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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

Il Doge Orso Partecipazio accolto dal popolo esultante per la vittoria sopra gli Slavi, i Croati ed i Dalmati. Ma neanche la ritrovata supremazia militare frena le guerre intestine che minano all'interno la solidità delle istituzioni dogali e provocano una continua emorragia di uomini. (anno 880 d.C.)

 

 

NELL’ANNO 880 VENEZIA È TUTTA IN FESTA

TRIONFO A RIALTO DOPO LA VITTORIA

 

 

Il Doge Orso Partecipazio accolto dal popolo esultante per la vittoria sopra gli Slavi, i Croati ed i Dalmati. Maneanche la ritrovata supremazia militare frena le guerre intestine che minano all’interno la solidità delle istituzioni dogali e provocano una continua emorragia di uomini...

 

 

Dopo l’assassinio del doge Tradonico, i Veneziani rimediarono ben presto al vuoto politico con l’e­lezione di un nuovo doge nella persona di Orso Partecipazio. Non è provato un legame di parentela tra questi e gli esponenti della dinastia di Agnello Partecipazio, anche se l’eventualità non è del tutto da escludere. Salito al trono nell’861, Orso reggerà il governo delle isole veneziane per circa vent’anni distin­guendosi, in particolare, per le numerose vittorie navali riportate sui Saraceni e sui vicini pirati slavi che ancora infestavano pericolosamente le coste dalmate ed istriane.

 

 

Qui gli Slavi avevano devastato le città di Umago, Cittanova e di Rovigno in soccorso delle quali intervenne­ro i Veneziani con ben trenta navi riuscendo, infine, a liberarle. Il ruolo determinante assunto da Venezia nella difesa delle coste orientali della Penisola, sembra confer­mato dal rinnovo del trattato sancito a Ravenna tra l’im­peratore Carlo il Grosso e i Veneziani stessi. Non dispo­nendo di una valida flotta, all’imperatore franco non restava che affidarsi ai Veneziani.

 

 

Se ad est il problema più grave restava quello dei pirati slavi e croati in parti­colare – Orso riuscirà a reprimere duramente i più bellico­si, quelli di Narenta –, a sud si faceva ogni giorno più pressante ed urgente il problema Saraceni. Verso l’870 pare che una flotta guidata dal doge in persona, si sia diretta verso Taranto dove si erano nel frattempo concen­trate le forze navali arabe e lì si sia infine scontrata vitto­riosamente con queste. Del resto la presenza dei Saraceni lungo le coste meridionali della penisola rappresentava un serio e pericoloso intralcio per i traffici commerciali dei Veneziani con il vicino Oriente.

 

 

E il pericolo stava inoltre minacciosamente risalendo ancora una volta il mare Adriatico. I Saraceni infatti, piombarono da lì a poco tempo sulla città di Grado che assediarono per ben due giorni senza del resto riuscirvi ad entrare. n doge Orso appena ricevuta la notizia dell’assedio, inviò prontamente il figlio Giovanni con una flotta in soccorso dei Gradensi. A quel punto gli Arabi preferirono allo scontro la ritirata, invertendo così la rotta verso sud non senza prima aver devastato il centro di Comacchio.

 

 

Ad essere seriamente preoccupati per l’incomoda presenza degli Arabi nell’Adriatico e nelle regioni meridionali, non erano tutta­via solo i Veneziani. I Bizantini, nel cui impero rientrava­no ancora molti centri del sud Italia e lo stesso imperato­re d’Occidente Ludovico il Pio, non potevano che mal sop­portare le scorrerie dei pirati arabi e la loro stabile pre­senza nella penisola E così, di fronte al comune nemico, la flotta veneziana, bizantina e dell’imperatore carolingio, si unirono scontrandosi finalmente vittoriosamente nell’870 con le navi nemiche riuscendo in quell’occasione a liberare la città di Bari dagli Arabi.

 

 

I ripetuti impegni bellici non avevano tuttavia completamente distolto il doge Orso dalle vicende interne che esigevano, come sem­pre, la massima presenza ed attenzione. L’attività del doge, in particolare, sembrava concentrarsi primaria­mente sulle questioni ecclesiastiche attraverso le quali, sempre più spesso, passavano anche quelle politiche. Prima dell’avvento di Orso, nell’area veneziana oltre al patriarca di Grado e al vescovo di Olivolo-Castello, non c’erano molte altre diocesi.

 

 

Sotto il suo dogato, probabil­mente, si assiste invece alla nascita di numerose nuove diocesi come quella di Caorle, Eraclea-Cittanova, Malamocco, o per lo meno la rete ecclesiastica veniva profondamente ristrutturata e riorganizzata in termini alquanto funzionali al potere ducale. Nell’873 era intanto deceduto il Patriarca di Grado al quale era prontamente succeduto un tal Pietro di oscure origini, ma ritenuto dai più uomo pio e colto.

 

 

Nel frattempo a Torcello veniva nominato dallo stesso doge il nuovo vescovo nella perso­na di Domenico, già abate di S.Stefano di Altino. Personaggio estremamente ambiguo, di lui si ha notizia per il fatto di essersi evirato a seguito dell’infamante accusa di “...incontinenza carnale ...”. Le condizioni del povero Domenico non erano tuttavia rare tra i membri monastici della chiesa bizantina dove lo stato di eunuco garantiva l’impossibilità di unirsi con la donna.

 

 

Resta che il nuovo patriarca Pietro, si rifiutò di consacrarlo, non tanto forse per la sua condizione effettivamente condan­nata dalla chiesa romana, quanto piuttosto per la sua nomina avvenuta da parte del doge e per una pesante accusa di corruzione che pesava sul vescovo nel frattempo scomunicato. Il patriarca tuttavia, si ritrovò ben presto isolato nella sua ferma decisione di non consacrare il vescovo nominato dal doge, dato che la maggioranza del clero lagunare preferì appoggiare invece la scelta di que­st’ultimo.

 

 

Pietro si vide alla fine costretto a fuggire a Roma presso il pontefice Giovanni VIII che, dopo aver invano tentato di convocare un concilio sulla delicata que­stione, si dimostrò incapace di risolverla completamente. Pesava, molto probabilmente sul pontefice, il pericolo della minaccia del doge Orso di sottoporre i vescovadi della Venezia alla chiesa di Costantinopoli se non si fosse dimostrato tollerante sulla nomina ducale di Domenico. Di fronte a questa insopportabile prospettiva, al Papa non restò che indietreggiare e scendere, insieme al patriarca Pietro, a patti col doge.

 

 

E i patti furono che Domenico non sarebbe stato consacrato finché restava in vita il Patriarca, ma avrebbe ugualmente goduto delle rendite vescovili dimorando nel palazzo vescovile di Torcello. In questo modo, Domenico malgrado la mancata consacrazione, poteva ritenersi di fatto il nuovo vescovo dell’isola lagunare. Accettato il compromesso, il patriarca tornò dunque a Venezia dove, tuttavia, poco dopo morì, secondo alcuni avvelenato per ordine dello stesso doge. Sospetto tanto più rinforzato dalla scelta, non certo casuale, del suo successore: Vittore, il figlio del doge.

 

 

E gli effetti di tale nomina non si fecero attendere. Vittore infatti, dovette immediatamente giurare di consacrare a vescovo di Torcello chiunque il doge – suo padre! – avesse scelto. Il primo a beneficiare di una simile condizione, non poteva che essere Domenico che veniva consacrato vescovo. Il doge aveva così ottenuto quello che voleva, il pieno controllo della “sua” chiesa.

 

Laura Poloni