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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

 

Per Venezia la Quarta Crociata si rivela una vera manna: dopo la riconquista della città dalmata è la volta della capitale di quello che resta di un grande impero. Il Doge Dandolo segue con efficacia gli attacchi delle truppe di terra alleate e di quelle montate sui navigli della repubblica. Natualmente l'esito è scontato, troppo impari il rapporto di forze. (anno 1203 d.C.)

 

 

DOPO ZARA ANCHE L’IMPERO D’ORIENTE

DANDOLO CONQUISTA COSTANTINOPOLI

 

 

 

All’inizio del 1203 giunse a Zara dove si trovava­no i crociati, una lettera per il marchese Bonifacio di Monferrato. La lettera era fumata dal re di Germania Filippo di Svevia, figlio del Barbarossa e fratello del defunto imperatore Enrico VI. A queste relazioni parentelari che facevano di Filippo uno degli aspiranti al trono imperiale, si aggiungeva ilfatto di essere anche il genero del deposto imperatore bizantino Isacco il cui figlio Alessio, fuggito dalle prigioni costanti­nopolitane, aveva trovato naturale rifugio proprio presso la corte di Filippo.

 

 

Da qui partiva dunque la lettera diret­ta ai crociati. Nella missiva Alessio prometteva l’impegno militare bizantino nella riconquista della Terra Santa se i crociati lo avessero aiutato a riconquistare il trono per sé e per suo padre, cacciando lo zio usurpatore Alessio III. Per avere poi anche il consenso del papa, Alessio promet­teva che, una volta sul trono, avrebbe sancito l’unificazio­ne delle due chiese, d’Oriente e d’Occidente, divise a seguito dello scisma del 1054, con il riconoscimento della supremazia del pontefice romano. Quando la proposta venne resa nota al vecchio doge dal marchese Bonifacio, questi sfondava praticamente una porta aperta. Già da anni i rapporti con Bisanzio infatti, si erano incrinati e deteriorati ed il nuovo imperatore-usurpatore aveva frap­posto non poche difficoltà per il rinnovo delle concessioni commerciali ai Veneziani.

 

 

 

Riportare sul trono un imperatore che si legava in questo modo a filo doppio all’Occidente, significava per Venezia recuperare il monopolio nei mercati orientali. Non tutti si dimostrarono entusiasti della nuova proposta, e se ne andarono, ma la maggioranza si lasciò abbagliare dall’i­dea di una Cristianità finalmente riunita e dalla paventa­ta possibilità di rafforzare militarmente la crociata. Il pontefice stesso non poteva non lasciarsi sedurre da una simile prospettiva e malgrado la scomunica che ancora pendeva sui Veneziani per la guerra contro Zara, fece arrivare infine il seppur non entusiastico “ni” del legato pontificio all’impresa. In fondo i Bizantini in quanto sci­smatici, non potevano che ritenersi alla stregua degli infedeli musulmani.

 

 

 

E così, i primi di maggio, la flotta salpò da Zara alla volta di Costantinopoli portando con sé l’imperatore Alessio IV. n 24 di quello stesso mese le navi crociato-veneziane, giungevano in vista della città. Era una giornata limpida e ventilata, così narrano le fonti, vigilia di Pentecoste, quando le navi, le galee, i vascelli e le navi dei mercanti che le seguivano, piegarono le vele davanti ad uno spetta­colo strabigliante.

 

 

Una cinta di altissime mura e di robu­sti bastioni cingeva il cuore di una delle più belle e ricche città d’Oriente. Sulle alte mura, intanto si andavano radunando gli abitanti, attoniti di fronte a tanto spiega­mento di forze di cui, evidentemente sfuggiva il segreto intento, tant’è che neppure l’usurpatore Alessio III aveva approntato una qualche difesa. Anche i primi, non con­vinti tentativi di fermare i crociati presso Calcedonia e Galata, erano miseramente falliti ed il dispositivo di aper­tura e chiusura dell’imbocco del Bosforo era caduto in mano crociata.

 

 

Alla notizia dell’avanzata i Bizantini si resero improvvi­samente conto del pericolo che incombeva sulla loro città, una città che per novecento anni non era mai caduta in mano nemica. Per allestire un’efficace difesa era tuttavia ormai troppo tardi. Il mattino del 17 luglio del 1203, Bisanzio veniva assalita contemporaneamente da terra e dal mare. Inizialmente l’esercito franco venne respinto dai contingenti danesi ed inglesi che da almeno due secoli costituivano il corpo speciale della guardia imperiale. Furono i Veneziani con il loro deciso e decisivo intervento dal mare a ribaltare le sorti della spedizione. I Veneziani certo, ma specialmente il vecchio quanto coraggioso doge Enrico Dandolo.

 

 

I marinai veneziani erano infatti alquanto riluttanti ad arrivare sino alla riva e ad effettuare lo sbarco che avreb­be implicato uno scontro corpo a corpo coi Bizantini. Allora, l’anziano doge “...sali ritto sulla prua della sua galea armato di tutto punto e con il vessillo di S.Marco davanti a sé gridando ai suoi uomini di portare le navi sulla riva se avevano cara la vita...”. E così fu.

 

 

Dopo poche ore, nel bel mezzo della battaglia, il doge poteva informare i suoi alleati franchi che ben 25 torri delle mura erano già state conquistate grazie anche a delle ingegnose piattaforme pensili costruite tra i pennoni delle navi che portavano gli uomini alla medesima altez­za delle mura così più facilmente abbordabili. L’attacco, intanto, veniva coperto da un fuoco di frecce e di pietre.

 

 

La città dopo un brevissimo assedio, veniva così conqui­stata. Alessio III, l’usurpatore era nel frattempo ignobil­mente fuggito dal Palazzo imperiale e dalla città. Sul trono di Costantinopoli, come dai patti sottoscritti, saliva il giovane Alessio IV e ritornava con lui anche il vecchio Isacco mentre l’unione delle due chiese veniva solenne­mente proclamata.

 

 

Agli eserciti crociati venne chiesta dal giovane imperato­re di svernare a Costantinopoli mentre garantiva il suo aiuto per la conquista della Terra Santa. Una tappa così lunga non rientrava certo nei piani dei Veneziani e tanto meno dei crociati.

 

 

Le spese per il mantenimento di una flotta e di un eser­cito inattivi sarebbe stata senz’altro eccessiva, ma eviden­temente l’imperatore aveva bisogno della loro presenza. Ripristinato sul trono dai Latini, non doveva certo essere molto amato dalla sua gente dal momento che questo suo gesto aveva portato un esercito, mal tollerato e sentito come straniero, nel cuore dell’impero.

 

 

Alla fine i crociati decisero di restare. Più che i crociati, probabilmente, furono i Veneziani a prendere una tale decisione. Una decisione che, se per il momento si dimo­strava indispensabile all’imperatore per consolidare la sua posizione, doveva ben presto dimostrarsi un tragico, fatale errore per sé e per il suo Impero.