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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

Dopo una serie di rovinose sconfitte, tra cui l'incendio ed il saccheggio di Chioggia, Pellestrina ed Albiola, i Veneziani trovano la forza di contrattaccare la flotta franca che viene imbottigliata nei tortuosi canali delle isole realtine e del Torcello (anno 809 d.C.)

 

 

LA DISFATTA DI PIPINO

 

Dopo una serie di rovinose sconfitte, tra cui l’incendio ed il saccheggio di Chioggia, Pellestrina ed Albiola, i Veneziani trovano la forza di contrattaccare la flotta franca che viene imbottigliata nei tortuosi canali delle isole reatine e del Torcello e decimata dalle valorose milizie delle isole ...

 

 

Al cacciato usurpatore Galla, i Veneziani sostitui­rono Domenico Monegario, abitante di Malamocco. Affiancato da due tribuni, con l’evi­dente compito di sorvegliarne l’attività politica, il nuovo doge dopo otto anni veniva tuttavia a sua volta accecato e deposto. Resta comunque significativa la deci­sione di affiancare al doge due rappresentanti del potente ceto tribunizio locale, da sempre insofferente alle tenden­ze accentratrici che il dogato inevitabilmente comportava, geloso, invece, della propria autonomia di gestione delle rispettive isole. Il panorama politico andava intanto ride­finendosi velocemente. A fronteggiarsi, ora, non erano più solo i Longobardi e i Bizantini.

 

 

Questi ultimi dovevano infatti contendere il primato nella penisola ai Franchi, i nuovi ed imprevisti protagonisti della storia europea occi­dentale. Le sorti ed il futuro di Venezia si giocavano anco­ra una volta nell’abilità da parte dei suoi abitanti di sapersi oculatamente orientare ora per l’una ora per l’al­tra parte. E proprio a Venezia gli interessi franchi e bizantini trovarono un loro particolare terreno di scontro.

 

 

Il nuovo doge, Maurizio Galbaio di Eraclea, aveva fatto la sua scelta quando tra il re longobardo Desiderio e il nuovo e turbolento re franco, Carlo, scelse la più rassicu­rante “pars” bizantina. Del resto il doge Maurizio in alcu­ni documenti veniva chiamato “magister militum” oltre che “ ...consul et imperialisdux ...” in una sorta di commi­stione tra realtà locale ed imperiale segno evidente di come ancora Bisanzio fosse ben presente nella vita politi­ca lagunare.

 

 

La definitiva sconfitta dei Longobardi e la fine del loro regno in Italia per mano di Carlo Magno nel 774, doveva semplificare solo apparentemente la situazio­ne che si faceva ora di aperta e diretta contrapposizione tra l’impero d’Oriente e il nascente impero d’Occidente sulla base delle continue e inarrestabili conquiste di Carlo. E proprio a seguito dell’espansione franca nella penisola, ma anche nelle vicine Istria e Dalmazia, Venezia si ritrovava pressoché circondata da possedimen­ti franchi.

 

 

L’unico versante ancora libero era quello marit­timo, vitale per poter mantenere i rapporti commerciali con l’Oriente. E a Oriente guardava anche il figlio e suc­cessore di Maurizio, Giovanni, già da tempo associato al dogato dal padre, rivelando con ciò un chiaro tentativo di rendere ereditario il dogato. Proprio con il nuovo doge lo scontro tra la parte franca e quella filo-bizantina raggiun­se livelli di altissima tensione.

 

 

Giovanni dal 796 aveva associato a sua volta al trono il figlio, Maurizio II, coreg­genza approvata dalla corte imperiale bizantina che richiese, in cambio, la nomina di un vescovo greco alla sede di Olivolo-Castello. Fatto che puntualmente si veri­ficò. Un altro ben più grave episodio sembra inoltre con­fermare la scelta filo-bizantina dei due dogi. Nell’801 infatti, veniva assassinato brutalmente il patriarca di Grado Giovanni, apertamente schierato con la “pars fran­corum” nella speranza di poter riavere dal re franco le perdute sedi dalmate ed istriane.

 

 

I mandanti del vergo­gnoso assassinio sono con molta probabilità da identifica­re proprio con i dogi Giovanni e Maurizio II. Il successore del patriarca trucidato si spinse ben oltre. Ordita una congiura contro i due dogi, Fortunato, questo era il suo nome, riuscì a riottenere da Carlo le sedi perdute salvo prontamente fuggire per evitare di fare la stessa fine del suo povero e sfortunato predecessore.

 

 

Durante il suo viag­gio verso la corte franca, Fortunato, in sosta a Treviso con buona parte del partito filo-franco, consacrava l’elezione di un nuovo doge, Obelerio, che entrerà a Malamocco nell’804. Ai due dogi, Giovanni e Maurizio II, non restava che la fuga da Venezia. Con l’aiuto dei Franchi e della loro parte, Obelerio che aveva forse sposato una donna di origine franca, era diventato così il nuovo doge delle popo­lazioni lagunari. Bisanzio, tuttavia, non poteva essere liquidata tanto facilmente ed ecco così il nuovo doge aiu­tare con una flotta i bizantini nella riconquista della Dalmazia – il duca franco fu costretto a fuggire – mentre gli giungeva dall’imperatore il titolo di Protospatario imperiale.

 

 

Tuttavia l’equilibrio così spregiudicatamente creato dal doge veneziano stretto nella morsa franco-­bizantina, non doveva e non poteva durare a lungo e di fatto si infranse quando la parola passò alle armi. Nell’808 i Bizantini attaccarono il presidio franco di Comacchio, venendo però sconfitti dal re d’Italia Pipino, figlio di Carlo Magno, che per tutta risposta investì le isole veneziane. Dalle foci del Po Pipino si portò a Chioggia e la distrusse, per passare poi a Palestrina ed Albiola (Portosecco) che i Franchi assalto con l’ausilio di navi, zattere e pontili.

 

 

Qui si concentrarono successi­vamente i presidi franchi e proprio ad Albiola i Franchi subirono una durissima sconfitta da parte dei Veneziani (809). Contro un corpo militare là stazionato, male appoggiato, se non abbandonato dalla sua stessa flotta, quella veneziana non poteva che avere la meglio, grazie anche al probabile appoggio fornito dalla flotta bizantina di stanza in Dalmazia.

 

 

L’insperato successo sui Franchi di Carlo Magno, aveva portato come diretta ed immediata conse­guenza al rovesciamento del doge filo-franco Obelerio, che veniva fatto giustiziare dal nuovo doge Agnello Partecipazio. il nome del nuovo doge, tuttavia, resterà legato a ben altra e fondamentale circostanza: il trasferi­mento della sede politica del ducato da Malamocco, fedele al deposto doge (quindi filo-franca), a RivusAltus (Rialto), fatto verificatosi con la sicura approvazione di Bisanzio.

 

 

A Rialto infatti, diversamente che a Malamocco, la base sociale era costituita in buona parte da cittadini fuggia­schi di Eraclea, dunque sicuramente filo-bizantini. Così, dallo scontro tra questi ultimi e i Franchi, nasceva una nuova e vincente realtà lagunare. A conferma di questo, parla anche il trattato di pace tra Venezia e i Franchi (Aquisgrana 812), con il quale veniva riconosciuto all’area il suo storico legame con Bisanzio, oltre che la libertà di commercio per i Veneziani in tutto l’Impero con diritto di possedimenti e protezione, mentre Carlo cedeva in più un tratto di terra ferma lungo il fiume Sile. La nuova Venezia, la Venezia di Rialto, metteva così piede anche nell’immediato entroterra.