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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

Non c’è solo il papa a complicare la vita ai veneziani nei primi del Seicento, il grande secolo della dominazione spagnola in Italia. Proprio la Spagna infatti, per completare il suo mosaico italiano, punta gli occhi su Venezia ...

 

 

ANCHE LA SPAGNA CONTRO VENEZIA

SI SCOPRE LA CONGIURA!

 

 

 

Il XVII secolo non brillò certo quanto a tranquillità e stabilità. Congiure, assassinii, delitti eccellenti, intrighi dentro e fuori le corti erano infatti all’ordine del giorno. Nessuna nazione o stato ne era immune, neppure, naturalmente, Venezia. Il tentato omicidio dello “scomodo” Sarpi era solo l’ultimo eclatante segno di una violenza diventata ormai l’unica arma per risolvere i con­trasti o per affermare le proprie ragioni. Non di morte violenta, ma naturale, moriva intanto il doge Leonardo Donà, colui che con il fidato Sarpi aveva guidato Venezia nella sua sfida con Roma.

 

 

I suoi tre successori, non lascia­rono alcuna traccia significativa lasciando invece il trono ducale, infine, al nuovo doge Antonio Priuli. Questi, al momento della nomina, si trovava però in Dalmazia e lo stato veneziano per un breve periodo restò di fatto senza il suo massimo rappresentante. Proprio durante quei giorni, i veneziani una mattina si trovarono di fronte ad una macabra sorpresa lungo il Molo. Due uomini infatti, nottetempo erano stati impiccati, mentre all’indomani mattina se ne aggiunse anche un terzo.

 

 

Dal governo veneziano non giungeva alcuna spiegazione e le modalità non erano certo quelle consuete del Consiglio dei Dieci che preferibilmente agiva in tutta segretezza. Chi era dunque il destinatario del lugubre messaggio? La rispo­sta che ben presto corse tra le calli e i canali della città fu univoca. Dietro quei tre cadaveri c’era la Spagna. Ma per­ché mai proprio la Spagna? Fra la cattolicissima nazione e Venezia, per la verità, non era mai corso buon sangue, e l’espansione spagnola nel corso del Seicento non poteva che aggravare questa situazione.

 

 

Se nel secolo precedente la Francia aveva costituito un serio baluardo che si con­trapponeva allo strapotere spagnolo nella penisola italia­na, con il nuovo secolo le cose mutarono radicalmente. La Francia aveva infatti praticamente perso ogni dominio in Italia e sul trono, dopo l’assassinio del re Enrico IV, sede­va un bambino di appena nove anni, Luigi XIII, sotto la tutela vigile della madre-reggente, Maria de Medici, deci­samente filo-spagnola. La Spagna, così, dominava indi­sturbata da Milano al Regno di Napoli, passando per Firenze, dove il granduca Cosimo era praticamente con­trollato dalla potente nazione. Per completare il mosaico italiano, alla Spagna non restavano che i due “pezzi” del ducato sabaudo e della repubblica di Venezia e proprio su quest’ultima si concentrarono le pericolose attenzioni del governo spagnolo.

 

 

Non era del tutto immotivato, dunque, il sospetto che dietro quelle misteriose esecuzioni si nascondesse proprio la Spagna con il suo evidente scopo di destabilizzare lo stato veneziano, ancora sempre senza il suo doge. I retroscena del fattaccio, confermarono infatti questo dubbio, svelando tutta la spregiudicatezza degli spagnoli pur di arrivare alloro scopo: distruggere definiti­vamente Venezia.

 

 

I registi dell’incredibile quanto temera­ria azione, avevano un volto ed un nome, primo fra tutti quello di don Pedro Tellez Giron duca di Osma e viceré di Napoli accanto a quello del marchese di Bedmar, Alonso de lo Cueva, ambasciatore spagnolo e vero fulcro di quella centrale cospirativa che era l’ambasciata spagnola a Venezia. Uomo coltissimo e raffinato, Bedmar fu detto “uno degli spiriti più pericolosi che la Spagna abbia mai prodotto”.

 

 

L’odio viscerale che provava per Venezia ne faceva una vera e propria serpe in seno alla repubblica. Attorno ai due personaggi eccellenti tutta una schiera di loschi personaggi disposti a tutto e pronti e fedeli esecuto­ri di qualunque ordine. Dall’altra parte, non solo l’ignaro governo veneziano, ma fortunatamente un uomo, il gio­vane francese BalthasarJuven, da poco approdato in città per entrare al servizio della repubblica.

 

 

 

Quello degli spagnoli, per dirla in termini moderni, sarebbe stato un vero e proprio colpo di stato con tanto d’invasione. Bedmar avrebbe dovuto qualche setti­mana prima dell’ora X, armare un certo numero di spa­gnoli infiltrati a Venezia, mentre il Viceré di Napoli avrebbe spedito le sue navi fino al Lido. Qui sarebbero infatti sbarcate le prime truppe d’invasione mentre altre si sarebbero insinuate con delle zattere nella laguna fino alla città. Lo sbarco? A S.Marco, ovviamente, dove si sarebbe dovuto occupare il Palazzo e l’Arsenale, fortifi­cando la stessa Piazza.

 

 

Iniziava così in un secondo tempo l’epurazione: i nobili veneziani più in vista dovevano esse­re uccisi o catturati, per chiedere poi un riscatto. Venezia insomma, sarebbe diventata niente meno che un princi­pato del Viceré spagnolo di Napoli. Ma la sorte non giocò certo a favore del diabolico piano spagnolo che venne invece banalmente scoperto e sventato grazie proprio allo Juven. Questi infatti, venne avvicinato da un suo compa­triota per entrare a far parte del piano. Lo sprovveduto, però, ignorava l’odio che lo Juven provava, quale ugonot­to, nei confronti della cattolica Spagna.

 

 

Al momento il gio­vane francese resse però astutamente il gioco, riuscendo così a conoscere tutti i dettagli del piano e i nomi degli altri congiurati. Un paio di giorni dopo, prese con sé il suo “amico” e si recò inaspettatamente a Palazzo Ducale. Lì fece letteralmente irruzione nella Sala delle Udienze lasciando in custodia il sempre più attonito compare. Ricevuta udienza, lo Juven rivelò tutto quello che sapeva del piano facendo poi entrare il malcapitato congiurato che dopo poco infatti, per aver salva la vita, confessò e confermò la notizia.

 

 

Il Consiglio dei Dieci, non perse certo tempo muovendosi con quella rapidità ed efficacia che gli erano proprie. Il “bravo” principale, Jacques Pierre, venne arrestato, cucito in un sacco e scaraventato in mare; altri due vennero torturati ed appesi per un piede a capo in giù nella Piazzetta; altri 300 fiancheggiatori di second’ordine sparirono invece a poco a poco nel nulla senza che di loro si sapesse più nulla. L’ambasciata spa­gnola venne perquisita e si rivelò un vero arsenale di armi di qualunque specie e grandezza. E le due menti? Il Viceré e l’ambasciatore Bedmar, i due pesci più grossi, proprio per questo riuscirono ovviamente a cavarsela. A loro restò solo lo smacco del fallimento e di dover assistere alla durissima e trionfale reazione del governo veneziano. La Serenissima era salva ancora una volta!

 

Laura Poloni