logostoriaveneta2

STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

Nel 1577 Sebastiano Venier viene scelto quale nuovo doge. Il vecchio comandante riceve anche gli onori dei mercanti turchi di Venezia, gli antichi nemici ...

 

 

DOPO LEPANTO IL TRONO DUCALE

VENIER DIVENTA DOGE

 

 

 

L’epidemia di peste che sconvolse l’atmosfera fiabe­sca di Venezia nel 1576, si esaurì finalmente verso la fine dell’estate. I Veneziani stavano erigendo la loro chiesa – il Redentore – a ringraziamento della fine della pestilenza e la vita stava recuperando, seppur lentamente, i ritmi e le abitudini di sempre. il doge Alvise Mocenigo che si era salvato dalla peste, non fece comun­que in tempo a vedere la chiesa finita, dal momento che il 4 gennaio del 1577 moriva e veniva poco dopo sepolto nella chiesa dei SS.Giovanni e Paolo.

 

 

Mocenigo, prima di salire sul trono ducale era stato anche ambasciatore pres­so l’imperatore Carlo V, che aveva profondamente apprezzato la sua abilità diplomatica, ma il suo dogato, complessivamente, fu estremamente sfortunato o comun­que segnato da alcuni fra i più tragici eventi della storia veneziana. Si era infatti aperto con la vergognosa, fallita spedizione di Venezia, Spagna e papato per soccorrere l’i­sola di Cipro assediata dai turchi e si era concluso prati­camente con una città devastata dalla peste.

 

 

Tuttavia Alvise Mocenigo ebbe anche il merito, o la fortuna, di legare il suo nome e il suo governo anche alla insperata vittoria di Lepanto. Per quest’ultimo episodio l’anziano doge poteva morire soddisfatto. E proprio fra gli uomini che contribuirono in maniera determinante a quella vitto­ria, ora il Senato rinnovava la sua scelta con l’elezione del nuovo doge. In realtà, uno era il personaggio sul quale inevitabilmente e sin da principio si concentrarono, una­nimi, le preferenze: Sebastiano Venier.

 

 

Sulla fama di Lepanto vola il Venier

 

 

Il comandante veneziano, l’eroe di Lepanto, colui che aveva saputo condurre la propria flotta in modo eccel­so contro i turchi, era rientrato a Venezia solo nel 1573, giusto il tempo per attraversare, indenne, la terribile pestilenza del 1576. Pochi mesi, dopo alla morte di Alvise Mocenigo, Sebastiano Venier poteva così salire sul trono ducale. Era la naturale ma anche la massima ricompen­sa che il Venier poteva sperare.

 

 

Probabilmente l’ormai anzianissimo comandante la vide più come una cosa dovutagli, l’ovvia chiusura di una vita spesa al servizio della repubblica. il carattere del Venier infatti era noto­riamente irascibile, pieno di sé e orgogliosissimo, in parti­colare della sua eroica impresa. Non fu certo un caso, quindi, che tra i primi provvedimenti che prese, non appena sedette sul trono ducale, uno fosse relativo pro­prio alla memorabile battaglia. Tutti i nobili, infatti, che vi avevano preso parte, dovevano indossare degli abiti rossi per un’intera settimana quale alto segno distintivo e malgrado fossero passati ormai già più di sei anni dall’e­vento.

 

 

Pure i mercanti turchi gli fanno omaggio...

 

 

Una circostanza curiosa si verificò il giorno del suo insediamento. Dopo aver ricevuto l’omaggio dei nobili e degli elettori, al vecchio doge si presentarono davanti dieci rappresentanti dei mercanti turchi residen­ti a Venezia. L’omaggio, non certo privo di interesse e di secondi fini, primo fra tutti quello di garantirsi comunque la benevolenza del doge e della città, non mancò certo di colpire, dal momento che proprio l’uomo che pochi anni prima aveva contribuito ad infliggere ai turchi una sono­ra sconfitta, ora li accoglieva e li riceveva con la massima cortesia e gentilezza.

 

 

Sei anni, almeno in questo caso, erano passati per qualcosa! Lepanto comunque era vera­mente ormai lontana, un bel ricordo nel quale il doge non trascurava certo d’indugiare. Ma un evento drammatico pensò a richiamare il Venier all’attualità. Il 20 dicembre del 1577, per la seconda volta nel giro di pochi anni, un incendio si propagò nel Palazzo Ducale. Questa volta, tut­tavia, a differenza delle precedenti, le fiamme produssero danni inestimabili e purtroppo per certi versi irreversibili al palazzo e alle opere in esso contenute.

 

 

La Sala del Maggior Consiglio e quella dello Scrutinio vennero infatti inghiottite completamente dalle fiamme e con esse i pre­ziosi affreschi dei massimi maestri del Quattro-­Cinquecento veneziano, dal Gurianto, al Bellini, da Tiziano a Tintoretto e Veronese. Tutti infatti, avevano lasciato nello storico Palazzo la loro fuma. I danni poi alla struttura stessa del palazzo fecero per un momento teme­re il peggio, ovvero una sua totale distruzione per far posto ad una costruzione ex novo. La richiesta in tal senso era appoggiata anche da alcuni fra i massimi architetti dell’epoca, Palladio in prima fila.

 

 

Fortunatamente questa drastica soluzione, alla fine, venne accantonata procedendo invece ad una accurata ristrutturazione che mantenne sostanzialmente inaltera­ta la struttura antica del palazzo. Non è dato sapere se e come il Venier sia intervenuto nella questione. Resta il fatto che, al momento dell’incendio, il vecchio doge si rifiutò di abbandonare il palazzo. Lo spirito del coman­dante, che affonda con la sua nave, riemerse in quell’occasione che per Sebastiano Venier sarebbe stata anche l’ul­tima. Appena tre mesi dopo, infatti, la morte lo costrinse a lasciare per sempre il “suo” palazzo. Con la morte di Venier si chiudeva un’epoca per Venezia, un burrascoso periodo che l’aveva vista in prima fila e finalmente vitto­riosa nella lotta contro i turchi. Venier era stato l’uomo del momento, ma con il nuovo secolo arrivavano anche per Venezia nuovi e delicati problemi che nemmeno il turco “infedele” le aveva mai procurato.

 

Laura Poloni