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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

Assediata e sconfitta dalla coalizione crociata, grazie anche all'apporto dei Veneziani la capitale dell'Impero d'Oriente viene saccheggiata. Ma succede anche l'incredibile: un soldato veneziano salva la vita allo storico Niceta ostacolando i suoi compagni di saccheggio e permettendogli la fuga dalla città in fiamme. (anno 1204 d.C.)

 

 

LO SCEMPIO DI COSTANTINOPOLI FU VERGOGNOSO

UN’ORA BUIA PER Il MONDO

 

 

Tra il 9 ed il 12 aprile del 1204 un’ondata devasta­trice si riversò sull’antica capitale dell’Impero d’Oriente razziando tutto quello che c’era da raz­ziare, devastando case, palazzi e facendo strage di una popolazione atterrita ed inerme. Non erano dei ‘bar­bari” gli artefici di tanto orrore o, per lo meno, tali non si ritenevano, ma cristiani. Cristiani che avevano giurato sulla croce che ora portavano simbolicamente sul petto di non impugnare armi contro altri cristiani, ma solamente per combattere gli infedeli. La brutale presa di Costantinopoli rappresentò in questo senso il tragico e definitivo tradimento dell’originario proposito, ideale e spirituale della crociata.

 

 

Tradimento che ora si disvelava tragicamente agli occhi della storia. Le responsabilità dei veneziani nella strage e nel saccheggio della città, non sono ancora del tutto chiare. Certo anch’essi depredarono e arraffarono quanto fu possibile, ma probabilmente le maggiori distruzioni in termini materiali, oltre che umani, sono da imputare all’esercito franco-crociato. I veneziani quello che riuscirono ad asportare lo inviarono prontamente a Venezia, a cominciare dai quattro cavalli di bronzo che sin dai tempi di Costantino si trovavano nell’Ippodromo cittadino e che successivamente vennero posti sopra la porta principale di S.Marco.

 

 

La stessa Basilica Marciana venne inoltre decorata con sculture e bassorilievi ugualmente spediti da Costantinopoli mentre nel transetto nord trovò posto la Madonna Nicopeia­apportatrice di vittoria – che gli imperatori bizantini usa­vano portare davanti a sé in battaglia. Se i franchi distrussero ed incendiarono, i veneziani, depositari di una diversa cultura storica ed artistica, arraffarono quanto possibile per poter arricchire, oltre che sè stessi, anche la propria città. Intanto la strage e gli atti di vandalismo non si contavano più nella città devastata.

 

 

“I franchi – si apprende da una delle numerose cronache di quei giorni ­invasero S.Sofia e, strappate le porte, distrussero il coro dei sacerdoti ornato d’argento e di dodici colonne pure d’argento; nel muro ruppero poi quattro pannelli ricoperti di icone e dodici croci che si trovavano sull’altare tra le quali ne spiccavano alcune cesellate come alberi e più alte di un uomo. Rubarono anche una magnifica tavola con pietre preziose e una grande gemma. Poi s’impadroniro­no di quaranta calici...” ed il triste elenco potrebbe ancora continuare.

 

 

Intanto Bonifacio, marchese di Monferrato e uno dei capi della crociata occupava il grande Palazzo delle Blacherne. Era questo l’antico palazzo degli impera­tori d’Oriente dove aveva regnato il grande Giustiniano e dove c’erano pare, ben 500 stanze tutte ricoperte di mosaici e 30 cappelle dove, in una di queste detta Cappella Santa si custodivano tra marmi, pietre preziose ed argenti, due grossi frammenti della croce di Cristo e altre reliquie, presto trafugate dai crociati.

 

 

Fra gli impo­tenti ed atterriti testimoni di tanto scempio e crudeltà, c’era anche il cronista e storico greco Niceta Coniate, autore di una “Historia Costantinopolitana”. il suo rac­conto resta una delle più alte e commoventi descrizioni di quei terribili giorni. “lo non so come mettere ordine nel mio racconto – esordisce Niceta –, come cominciare o fini­re. Essi – i franchi –, fracassavano le sante immagini, sca­gliavano le sacre reliquie dei martiri in posti che io mi vergogno di menzionare... La loro profanazione della grande chiesa di S.Sofia non può essere ricordata senza orrore. Distrussero l’altar Maggiore e introdussero nella chiesa cavalli e muli per portar via meglio i santi vasi e l’argento inciso e l’oro che avevano strappato dal trono e dal pulpito e dalle porte ...Nelle strade, case e chiese si potevano udire soltanto grida e lamenti”.

 

 

Nell’orrore un gesto di pace

 

 

Neppure il sepolcro di Giustiniano venne risparmiato mentre anche una nota statua di Giunone eretta nel Foro con altre statue dell’ Ippodromo venivano fuse e così per sempre perdute. “Più di 10.000 templi bruciaro­no e gli altri furono ridotti a stalle di cavalli... violarono vergini e monache, donne sposate; vendettero fanciulli perfino ai musulmani ...Fecero ingiuria a chi non la fece loro mentre essi stessi professavano il Cristianesimo...” così un’altra fonte.

 

 

Fu certamente l’ora più buia di Costantinopoli, travolta dal terrore e dalla distruzione. Eppure in quei giorni di sangue e terrore, trovò posto un episodio di umana solidarietà che vide come protagonista proprio Niceta Coniate ed un mercante veneziano del quale lo stesso Niceta che racconta l’episodio, tace il nome. Durante la furia devastatrice dei Latini, anche la famiglia di Niceta era in grave pericolo. Il greco aveva tuttavia salvato un giorno la vita al mercante facendolo suo ospite.

 

 

Ora, nei giorni di maggior furore, il mercante veneziano, più o meno costretto ad indossare la pesante corazza del soldato, si precipitò a casa di Niceta. Lo trovò mentre stava radunando le sue poche cose ed i membri della sua famiglia, dato che i servi si erano dati pronta­mente alla fuga. Arrivato, il mercante-soldato veneziano si pose davanti alla porta della casa respingendo i suoi commilitoni e chiunque vi tentasse di entrare con la forza.

 

 

Aiutò poi Niceta nella triste fuga da Costantinopoli verso Selimbra, un centro a pochi chilometri dalla capita­le. Niceta partiva con la moglie, in attesa del secondo figlio e con la prima figlia Durante il faticoso viaggio tut­tavia, la moglie mori e fu allora che Niceta sposò la figlia di un senatore che aveva salvato dalla strage che si stava ancora consumando in città. Grazie all’aiuto di quell’ano­nimo veneziano, destinato a restare per noi uno scono­sciuto, Niceta poté così ritirarsi infine nella città di Nicea e raccontare la sua disperata esperienza e testimonianza. Morirà nel 1216 lontano dalla sua amata città che infatti mai più ebbe modo di rivedere.