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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

Offeso per i sospetti che nel campo crociato si avevano sul conto della flotta veneta il Doge in persona ordina ai suoi marinai di disarmare le navi e di trasportare tutto il materiale davanti ai principi crociati come atto di suprema dignità e buona fede provocando stupore e grande ammirazione. (anno 1124 d.C.)

 

 

UN NOBILE GESTO DEL DOGE VENEZIANO

MICHIELI ALL’ASSEDIO DI TIRO

 

 

Sepolto nella Basilica Marciana il doge Ordelafo Falier morto combattendo valorosamente contro gli Ungheresi in Dalmazia, il Consiglio eleggeva il nuovo doge nella persona di Domenico Michiel. Con il nuovo doge si rinnovò l’impegno militare veneziano in Terra Santa dove le cose per i Cristiani non volgevano certo per il meglio.

 

 

Dopo la conquista di Gerusalemme nel 1099, gli eserciti crociati erano entrati vittoriosi anche a S.Giovanni d’Acri con l’aiuto della flotta genovese, a Beirut e a Sidone. La conquista del litorale non era tutta­via ancora completata. Restavano escluse infatti, le due importanti città portuali di Tiro ed Ascalona. Intanto, quella che doveva restare una guerra santa per la libera­zione del Santo Sepolcro, andava assumendo sempre più i caratteri di una vera e propria guerra di conquista da parte degli irrequieti signori feudali europei. Immediata conseguenza di questo mutato spirito, fu la creazione di veri e propri regni cristiano-crociati in Medio Oriente, spartiti fra i principali capi crociata.

 

 

Nacque così il regno di Gerusalemme, il principato di Galilea e di Antiochia e la contea di Tripoli estesa sulla costa del Libano consen­tendo ai Franchi il dominio di tutto il litorale. Tuttavia la debolezza e la fragilità di questi regni non tardò a manife­starsi. Le cause erano molteplici. Invidie e contrasti tra gli stessi crociati, l’odio verso i cristiani delle popolazioni locali, ebree ed arabe che dovevano subire una domina­zione il più delle volte cieca ed arrogante. C’erano poi gli eserciti arabo e turco che premevano per la riconquista delle terre perdute ai quali si aggiungevano i Bizantini, traditi nei patti e nei fatti, che certamente non avevano ben accolto l’instaurarsi di regnanti franchi nei territori un tempo appartenuti all’impero d’Oriente.

 

 

Conquiste instabili

 

 

Così, una confluenza di fattori e di circostanze minac­ciava le basi già di per sé malsicure di questi regni crociati. Boemondo d’Altavilla, principe di Antiochia, venne addirittura catturato dai Turchi mentre dagli Arabi nel 1123 veniva ugualmente catturato il re di Gerusalemme Baldovino di Le Bourg che invano era accorso in aiuto del principato di Antiochia. In questo delicato e cruciale momento per i crociati, Venezia vedeva minacciati anche i propri interessi da poco affermatisi in Terra Santa. E così, nella primavera del 1123 veniva alle­stita a Venezia una poderosa flotta di 300 galee con 15.000 uomini di equipaggio che al comando dello stesso doge salpò alla volta di Gerusalemme.

 

 

Il Patriarca della città Gormond, accolse le truppe vene­ziane e dopo aver celebrato le sacre funzioni, sovraintese al sorteggio della città verso la quale dovevano dirigersi le navi veneziane. Due erano i centri ancora da espugnare: Tiro ed Ascalona. Fatalità volle che la prima città a venir conquistata con l’aiuto delle navi veneziane, sarebbe stata Tiro.

 

 

La città era allora una delle più importanti e popolose della costa libanese, protetta alle spalle da alte montagne mentre il lato verso il mare risultava difficilmente acces­sibile per una costa alta e rocciosa.

 

 

Il porto invece, stretto fra due lunghi moli sporgenti nel mare, risultava eccezionalmente protetto dalle tempeste. Alle difese naturali si aggiungevano quelle umane, con un triplice giro di mura ed alte torri di vedetta che face­vano della città una vera e propria rocca inespugnabile. I Veneziani, giunti in prossimità del porto chiusero l’acces­so con le loro galee tagliando ogni possibilità di comunica­zione e di rifornimento, mentre le altre truppe crociate aggredivano la città da terra.

 

 

Pare che ben presto, tuttavia, il malcontento dilagasse fra le truppe terrestri esposte in prima linea nei confronti dei Veneziani che, si disse, se ne stavano comodamente rinchiusi nelle loro navi. Avuta notizia di queste voci, il doge Domenico Michiel adirato ed offeso, avrebbe fatto portare le vele, i timoni e i remi delle sue navi al campo crociato come pegno e segno che mai i Veneziani se ne sarebbero andati – e come avrebbero a quel punto potuto farlo? –, fintantoché la città non sarebbe stata conquista­ta. In questo modo la flotta restava inoltre in piena balia dei venti e del mare, un pericolo in più che andava ad aggiungersi a quello della flotta nemica. “Comuni devono essere il pericolo e i travagli” avrebbe esclamato il doge ai crociati dando così coraggiosa prova della lealtà dei propri uomini.

 

 

L’episodio, del tutto leggendario, ebbe una tale risonanza da venir rappresentato in un quadro posto nella sala dello Scrutinio – una sorta di Tempio della Fama – in Palazzo Ducale dove il valoroso doge resta l’unico ad aver avuto il privilegio di venir rappresentato in ben tre opere di altrettanti pittori, tanta era la fama che aveva acqui­stato in quell’impresa.

 

 

La città di Tiro, infatti, leggendaria per essere una città inespugnabile, venne conquistata proprio grazie all’inter­vento della flotta veneziana magistralmente guidata dal suo doge Domenico Michiel. Il successo per Venezia e per il suo duca non poteva essere più grande. Conclusa vitto­riosamente l’impresa, nel viaggio di ritorno in patria, i Veneziani portarono con sè non solo fama e gloria, ma anche vantaggi commerciali e numerose reliquie.

 

 

Il corpo di S.Donato, in particolare, venne trafugato a Cefalonia e portato a Murano dove venne deposto nella chiesa ancora oggi a lui dedicata. Due anni dopo il suo rientro e dopo un felice e glorioso dogato durato undici anni, Domenico Michiel si dimise dall’alta carica per ritirarsi nel monastero di S.Giorgio dove poco tempo dopo veniva sepolto.