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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

 

Amante della patria, dolce di carattere, il Doge Giovanni II Partecipazio compie un grande gesto di magnanimità e di lungimiranza politica: dopo una malattia si sente inabile al comando e prima si fa affiancare dal fratello poi cede lo scettro del potere ad un nuovo Doge dimostrando un grande sensibilità umana. (anno 887 d.C.)

 

 

DOPO AVER VENDICATO IL FRATELLO BADOARIO

LA GRANDE RINUNCIA DEL DOGE

 

 

Amante della patria, dolce di carattere, il Doge Giovanni II Partecipazio compie un grande gesto di magnanimità e di lungimiranza politica: dopo una malattia si sente inabi­le al comando e prima si fa affiancare dal fratello poi cede lo scettro del potere ad un nuovo Doge dimostrando una grande sensibilità umana ...

 

 

Da ben altra iniziativa al doge sarebbero tuttavia giunti vantaggi e gloria. Il 13 maggio dell’883 infatti, Giovanni concludeva a Mantova con l’imperatore Carlo il Grosso, un’importantissima convenzione. Con il trattato venivano infatti confermati e rinforzati i privilegi già in parte ottenuti da Venezia con la pace di Aquisgrana (813).

 

 

Veniva riconfer­mata al doge, al Patriarca e a tutti gli abitanti delle isole, la possibilità di possedere ed amministrare autonomamente tutti i beni acquistati entro i confini dell’impero e si decretava inoltre, cosa altrettanto importante, la massi­ma libertà di commercio per i Veneziani in tutto l’impero con l’esenzione da ogni dazio doganale. Non solo. Veniva infatti stabilito che ogni veneto residente in qualsiasi parte dell’impero fosse soggetto ugualmente alla giurisdi­zione ducale con la proibizione, pena la perseguibilità, di proteggerlo contro eventuali ricerche o sentenze del doge.

 

 

Gli abitanti di Venezia, residenti o meno, dovevano in tal modo rispondere comunque ed esclusivamente al loro “duca”. Ma con questo trattato il doge Giovanni rimetteva in un certo qualmodo tutti i suoi beni e possedimenti sotto la protezione dell’imperatore d’Occidente, stringen­do con Carlo il Grosso una sorta di rapporto vassallatico anche se del tutto speciale. La rottura con Bisanzio non poteva essere più evidente e profonda.

 

 

La corte imperiale non avrebbe mai potuto accettare un simile dato di fatto stando semplicemente a guardare. Le ritorsioni, infatti ed inevitabilmente, non si fecero attendere non mancando certamente ai Bizantini delle armi persuasive. Migliaia di veneziani, infatti, dimoravano a Costantinopoli con estese e ricche proprietà di ogni gene­re ed entità accumulate in lunghi anni di scambi commerciali con la capitale.

 

 

Inimicarsi l’imperatore greco era un rischio dunque non meno grave e pericoloso che scontrarsi con quello franco, divenuto il garante dei beni e dei possedimenti veneziani in Occidente. L’imperatore bizan­tino, conoscendo evidentemente il punto debole dei Veneti, giunse a minacciare di ritirare le franchigie e tutte le proprietà di cui godevano i Veneziani in Oriente se il loro doge non avesse prontamente fatto dietro-front nei confronti dell’imperatore Carlo il Grosso. Forte di questo, a Venezia il partito filo-greco tornava a tramare contro il doge.

 

 

Approfittando di una lunga malattia di Giovanni, gli venne probabilmente affiancato alla ducea il giovanis­simo fratello Pietro, forse non ancora maggiorenne ma proprio per questo più facilmente manovrabile. La nuova situazione tuttavia, non sortì gli effetti sperati data la prematura morte del ragazzo. E così, su invito dello stes­so doge Giovanni evidentemente fiaccato dalla malattia, si procedette allora all’elezione di un altro doge. Il 17 aprile dell’887 veniva così investito dell’alta carica Pietro Candiano esponente di una delle più nobili famiglie vene­ziane che si disputerà il dogato nel secolo successivo, con l’altra grande famiglia quella appunto dei Partecipazi.

 

 

Intanto, Giovanni Partecipazio, sembrava destinato a non avere un successore. Il dogato di Pietro Candiano, infatti, ebbe la durata di un’estate. Nell’autunno dello stesso anno in cui venne eletto, il doge veniva mortal­mente ferito in una durissima battaglia contro i pirati slavi nelle acque dell’alto Adriatico.

 

 

Il problema della ducea si riapriva nuovamente e con esso la possibilità di nuovi scontri tra le diverse fazioni che da sempre agitava­no la scena politica veneziana. A far temere il peggio in questo senso, giunse anche la notizia della deposizione dell’imperatore Carlo il Grosso da parte dei turbolenti principi tedeschi. A questo punto la parte filo-franca di Venezia temendo appunto lo scoppio di nuovi disordini nella città, chiese ed ottenne il ritorno al trono di Giovanni Partecipazio che tuttavia dopo soli sei mesi rinunciò definitivamente alla ducea.

 

 

Gli animi nel frat­tempo si erano infatti sedati e le gravi condizioni di salute lo portarono all’estrema decisione e al definitivo ritiro a vita privata. L’uscita di scena di Carlo il Grosso e la venu­ta meno di questo fondamentale appoggio, deve essere stata poi un’ulteriore, valida ragione che porto Giovanni al suo definitivo ritiro dalla convulsa scena politica lagu­nare.

 

 

Così, nella primavera dell’888 il popolo veneziano eleggeva ancora una volta il proprio doge sul quale con­fluirono i consensi di tutte le parti. Pietro Tribuno, questo il nome del nuovo eletto, era figlio del tribuno Domenico e di Agnella, nipote del doge Pietro Tradonico assassinato nell’864 all’uscita della chiesa di S.Zaccaria. Pietro dun­que, apparteneva a quella classe tribunizia preposta dal doge all’amministrazione della giustizia penale e civile.

 

 

Una sorta di tribunato generale che non di rado apriva la via alle più alte cariche dello Stato veneziano. Che il neo eletto fosse ben accetto anche dalla parte filo-greca era ben dimostrato dalla nomina di Pietro a protospatario imperiale da parte dell’imperatore greco Leone il Filosofo. Tornati più distesi i rapporti con Bisanzio anche a causa della disastrosa situazione politica europea, ben altri e più gravi problemi dovette affrontare Pietro nei suoi 23 anni di dogato. L’Europa, chiusasi tristemente la gloriosa parentesi carolingia, stava infatti ripiombando nell’anar­chia più totale e ancora una volta si apprestava a diven­tare facile preda di turbolente e bellicose popolazioni ‘barbare”. Era giunto, ora, il turno degli Ungari.