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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

Il vescovo Paolo di Aquileia fugge assieme agli abitanti della città davanti all'avanzare delle truppe longobarde (anno 640 d.C.)

 

 

IL VESCOVO PAOLO FUGGE CON CLERO E POPOLO

SI LASCIA AQUILEIA

 

 

Dopo gli Altinati è la volta degli abitanti di Aquileia a dover scappare davanti all’avanzata dell’esercito longo­bardo. Il vescovo Paolo guida il suo popolo verso una nuova patria, nella laguna amica, unico rifugio sicuro al riparo dalle incursioni di nemici sanguinari e barbari

 

 

L’arrivo dei Longobardi (568), costrinse dunque ad una nuova fuga le popolazioni indifese della Venezia-Giulia dove quello che restava dell’eserci­to bizantino si scontrava, con scarso successo, con i nuovi invasori. E così, come Altino, anche Aquileia occu­pata e saccheggiata dai Longobardi, si preparava ad esse­re progressivamente abbandonata dai suoi abitanti.

 

 

L’importante centro commerciale romano, già al tempo dell’invasione degli Unni di Attila (452) aveva subìto un orribile saccheggio dopo un lunghissimo assedio. Attila, accampato da giorni ai piedi della cittadina, stava ormai abbandonando l’impresa che si stava dimostrando più difficile del previsto grazie alla strenua difesa della città da parte dei suoi abitanti. Fu a seguito di un presagio, si racconta, che il capo unno si persuase proprio mentre stava abbandonando il campo, che la città sarebbe invece ben presto caduta nelle sue mani.

 

 

Un nido di cicogne ­– simbolo della vita ­–, costruito sulle mura di Aquileia, cadde infatti improvvisamente a terra mentre nelle mura si apriva un varco d’accesso alla città. Il segno gli aveva dato la certezza che l’impresa, da lì a poco tempo, sarebbe andata a buon fine. E così fu. È tuttavia da rite­nere, contrariamente a quanto alcune fonti riportano che la cittadina non venne completamente distrutta, ma “semplicemente” saccheggiata. Anzi, la lettera del papa Leone I al metropolita di Aquileia e datata 21 marzo 458, lascia intravvedere degli evidenti segui di una seppur lenta ripresa della vita cittadina.

 

 

Lo spopolamento e l’abbandono progressivi della città, sembrano infatti verificarsi, invece, solo a seguito dell’in­vasione permanente dei Longobardi della “Venetia”. Allora Aquileia, anche per cause naturali, perderà il suo antico legame col mare, diventando un centro marginale e periferico nel nuovo assetto politico-geografico imposto dai Longobardi alla penisola. Questo processo di progressivo decadimento dell’antico centro romano, andava invece tutto a vantaggio della vicina Grado che, tra l’altro, cosa non certo di poco conto, era rimasta nell’orbita dei possedimenti bizantini assie­me a tutta la fascia Iagunare veneta.

 

 

Grado era un centro lagunare già stabilmente abitato in epoca romana quale porto del retrostante emporio com­merciale di Aquileia. Lo stesso nome “Gradus”, ovvero scalo, lascia ben intendere questa importante funzione. A seguito delle scorrerie dei Goti di Alarico prima e degli Unni di Attila poi nel corso del V secolo, gli aquilensi ini­ziarono a guardare al vicino porto come ad un possibile e sicuro rifugio, costruendo infatti una cinta muraria con quattro-cinque porte affiancate da possenti torri. Era l’ini­zio della fortificazione del centro che sarebbe diventato un  vero e proprio “castrum”.

 

 

Già sul finire del V secolo si era dato inizio anche ad una nuova basilica. il fatto che anco­ra non si pensasse a Grado come alla nuova e definitiva dimora, sembra trovare conferma anche dal tatto che i lavori di questa nuova fabbrica vennero subito interrotti e la basilica poté essere ultimata solo dopo il 570, quando ormai invece, da transitoria, la nuova sede si apprestava a diventare definitiva. Nel 569, infatti, sopraggiunti i Longobardi che inglobarono fin da subito Aquileia nelle loro conquiste, l’esodo dei suoi abitanti si fece massiccio e continuo.

 

 

Lo stesso vescovo e patriarca Paolino, guidò il primo, consistente nucleo di profughi. Con i profughi, Paolino trasferiva con sé anche il tesoro della sua chiesa e la sede stessa della diocesi, ugualmente a quanto faceva il vescovo di Padova che stabilì la sua nuova sede a Malamocco, quello di Concordia a Caorle, di Oderzo ad Eraclea-Cittanova e di Altino a Torcello. Non è dato sape­re con certezza se la fuga di Paolino e dei suoi fedeli da Aquileia a Grado, avesse un carattere transitorio oppure meno. I! fatto che non si possa sapere se Paolino stesso sia morto ad Aquileia o a Grado, lascia aperto il dubbio sulla vera natura del trasferimento.

 

 

Tuttavia, il trasferimento del tesoro della chiesa aquilense e delle stesse sacre reli­quie dei martiri Ennagora e Fortunato a Grado, lasciano ipotizzare che i fuggiaschi per lo meno temessero di non poter tornare tanto presto nella loro città. I rapporti con la patria, in ogni caso, non si interruppero subito e bru­scamente, ma anzi continuarono. La relativa calma seguita allo stabilizzarsi dell’equilibrio tra Longobardi e Bizantini nella penisola, favorì certamente questa circo­stanza, tanto che il successore di Paolino, Probino, ritornò probabilmente ad Aquileia dove infatti morirà.

 

 

Tuttavia, la nuova vita a Grado si era rapidamente organizzata e radicata ed il 3 novembre del 579 veniva consacrata la nuova cattedrale finalmente ultimata e dedicata a S.Eufemia. In quell’occasione, e solo allora probabilmen­te, le reliquie dei due martiri aquilensi vennero trasferite a Grado sancendo così il definitivo distacco della comu­nità dall’antica patria.

 

 

La tradizione che voleva le reliquie trasferite a Grado dal vescovo Paolino durante la prima ondata migratoria, pur rispondendo difficilmente alle vicende storiche, trova tut­tavia una sua valenza e un suo significato legati alla cari­smatica figura dello stesso Paolino. Questi avrebbe dun­que trasportato a Grado con il tesoro della sua chiesa, le venerate reliquie dei santi Ennagora e Fortunato, marti­rizzati all’epoca della grande persecuzione neroniana.

 

 

Ennagora, discepolo dell’evangelista S.Marco che si vole­va esser stato presente nelle Venezie per diffondere il cri­stianesimo, era stato creato dallo stesso evangelista vescovo di Aquileia, dove effettivamente si può credere alla presenza di una prima comunità cristiana già nel I secolo d.C. Fortunato, invece, diacono dello stesso Ennagora, venne successivamente da questi indicato quale suo successore alla cattedra vescovile. I profughi, continua la leggenda, avrebbero così affronta­to il periglioso viaggio verso Grado potendo contare sulla benevola presenza delle sacre reliquie custodite e ben protette in una delle loro imbarcazioni che raggiunsero infatti indenni la nuova meta dove venne subito eretta una basilica in loro onore.

 

Laura Poloni