomini a cui il re affida il governo del Paese.

14 - Nirit Ben-Aryeh Debby, Crusade Propaganda in Word and Image in Early Modern Italy: Niccolò Guidalotto’s Panorama of Constantinople (1662), Renaissance Quarterly, Vol. 67, No. 2 (Summer 2014), 503-543, The University of Chicago Press on behalf of the Renaissance Society of America, jstor URL: http://www.jstor.org/stable/10.1086/677409

15 - Kenneth M. Setton,Western Hostility to Islam and Prophecies if Turkish Doom,1992, 15-27.

16 - Antonio Niero, Una chiesa votiva della guerra di Candia: Santa Maria del Pianto, all’interno di Venezia e la difesa del Levante. Da Lepanto a Candia 1570-1670, Arsenale Editrice, San Giovanni Lupatoto, 1986.