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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

La straordinaria vittoria conseguita sui turchi dalle navi cristiane a Lepanto, aveva nel comandante veneziano Sebastiano Venier il suo principale regista giustamente festeggiato al suo rientro in patria...

 

 

 

DOPO LEPANTO È FESTA GRANDE A VENEZIA

IL RITORNO DELL’EROE

 

 

 

La battaglia di Lepanto si era chiusa con una schiacciante vittoria della navi cristiane. Malgrado l’atteggiamento alquanto irresponsabile del comandante Doria che rischiò all’ultimo minu­to di compromettere l’esito finale dello scontro, alla fine della storica giornata don Giovanni d’Austria e tutti gli altri che avevano contribuito alla vittoria, potevano esul­tare dalla gioia. Le perdite materiali non furono eccessive. Si parla di 13 navi perse contro le 113 affondate dei tur­chi e 117 catturate.

 

 

Diversamente, purtroppo, i conti delle perdite umane furono altissimi da entrambe le parti. Del resto lo scontro si era risolto prevalentemente con dei durissimi corpo a corpo, ma anche in questo campo le 15.000 vittime cristiane non furono niente (si fa per dire!) rispetto alle 30.000 del nemico alle quali si aggiungevano 8.000 prigionieri. Ad accrescere l’entità della vittoria dei cristiani si aggiunse infine uno straordinario bottino. Solo nella nave di Alì infatti, vennero ritrovati ben 150.000 zecchini d’oro! I turchi evidentemente si ritenevano sicuri della vittoria.

 

 

Ma un’altra piacevole sorpresa si realizzò quel giorno, ovvero la liberazione di ben 15.000 schiavi cristiani utilizzati quale forza motrice nelle galee turche. Anche per loro, sicuramente, quel giorno diventò imme­morabile, un giorno di grande gioia che arrivava dopo lunghi anni di incontrastate conquiste turche, dopo lun­ghi anni di divisioni interne alla cristianità che questa volta aveva dimostrato tutta la sua capacità offensiva, unita nel comune scopo. L’abilità di comando e militare di don Giovanni d’Austria aveva fatto il resto. il 18 ottobre del 1571 GiuffredoGiustinian con la galea dal significati­vo nome di “Angelo”, portò così finalmente notizia a Venezia della vittoria.

 

 

Venezia era sicuramente lo stato, fra Spagna e papato, che aveva maggiormente sofferto e pagato per l’avanzata turca e perl’inerzia degli stati euro­pei. il ricordo della terribile fine del Bragadin che certa­mente poteva essere evitata se solo le navi della Sacra Lega si fossero riunite e mosse pochi mesi prima, era ancoratroppo forte e recente perché il sapore della notizia di Lepanto non assumesse anche il sapore di una giusta vendetta.

 

 

E così la città esplose in un impeto di gioia incontrollata e le calli, le piazze, i canali, si riempirono presto di gente festante. A memoria dell’insperata vitto­ria, molte furono le iniziative intraprese da parte del senato. il portale del Gambello all’Arsenale si trasformò in monumento mentre ogni 7 ottobre da quell’anno fino alla caduta della repubblica venne festeggiato con una processione del doge fino alla Chiesa di S.Giustina nel cui giorno, il 7 ottobre, appunto, era avvenuta la vittoriosa battaglia che venne anche rappresentata in due diverse opere pittoriche, di cui una del Veronese nella sala del Collegio.

 

 

Lepanto rappresentò sicuramente una straordi­naria vittoria militare e morale, attesa forse per troppi anni, ma le premesse che una simile circostanza implica­va erano destinate purtroppo a svanire a poco a poco, tra­dite ancora una volta dagli egoismi anche degli altri stati cristiani (Portogallo, Polonia, Francia e l’Impero) che non entrarono infatti nemmeno ora nella Sacra Lega. Morto poi il suo principale promotore (1572), il pontefice Pio V, l’alleanza tra Spagna e Venezia, già di per sé difficile ed eccezionale, saltò completamente e, con essa, le premesse per poter continuare un’efficace azione di contrasto contro i turchi.

 

 

Già i primi sentori della crisi si registrarono agli inizi del nuovo anno, il 1572, quando Venezia dimostrò tutte le più serie intenzioni di continuare ad affrontare i turchi magari costringendoli allo scontro approfittando del ‘’vento’’ favorevole che la battaglia di Lepanto aveva portato con sé. In più occasioni le navi veneziane si scon­trarono vittoriosamente con quelle nemiche realizzando anche qualche sporadica conquista, ma alla prima rile­vante occasione di dare ai turchi una seconda, esemplare lezione, gli spagnoli si tirarono improvvisamente indietro.

 

 

I turchi erano praticamente intrappolati nel porto di Navarino (od. Pylos). Si doveva solo attendere che finisse­ro i rifornimenti per attaccarli, ma don Giovanni fece sapere che le sue navi dovevano rientrare assolutamente in Spagna. Dello stesso avviso fu anche il comandante pontificio Colonna e così Venezia si ritrovava nuovamen­te sola di fronte al nemico e il nuovo comandante venezia­no, affiancato all’ormai anziano Venier, fu costretto a dare l’ordine del rientro.

 

 

A Venezia rientrava intanto anche lo stesso Sebastiano Venier, dopo due anni e dopo aver comandato magistralmente le sue navi nella battaglia di Lepanto. Uomo orgoglioso del suo passato, il Venier era ormai l’eroe del giorno. Era il 1573 quando il vecchio comandante approdava in laguna a punta Sant’Antonio venendo accolto da una cinquantina di senatori vestiti in pompa magna. Da lì entrò nel porto del Lido con la sua nave parata a festa, venendo poi scortato fino al Canal Grande. Da qui approdò infine in Piazza S.Marco. Qui, nella Piazzetta, lo aspettavano patrizi e gente comune del popolo, un popolo ancora festante anche se ormai dalla vittoriosa battaglia erano trascorsi circa 15 mesi.

 

 

Bastava comunque il solo ricordo per riaccendere gli animi e gli entusiasmi dei veneziani attorno alloro eroico comandan­te. Questi, giunto all’ingresso della Basilica di S.Marco, incontrò il doge Alvise Mocenigo, accompagnato dai membri del senato, che si rallegrarono con il Venier perla vittoria conseguita e per il suo meritato trionfale ritorno in patria. Infine, entrarono tutti nella Basilica ed assistet­tero alla sacra cerimonia in ringraziamento della vittoria. Venezia almeno, si consolava nel ricordo della gloriosa battaglia, ma da lì a pochi mesi le circostanze l’avrebbero presto indotta a firmare una pace separata con il sultano turco, suscitando le sdegnate reazioni di mezza Europa, quella stessa Europa che al momento di agire contro il comune nemico, non aveva fatto altro che girare le spalle alla Serenissima che trovava invece nel trattato di pace l’unica strada per evitare ancore inutili e solitarie sortite contro un nemico sempre potente e minaccioso.

 

Laura Poloni