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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

Un gruppo di mercanti veneziani che commerciano con gli Arabi asporta dal suo sepolcro e nasconde in una nave le spoglie dell'Evangelista. Al ritorno a Venezia il Doge perdona loro di aver infranto il divieto di commercio con i nemici e organizza grandi accoglienze per onorare la sacra reliquia che diviene simbolo e culto di Venezia. (anno 828 d.C.)

 

 

TRAFUGATO IN MODO AVVENTUROSO

L’ARRIVO DEL CORPO DI SAN MARCO

 

 

Un gruppo di mercanti veneziani che commerciano con gli Arabi asporta dal suo sepolcro e nasconde in una nave le spoglie dell’Evangelista. AI ritorno a Venezia il Doge perdona loro di aver infranto il divieto di commercio con i nemici e organizza grandi accoglienze per onorare la sacra reliquia che diviene simbolo e culto di Venezia...

 

 

Con la pace di Aquisgrana Agnello Partecipazio era riuscito a sancire ufficialmente l’autonomia di Venezia nei confronti dell’impero franco e a riaffermare lo storico legame della città con Bisanzio. II nuovo dogato, tuttavia, non fu privo di seri problemi e continue minacce. I Franchi non avevano infatti del tutto rinunciato ai tentativi di inglobare nel loro impero anche l’area veneziana.

 

 

Tentativi che pun­tualmente ripresero sotto i successori di Carlo, Ludovico il Pio e Lotario. La congiura ordita contro lo stesso doge, che da tempo aveva assunto quale coreggente il figlio Giustiniano, era quasi sicuramente ispirata dalla corte franca. La congiura falli tuttavia miseramente e due dei tre caporioni vennero impiccati dinanzi alla chiesa di S.Giorgio. Il terzo trovò invece rifugio e non certo casual­mente, presso l’imperatore franco Lotario.

 

 

Fallita la stra­da apparentemente più sbrigativa della eliminazione fisi­ca, i Franchi si rivolsero alle vie diplomatiche non rinun­ciando alle loro mire sulle isole venete. Nell’827, lo stesso anno in cui veniva a morte lo stesso anziano doge Agnello, venne infatti convocato a Mantova un concilio. Lo scopo: riunire le due sedi separate delle diocesi di Aquileia e di Grado. Ad Aquileia veniva così riconosciuta l’antica supremazia sull’intera provincia ecclesiastica ed il vescovado di Grado rientrava invece nella diocesi lombar­do-aquilense.

 

 

Nella stessa rientravano anche la sedi dell’Istria ancora sotto il dominio franco. A venir minac­ciata da simili provvedimenti, era ora l’autonomia religio­sa della chiesa veneziana che aveva nel Patriarcato di Grado la sua storica sede spirituale. Ben se ne avvide il doge Giustiniano, succeduto al padre e che acutamente vide nel possibile trasferimento delle reliquie di S.Marco da Alessandria d’Egitto a Venezia, un’ irrinunciabile occasione per riaffermare invece, con la dovuta legitti­mità, l’autonomia della propria chiesa E qui la storia si tinge di leggenda.

 

 

Rapporti difficili con gli Arabi

 

 

Malgrado Venezia avesse accettato ufficialmente le disposizioni dell’imperatore di Bisanzio con le quali si vietava ogni commercio con i Saraceni, i rapporti con questi e i Veneziani, erano in realtà proseguiti tran­quillamente. E così, quando una flotta veneziana di circa dieci navi approdò al porto di Alessandria, i due capitani e tribuni Buono di Malamocco e Rustico di Torcello, si reca­rono, come da consuetudine, nella chiesa di S.Marco dove erano custodite da secoli le sacre reliquie dell’ evangelista.

 

 

Non era certo un momento facile quello per i cristiani che vivevano nei territori conquistati dagli Arabi. E così Buono e Rustico parlando con il monaco Stauracio e col prete Teodoro di quella chiesa, vennero a sapere che il Califfo, al fine di reperire nuovo materiale da impiegare nella costruzione del suo nuovo palazzo, aveva dato l’ordi­ne di spogliare tutte le chiese cristiane dei loro marmi per poi distruggerle.

 

 

Udita la notizia i due tribuni persua­sero i due religiosi sulla necessità di trasferire le sacre reliquie altrimenti ben presto profanate dagli infedeli. Da eludere tuttavia, non c’era solo la vigilanza dei Saraceni, ma anche quella degli stessi cristiani di Alessandria, gelo­si delle loro sacre reliquie. Questa venne ingannata inserendo nell’involucro delle reliquie di S.Marco il corpo di S.Claudia mentre i Saraceni vennero facilmente elusi coprendo la cassa che accoglieva il corpo dell’Evangelista con carne di maiale affumicata, notoriamente in odio ai musulmani.

 

 

E così, dopo un viaggio che la tradizione vuole miracolosamente concluso dopo una terribile tempesta, le spoglie mortali del Santo arrivavano là dove, ed è ancora la tradizione a parlare, un angelo aveva predetto allo stesso S.Marco che lì un giorno avrebbero ricevuto il loro definitivo riposo. Non è del tutto improbabile, anzi, è pressoché certo, che la spedizione dei due tribuni avesse in realtà avuto il taci­to appoggio dello stesso doge.

 

 

Questi infatti, con l’arrivo a Venezia delle sacre reliquie, puntava ad ottenere un ben preciso risultato politico. Era in sé già significativo che le reliquie non fossero portate nel duomo di Grado bensì direttamente a Venezia. I sacri resti dovevano evidente­mente restare dove si trovava anche la sede politica delle Venezie, la sede del doge che si ergeva così anche quale unico garante e difensore della propria chiesa.

 

 

Le basi di quello strettissimo rapporto tra potere ducale e chiesa veneziana erano di fatto state gettate. Non solo. Con le reliquie a Venezia, il doge sperava ancora che lo stesso Patriarca di Grado – le origini della cui giurisdizione si facevano tradizionalmente risalire appunto a SMarco –, portasse la sua sede a Venezia, cosa che si verificò, ma solo alla fine del Medio Evo. Giustiniano contava evidentemente in questo modo di poter meglio controllare la lealtà del Patriarca, finito a seguito del concilio di Mantova sotto la diocesi aquilense (franca).

 

 

Lealtà del Patriarca che nell’immediato signifi­cava anche impedirgli una pericolosa alleanza con i Franchi per poter riavere da questi le sedi perdute dell’Istria. Già in un recente passato, e Giustiniano ben lo sapeva, questa circostanza aveva avuto delle conseguen­ze drammatiche per alcuni dogi. Così i Veneziani avevano risposto, dunque, alle decisioni del concilio di Mantova, con una chiara e decisa riaffer­mazione anche in campo religioso della propria autono­mia attraverso la quale, in quello specifico momento, pas­sava anche quella politica.

 

 

Giustiniano, morto nell’829, non poteva non preoccuparsi del destino delle tanto pre­ziose reliquie. Poco prima di morire, infatti, dispose quale sua estrema volontà, che venisse eretta a sue spese una chiesa degna di accogliere e custodire i sacri resti del nuovo patrono di Venezia. Da allora la città e la sua potenza sarebbero sempre stati identificati e rappresen­tati con il suo simbolo, il leone con il Vangelo.

 

Laura Poloni