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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

Il re longobardo Liutprando col pretesto di difendere la fede cristiana dall'eresia iconoclasta dei bizantini attacca Ravenna e la conquista. Ma i duces bizantini chiedono l'aiuto militare della flotta veneta e la situazione viene rovesciata. Ravenna torna all'Esarca. (anno 730 d.C.)

 

LA PRESA DI RAVENNA

 

Liutprando con il pretesto di difendere la fede dall’eresia iconoclasta attacca la città di Ravenna e la conquista. Cade l’esarcato ma il governatore bizantino perora la sua causa presso il governo ducale e chiede l’aiuto del Papa. Così alla fine i Veneziani offrono aiuto militare e sbarcati dalla flotta riescono a infrangere la resistenza...

 

 

La leggenda avvolge anche i due successori di Paoluccio, Augusto e Marcello Tegelliano, que­st’ultimo già “magister militum” che pare abbia provveduto ad armare un certo numero di imbar­cazioni veneziane per far fronte alle continue scorrerie dei corsari che allora infestavano le coste dell’alto Adriatico.

 

 

Alla morte di costui, i suffragi dell’assemblea riunitasi ad Eraclea per l’elezione del nuovo doge, si concentrarono su di un certo Orso Ipato, cittadino della stessa Eraclea che le fonti descrivono come un uomo bellicoso ed intrapren­dente. Intanto il clima politico generale stava ancora una volta mutando rapidamente.

 

 

L’imperatore d’Oriente, Leone III Isaurico, aveva emanato infatti nel 726 un editto con il quale veniva proibito il culto delle immagini sacre (iconoclastismo). L’editto era naturalmente valido in tutto l’impero dove ancora rientravano le zone della penisola italiana occupate dai Bizantini e tra queste l’im­mediato entroterra veneto con tutta l’area lagunare. Il provvedimento non mancò di suscitare, tanto in Oriente quanto in Occidente, violente proteste, quando non si trattò di veri e propri tumulti. Fu quest’ultimo il caso di Ravenna dove l’esarca Paolo venne assassinato dai rivol­tosi – rivolta che si estese ben presto in tutto l’Esarcato – e di Roma, dove il duca bizantino con il figlio vennero ugualmente trucidati.

 

 

Il culto delle immagini sacre era e doveva restare una delle caratteristiche peculiari ed irri­nunciabili del culto cristiano. In Italia, intanto, alla prote­ste del Pontefice contro il provvedimento imperiale, si erano unite anche quelle del re longobardo Liutprando che vedeva in quel momento di estrema debolezza dell’Impero bizantino, una preziosa occasione per poter conquistare l’Esarcato ravennate. Fatto che puntualmen­te si verificò.

 

 

Fu lo stesso successore di Paolo, Eutichio, che impossibilitato a entrare a Ravenna per la situazione di estrema incertezza che ancora regnava nella città, ad aprire le ostilità nel 732 contro i Longobardi. Lo scontro non fu certo favorevole all’esarca che infatti venne sconfit­to dal re Liutprando presso Bologna in quell’occasione conquistata dai Longobardi. Dalla città l’esercito di Liutprando riuscì in successione a conquistare anche gran parte dell’Emilia e delle Marche, arrivando ad occu­pare l’importante porto bizantino di Classe, stringendo d’assedio la stessa Ravenna che venne infine conquistata.

 

 

All’esarca non restò che la fuga e con lui fuggiva anche l’arcivescovo ravennate. La meta? Eraclea, sede del duca veneziano Orso. Da questi l’esarca si aspettava evidente­mente un aiuto per la riconquista di Ravenna, contando sulla efficienza della flotta veneziana. A tal fine premeva anche lo stesso Papa, preoccupato per l’avanzata dei Longobardi verso Roma. Nel 732 il pontefice Gregorio III si era infatti rivolto anche al Patriarca di Grado Antonino, affinché si adoperasse perché Ravenna tornas­se al più presto terra imperiale. È probabile che il Papa si sia rivolto al Patriarca di Grado nella certezza che questi avrebbe potuto a sua volta intercedere con successo pres­so i Veneziani, convincendoli sull’opportunità e sulla necessità di un loro intervento armato a favore dell’esarca.

 

 

Una realtà consolidata

 

 

Ormai le “Venetiae” rappresentavano, evidentemente, una realtà anche politica e militare determinante negli equilibri che si giocavano nell’intera penisola. Al suo rappresentante religioso – il Patriarca di Grado – e politico – il doge Orso –, si rivolgevano niente meno che le massi­me autorità dell’epoca, il Pontefice e, indirettamente tra­mite il suo rappresentante, l’imperatore di Bisanzio.

 

 

In cambio del loro impegno militare a favore dell’esarca, i Veneziani avrebbero ottenuto franchige ed immunità commerciali nelle terre e nei porti bizantini della peni­sola. Di fronte a tali benefici i lagunari, pur avendo stret­to in passato dei trattati con i Longobardi, misero a dispo­sizione dell’esarca una grossa flotta (Ravenna allora era ancora bagnata dal mare) che assalì la città dal lato marittimo mentre le altre truppe bizantine la prendeva­no da terra. Ildebrando, nipote del re longobardo Liutprando e Perendeo, duca di Vicenza, invano tentaro­no di tenere la città.

 

 

Ravenna venne infatti riconquistata dai Bizantini grazie anche al fondamentale aiuto dei Veneziani che non man­carono di approfittare dell’occasione per portare in patria una certa quantità di bottino e con questo anche Ildebrando quale illustre prigioniero. Le drammatiche conseguenze dell’editto imperiale del 726, con la rivolta delle popolazioni italiche ancora sotto il dominio bizanti­no non lascia tuttavia ancora intravvedere, al di là delle motivazioni religiose, alcuna intenzione autonomistica o di scissione rispetto allo stesso Impero. Il processo, in par­ticolare nelle isole realtine, doveva rivelarsi ancora lungo e complesso.

 

 

Lo stesso duca Orso portava ancora il titolo di “Ipato”, ovvero di console imperiale, persona quindi che si era recata a Costantinopoli a rendere omaggio all’impe­ratore. Lo stesso aiuto reso dai Veneziani ai Bizantini nella riconquista di Ravenna, testimonia ulteriormente di come le realtà veneto-lagunari si sentissero ancora parte integrante dell’impero bizantino.