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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

A capo di una delle tribù di Slavi che dominavano i territori della Dalmazia e che costituivano un problema militare anche sul mare Adriatico, il principe Miroslavo si reca a Venezia e chiede non soltanto la pace ma anche il battesimo cristiano. (anno 829 d.C.)

 

DOPO UNA SCONFITTA MILITARE CON VENEZIA

MIROSLAVO SI CONVERTE ALLA PACE

 

 

A capo di una delle tribù di Slavi che dominavano i territori della Dalmazia e che costituivano un problema militare anche sul mare Adriatico, il principe Miroslavo si reca a Venezia e chiede non soltanto la pace ma anche il battesimo cristiano ...

 

 

Morto Giustiniano gli succedeva sul trono ducale il fratello più giovane Giovanni. Già confinato dal padre a Zara e successivamen­te a Costantinopoli quale probabile garanzia presso la corte bizantina della fedeltà del doge, venne nuovamente confinato in Dalmazia dopo che il fratello Giustiniano si era assicurato la coreggenza, accanto al padre, e quindi la successione. Giovanni, nel frattempo, era riuscito a fuggire da Zara e a trovare rifugio presso le vicine popolazioni slave, forse in Croazia, dove tra l’altro era riconosciuta la signoria franca, dalla quale Giovanni, probabilmente, si aspettava un aiuto.

 

 

Non a caso, lasciate le terre slave, Giovanni si diresse a Bergamo presso l’im­peratore Ludovico il Pio e da qui, raggiunse probabilmen­te la Francia. Non aveva trovato tuttavia pace Giovanni nemmeno presso la corte franca, da dove venne infatti estradato a Venezia su richiesta, questa volta, del padre e del fratello. Rientrato finalmente nella città venne tut­tavia rispedito a Costantinopoli che lasciò soltanto una  volta, avuta la certezza di poter salire sul trono ducale.

 

 

Nei sette anni del suo dogato, tuttavia, Giovanni Partecipazio non ebbe certamente vita facile. Ripetutamente il suo potere venne infatti minacciato seriamente da disordini interni. La prima congiura era capeggiata niente meno che dall’ex doge Obelerio. Rientrato a Venezia dall’esilio a Costantinopoli, l’anziano doge aveva puntato decisamente sulla popolazione dell’i­sola di Malamocco (da sempre fedele ad Obelerio), per poter riconquistare il trono ducale.

 

 

Malamocco, inoltre, non aveva mai accettato il trasferimento e il conseguente primato politico di Rialto e si schiero di buon grado con Obelerio. Questa circostanza rivelava chiaramente come nelle isole serpeggiassero vecchie e recenti rivalità, ele­menti disgregatori legati ai particolari interessi di ogni singola isola. Il ritorno minaccioso di Obelerio sulla scena rappresentava rispetto a questa situazione, qualcosa di più di una semplice, personale rivincita.

 

 

La sua ricom­parsa e il suo obbiettivo, rappresentavano infatti una seria minaccia al processo di unificazione politica e geo­grafica dell’intera area lagunare. Unità ora rappresenta­ta da Rialto.

 

 

Una punizione esemplare per terrorizzare

 

 

Questo pericolo ben riesce a spiegare la punizione esemplare che il doge Giovanni riservò ai ribelli e allo stesso Obelerio. Questi venne infatti decapitato e la sua testa portata in macabro trofeo lungo i canali e le isole della laguna per essere infine esposta per qualche tempo al pubblico passaggio. Malamocco invece, veniva brutalmente devastata.

 

 

Giovanni poteva così riprendere le redini del potere assistendo alla consacrazione della chiesa di S.Marco voluta dal fratello. È altresì significati­vo, date le turbolente vicissitudini dalle quali usciva il doge, che la nuova chiesa costruita per accogliere le spo­glie di S.Marco, non fosse stata costruita sul territorio del monastero di S.Zaccaria come aveva indicato Giustiniano, ma in prossimità del Palazzo Ducale.

 

 

L’unità politica della regione cresceva e si consolidava, parallelamente all’identità religiosa. Sedata vittoriosa­mente la prima congiura, Giovanni dovette affrontarne una seconda di ben più grave ed estesa portata. Questa era guidata da un certo tribuno Pietro Caroso e portò alla temporanea perdita del dogato da parte di Giovanni e all’ascesa all’ambita carica dello stesso Caroso.

 

 

Tuttavia, il suo potere non doveva contare su un vasto appoggio. Ben trenta nobili, infatti, unitisi ad altri esponenti della più recente aristocrazia veneziana, fuoriuscirono dalla città e si ritirarono nella zona di Mestre aspettando il momento giusto per potersi sbarazzare del tribuno usur­patore. Lo scontro violento e cruento, riportò al trono il doge Giovanni dopo che il dogato era stato retto nella breve fase di passaggio da due tribuni e dal vescovo di Olivolo.

 

 

Sedate le congiure, inaugurata la chiesa, gli sforzi del doge dovevano ben presto concentrarsi su ben altri ed urgenti problemi, esterni questa volta. Le scorrerie dei vicini pirati Slavi nelle acque dell’Alto Adriatico – proble­ma ormai secolare per le popolazioni venete –, erano diventate ormai una costante e non più sopportabile minaccia per i crescenti e vitali traffici verso l’Oriente. Problema che il doge Giovanni, una volta tornato al pote­re, riuscì in parte e temporaneamente a risolvere.

 

 

Il doge infatti riuscì a concludere un trattato di pace con una delle più pericolose ed agguerrite tribù, quella degli Slavo-Croati di Narenta (fiume Nerevta). Il loro capo Mislo o Miroslavo, non solo si recò a Rialto per chiedere la pace – probabilmente a seguito di una sonora sconfitta infertagli dagli stessi veneziani –, ma, secondo la leggen­da, chiese ed ottenne dal doge il battesimo abbracciando così la fede cristiana.