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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

 

L'orda unna cala in Italia del nord ma viene affrontata nei canali della laguna dalla flottiglia veneziana che ha buon gioco nell'assalto ai leggeri legni degli invasori. la sconfitta patita dagli Unni è grave ma dimostra anche la vulnerabilità della città lagunare a cui i canali non sono più sufficienti per una efficace difesa militare. (anno 903 d.C.)

 

 

AFFRONTATI IN LAGUNA VENGONO DISPERSI

LA DISFATTA DEGLI UNNI AD ALBIOLA

 

 

L’orda unna cala in Italia del Nord ma viene affrontata nei canali della laguna dalla flottiglia veneziana che ha buon gioco nell’assalto ai leggeri legni degli invasori. La scon­fitta patita dagli Unni è grave ma dimostra anche la vul­nerabilità della città lagunare a cui i canali non sono più sufficienti per una efficace difesa militare ...

 

 

Alla fine del IX secolo l’intera Europa post-caro­­lingia precipitava in un baratro di guerre feudali dalle quali usciranno nuovi assetti ed entità politico-geografiche. Come già era acca­duto in passato, la mancanza di unità, l’assenza di una figura imperiale e la conseguente debolezza delle singole regioni, facevano dell’Europa una facile preda per le popo­lazioni confinanti o che comunque premevano tanto al nord quanto all’est dei confini.

 

 

Dall’antica Pannonia ­all’incirca l’attuale Ungheria ­–, dove si erano stanziati dopo aver varcato i Carpazi per sfuggire alla pressione dei Bulgari, alla fine del IX secolo muovevano gli Ungari alla volta dell’Italia e della Sassonia. Nell’899 erano già nel cuore del Veneto sconfiggendo re Berengario sul fiume Brenta. Il varco per la pianura Padana era così aperto e la cavalleria magiara poteva tranquillamente scorrazzare e razziare le campagne e le città senza trova­re particolari ostacoli in grado di arginarne la furia e l’on­data devastatrice.

 

 

Pavia, Milano, Bergamo, Brescia, e poi ancora nel Veneto, Padova, Treviso e Vicenza conobbero i ripetuti assalti delle bellicose tribù ungariche che agli inizi del X secolo arrivarono a minacciare la stessa Venezia lagunare. Il doge Pietro Tribuno, aveva tuttavia  già provveduto nell’897, rivelando uno straordinario spiri­to premonitore, a far fortificare le principali isole realtine. Una estesa muraglia venne eretta dall’imboccatura del canale che scorreva presso l’isola di Olivolo-Castello, alla chiesa di S.MariaZobenigo.

 

 

Una grossa catena poi, all’estremità della muraglia alla chiesa di S.Gregorio, sbarrava l’accesso ad ogni imbarcazione. Le popolazioni lagunari erano pronte a respingere l’ondata nemica che attaccò le isole da occidente e da sud. Le difese approntate dal doge nel cuore di Venezia, non impedirono purtroppo il saccheggio e la distruzione di molti centri dell’immediato entroterra e della fascia litoranea. Cittanova-Eraclea, Jesolo (Equilo), Cavarzere e Chioggia vennero così brutal­mente aggredite e devastate mentre analoga sorte subi­vano anche i lidi meridionali.

 

 

Da Chioggia devastata, gli Ungari si stavano portando verso le isole di Rialto e Malamocco, risalendo il litorale dove non trovarono alcu­na resistenza. Stanziati presso il porto di Albiola, gli inva­sori si apprestavano a proseguire la loro pericolosa e minacciosa avanzata all’interno della laguna dove per circa un anno vagarono riuscendo infine a costruirsi una piccola flotta fatta di leggere imbarcazioni ricoperte di pelli animali simili a quelle adoperate per la navigazione del Danubio.

 

 

Ma la laguna non era il grande fiume e ben diverso era l’ambiente naturale, oltre che l’entità dell’im­presa, che attendeva i cavalieri ungari.Come quasi tutti i popoli provenienti dalle lontane regioni Orientali, anche gli Ungari erano infatti degli abili cavalieri a cavallo, ma meno avvezzi alle battaglie marittime nelle quali, ormai, i Veneziani erano invece diventati abilissimi. E così il doge Pietro, radunata la flotta a Rialto e rinfocolato gli animi dei guerrieri ricordando la grande vittoria dei Veneziani sui Franchi di Carlo Magno, salpava alla volta del porto di Albiola.

 

 

Lo scontro ricercato e temuto, divenne così necessario ed inevitabile. La battaglia sin dall’inizio non lasciava dubbi circa l’esito finale, con una netta prevalen­za dei Veneziani sul nemico. Le leggere imbarcazioni dei “barbari” instabili sulle acque appositamente agitate dai remi di quelle veneziane, non potevano reggere a lungo il confronto. Alla fine le perdite di uomini e barche da parte degli Ungari, furono enormi.

 

 

Chi poteva cercava scampo raggiungendo in qualche modo la riva, per gli altri il destino era segnato nelle acque e nelle paludi lagunari. La sconfitta risultò talmen­te grave che gli Ungari si guardarono bene dall’attaccare nuovamente Venezia nel corso delle loro periodiche scor­rerie nell’entroterra veneto e padano che cessarono defini­tivamente solo molti anni dopo grazie all’intervento riso­lutore di un nuovo, grande imperatore, Ottone I.

 

 

Per Venezia e la sua laguna il pericolo era intanto stato nuo­vamente allontanato e già si pensava a sanare i danni subiti nel corso delle scorrerie magiare. Tuttavia, la nuova invasione non poteva non aver sollevato, pur nel positivo esito finale, dei seri problemi sui quali l’intera comunità lagunare si ritrovò ben presto a dover riflettere. Ancora una volta, cioè, un esercito nemico era riuscito a penetrare nella laguna fino ad arrivare a minacciare il cuore politico e commerciale dell’intera comunità.

 

 

Evidentemente le sole barriere naturali sulle quali da sempre avevano contato le popolazioni delle isole, non erano più sufficienti da sole, a tutelarli dalle invasioni di popoli stranieri. Cresceva così il timore e l’evidenza della loro insufficienza e con essa la convinzione sulla necessità di dotare di più sicure e robuste difese l’intera area. In questa occasione erano bastate ancora le virtù e la volontà dei difensori e il disordine e l’incapacità degli assalitori, ma ormai Venezia aveva dimostrato tutta la sua vulnerabilità che presto si sarebbe nuovamente resa evidente in un’altra particolare, pericolosa circostanza.