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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

Nello storico scontro tra la Serenissima ed il papato agli inizi del XVI secolo, fra Paolo Sarpi diventa il paladino delle libertà della repubblica veneta rischiando per questo anche la vita...

 

 

CON LA CONTRORIFORMA IL CLIMA SI FA PESANTE

PAOLO SARPI DEVE MORIRE

 

 

 

Con la fine del XVI secolo, arrivarono per Venezia nuovi ed imprevisti problemi. Non erano i turchi questa volta, ma paradossalmente il papa a crea­re dei seri “grattacapi” al governo ducale. Venezia del resto non si era mai distinta neppure in pas­sato per una politica fortemente o indiscutibilmente filo­papale e i momenti di tensione non erano infatti mai mancati. Già in un paio di circostanze sulla città era piombata come un fulmine la scomunica o l’interdetto pontifici.

 

 

A scontrarsi erano due opposte concezioni politi­che, più che religiose, dal momento che a Venezia mai l’a­spetto religioso si era veramente distinto nella sua gestio­ne da quello politico. Le due sfere d’azione, pur formal­mente distinte, in realtà rispondevano ad un unico, comune scopo: il bene e la sicurezza della Serenissima prima di tutto ed innanzitutto. La vocazione mercantile della città, poi, radice prima della sua potenza e della sua grandezza, ne aveva fatto da sempre una città fortemen­te aperta e cosmopolita, tollerante anche e necessaria­mente in campo religioso.

 

 

Turchi, ebrei, cattolici, convive­vano tranquillamente in nome di un comune interesse: l’attività commerciale. Questa libertà, tuttavia, iniziava, con le mutate condizioni storiche sul finire del secolo, a suscitare le violente reazioni del pontefice. Il clima della Controriforma si stava facendo pesante e apertamente intollerante in ogni campo, da quello culturale, morale e politico, ovviamente. il terrore di soccombere di fronte al dilagare della religione protestante, trasformò ben presto le direttive del Concilio di Trento in una vera e propria crociata contro i nuovi eretici.

 

 

A Venezia, invece, si pub­blicavano e si importavano libri di preghiere protestanti, si tenevano, seppur solo in cappelle private, funzioni anglicane e si pubblicavano i libri che altrove erano stati invece messi all’indice dalla Santa Sede come libri proibi­ti. Non solo. I laici, per di più, non potevano vendere beni immobili a degli ecclesiastici o a una chiesa. La Santa Sede non poteva più sopportare questi fatti che le sem­bravano dei veri e propri affronti da parte di un governo che si era sempre dimostrato incurante dei ripetuti richiami del precedente pontefice.

 

 

Con il nuovo secolo e con il nuovo pontefice, Paolo V, tuttavia le cose precipita­rono e la crisi scoppiò violenta nel 1605. Non solo Venezia non aveva mandato a Roma il nuovo patriarca, Francesco Vendramin, affinché venisse confermato nella nomina dal papa, ma teneva in carcere due preti accusati di una serie di reati tra i quali la frode, l’omicidio e un mal riusci­to tentativo di seduzione. Alla notizia il papa, già spazien­tito, reagì furiosamente. Quelli erano due ecclesiastici e come tali soggetti a un solo tribunale, quello ecclesiastico. Di ben altro parere, ovviamente, il governo veneziano: i due erano anche, e prima di tutto, cittadini veneziani e come tali dovevano essere giudicati dalle autorità civili competenti.

 

 

Fioccarono così le prime minacce d’interdetto che si concretizzarono nella primavera del 1606. Il 6 mag­gio, il doge Leonardo Donà rispondeva all’atto di scomu­nica e d’interdetto del papa con un decreto ducale nel quale veniva richiamato all’ordine tutto il clero veneziano invitato a proseguire regolarmente nelle sue abituali fun­zioni e riconoscendo quale unica superiore autorità solo la “Divina Maestà”.

 

 

La Chiesa sbagliava poiché si rifiutava di riconoscere ed accettare i legittimi e sacrosanti diritti della repubblica e pregava Dio, infine, affinché il papa riconoscesse il suo errore. In questa durissima ed energi­ca riaffermazione della propria legittimità, ed in fondo della propria storia, il governo ducale si avvalse di una delle più vive e lucide intelligenze dell’epoca: lo storico veneziano frà Paolo Sarpi, dell’Ordine dei Servi di Maria. il 28 gennaio del 1606, alle prime minacce papali d’inter­detto, Sarpi era stato nominato “consultore in iure” del governo ducale che si avvalse della sua straordinaria pre­parazione teologico-giuridica per controbattere riga su riga alle ragioni accampate da Paolo V. La sua oratoria, la sua straordinaria lucidità di giurista-teologo furono le efficientissime armi usate dal governo veneziano in quel delicatissimo frangente. Con le parole, anche i fatti.

 

 

Su suggerimento del Sarpi, infatti, vennero cacciati da tutto il territorio della repubblica i Gesuiti, la longa manus della Santa Sede, ma anche i Teatini e i Cappuccini men­tre veniva licenziato anche il Nunzio Apostolico. FràSarpi in quei frenetici mesi predicava, scriveva e polemiz­zava, tutto ciò nel generoso tentativo di rendere chiara la distinzione fra questioni celesti e questioni temporali appoggiando ovviamente la posizione del governo vene­ziano. Tutto questo gli procurò ben presto una citazione davanti al Tribunale dell’Inquisizione.

 

 

Coerentemente e ovviamente Sarpi non si presentò, ignorando in pieno la convocazione. Era guerra aperta, una “guerra” che si sarebbe conclusa solo un anno dopo con la mediazione della Francia, ma con una vittoria morale e politica di Venezia che non aveva minimamente ceduto. Nell’aprile del 1607 Paolo V fu costretto a revocare l’interdetto sulla città. Fu anche l’ultimo nella storia della Chiesa. Intanto fràSarpi continuava nel suo incarico di consulente giuri­dico del governo ducale, incurante delle voci che la sua vita fosse in serio pericolo. Non erano solo voci.

 

 

Il 25 otto­bre del 1607 sulla via del ritorno in monastero da Palazzo Ducale, mentre scendeva gli scalini del ponte di S.Fosca, venne infatti circondato da almeno cinque sconosciuti e colpito da questi con tre pugnalate al volto e al collo. Una delle pugnalate aveva colpito l’orecchio destro e si era con­ficcata nello zigomo tanto da far credere ai suoi aggressori che fosse morto. Miracolosamente, invece, Sarpi riuscì a sopravvivere e quando gli mostrarono il pugnale con il quale era stato ferito, disse toccandone la punta: “Conosco lo stile – i modi – della Chiesa Romana”. Contro gli aggressori che nel frattempo avevano trovato rifugio e protezione a Roma, non a caso certamente, niente venne fatto. il governo veneziano invece offrì a Paolo Sarpi una casa in Piazza S.Marco in modo da evitare di percorrere troppa strada da solo, ma con la massima umiltà e rin­graziando, il Sarpi preferì restarsene nella pace del suo convento.

 

Laura Poloni