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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

La città cipriota dopo quasi un anno di assedio cede infine alle armi turche. È la strage, tanto più violenta e crudele contro chi aveva osato tanto. Marcantonio Bragadin, capitano della Piazza, viene scuoiato vivo...

 

 

 

A FAMAGOSTA È CACCIA ALL’UOMO

IL MARTIRIO DI BRAGADIN

 

 

 

Quando la notte del 31 luglio 1571 i comandanti veneziani di Famagosta Baglioni e Bragadin ultimarono la loro consueta ispezione alle mura e agli ultimi rifornimenti rimasti, ben si avvidero che non avrebbero potuto resistere ancora a lungo all’assedio. Si decise così la resa, dopo quasi un anno di generosa ed irremovibile resistenza. Con questa drammatica decisione si sperava infatti di evitare alla città e alla sua popolazione stragi e distruzioni. Questa infatti era la norma generale in caso di resa volontaria.

 

 

Ma i turchi non potevano certo dimenticare facilmente quei lunghi mesi di ininterrotto assedio. E così, all’alba del 1 agosto una bandiera bianca venne fatta sventolare sulle mura della città ormai stremata. Come sperato le condizioni della resa furono assai favorevoli, almeno sulla carta e per certi versi sorprendenti. I veneziani ed in genere chiunque avesse voluto avrebbero potuto lasciare l’isola tranquillamente ed indisturbati.

 

 

A loro veniva rila­sciato anzi un salvacondotto con la garanzia che nessuna nave turca li avrebbe attaccati. il documento con queste ed altre clausole era firmato in calce da Mustafà in perso­na e portava il sigillo dello stesso sultano Selim I. I giorni seguenti, quindi, chi voleva partire ebbe modo di prepa­rarsi con una certa calma, turbata solo da qualche spora­dico episodio. Fra questi, ovviamente, anche Bragadin, colui che più di chiunque altro aveva sostenuto fino all’ul­timo la resistenza e la difesa di Famagosta quale rettore per conto del governo veneziano. Come ultimo gesto prima di imbarcarsi, il capitano veneziano fece sapere a Mustafà che si sarebbe recato al suo campo per conse­gnargli personalmente le chiavi della città. il comandante turco fece sapere che lo avrebbe atteso ed accolto al più presto.

 

 

Bragadin si consegna nelle mani di un avversario spergiuro ...

 

 

Bragadin accompagnato dal Baglioni e da un certo seguito di uomini e soldati, si diresse così verso il campo dei turchi vestito con l’abito di rappresentanza rosso porpora. Anche se a malincuore, la decisione per lo meno gli aveva assicurato la salvezza ed il prossimo ritor­no a casa. E così, rassicurati e fiduciosi, i due comandanti arrivarono finalmente di fronte a Mustafà. Questi poté guardare in volto i due uomini che erano riusciti a com­plicargli non poco la vita offuscando momentaneamente la sua abilità di soldato e comandante.

 

 

Inizialmente tutto questo non sembrava minimamente essere motivo di rancore da parte del turco. Mustafà anzi si dimostrò sulle prime molto cortese con i suoi ospiti che accolse gentil­mente non mostrando alcun desiderio di vendetta nei loro confronti. Questo invece era ben celato nel profondo del suo animo e doveva essere talmente smisurato data la violenza con la quale ben presto esplose.

 

 

All’improvviso, infatti, Mustafà estrasse il suo pugnale e tagliò di netto l’orecchio destro del povero Bragadin dando ordine a un suo soldato di fare altrettanto con l’altro e con il naso. In una allucinante sequenza di ordini, fece poi decapitare Astorre Baglioni e il comandante dell’artiglieria Luigi Martinengo. Era solo l’inizio della strage. Per troppo tempo Mustafà aveva masticato odio e rancore verso que­gli uomini per non cogliere la facile occasione di vendicar­si di loro malgrado la finale vittoria che rese ancor più gratuito tanto sangue.

 

 

A sera ben 350 teste si trovavano accatastate davanti alla sua tenda. Ma la sorte peggiore sarebbe toccata al povero Marcantonio Bragadin. Questi venne tradotto mutilato di naso e orecchie in una prigio­ne e lì rinchiuso per le successive due settimane durante le quali le ferite non curate andarono in cancrena. In quelle condizioni già di per sé gravissime, il comandante veneziano venne infine tratto di prigione e costretto a per­correre le mura con dei pesanti sacchi di sabbia e pietra­me sulle spalle. Era solo l’inizio del suo spietato calvario. Ultimato il giro infatti, Bragadin venne fatto sedere su di una panca, legato e issato sul pennone più alto della nave ammira­glia turca, esposto agli scherni e agli insulti dell’equipag­gio e delle soldataglie turche.

 

 

Venne infine condotto nella piazza principale della città che nel frattempo aveva subì­to un orribile saccheggio diventando scenario di una delle più atroci stragi e sulla piazza il calvario di Bragadin assunse i toni di un vero e proprio martirio. Denudato, venne legato ad una colonna e scorticato vivo. Il boia inca­ricato dell’orribile compito iniziò dalla schiena e dal collo proseguendo con le braccia e il torace, gridando al vene­ziano: “Fatti Turco se ti vuoi salvare!.”

 

 

Pare, almeno così si racconta, che il Bragadin durante tutta la terrificante operazione non lanciasse mai un grido. Solo alla fine, poco prima di spirare, pare lanciasse una preghiera di supplica a Dio per sé e per i suoi carnefici ai quali invece tanto orrore sembrava ancora non bastare. Il Bragadin infatti, venne da morto decapitato e il suo capo venne appeso ad una forca issata sulla piazza mentre il suo corpo venne fatto a pezzi. La pelle invece, venne imbottita di paglia e il macabro fantoccio così ottenuto venne fissato su di una vacca e portato in un cinico corteo per le strade della città, sbigottita di fronte a tanto inutile scempio.

 

 

I resti del povero Bragadin vennero finalmente riposti in una cassa e spediti a Istanbul dove vennero recapitati al bailo veneziano della città, Antonio Tiepolo. Non è dato sapere dove poi finirono i resti. Solo nove anni più tardi il veronese Girolamo Polidoro, uno dei pochi sopravvissuti all’orribile strage di Famagosta, riuscì a recuperarli e farli avere ai figli del Bragadin. Inizialmente vennero deposti nella tomba di famiglia di S.Gregorio, mentre nel 1596 vennero traslati nella più importante chiesa dei S.S.Giovanni e Paolo dove, ancora oggi, sono custoditi all’interno di un sontuoso monumento funerario. Finalmente il povero Bragadin aveva trovato pace nella sua terra veneta.

 

Laura Poloni