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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

Nella più totale indifferenza e cosciente immobilità delle maggiori potenze europee i turchi proseguono indisturbati la loro avanzata a danno dei domini della Serenissima con lo sbarco improvviso a Cipro e la conquista della capitale Nicosia. Per la fine del dominio veneziano nell’isola era solo questione di poco tempo ...

 

 

 

VENEZIA INIZIA A PERDERE ANCHE CIPRO

SI FUGGE DA NICOSIA!

 

 

 

La pace firmata tra Venezia e i turchi non impedì a questi ultimi, tuttavia, di proseguire nella loro inarrestabile avanzata verso Occidente ai danni della stessa repubblica con la quale ben presto si sarebbero nuovamente scontrati. Nel 1565 intanto, il loro tentativo di conquistare l’isola di Malta, nel cuore del Mediterraneo, fallì ma di poco. Solo un anno dopo scom­pariva il Sultano Solimano il Magnifico, protagonista di nulle vittoriose imprese.

 

 

L’Occidente, alla notizia della morte di Solimano tirò un sospiro di sollievo, una soddi­sfazione però di breve durata dal momento che il suo suc­cessore, Selim II, non tardò a dimostrare, e a mettere in atto, tutte le sue bellicose intenzioni progettando e realiz­zando una grandiosa spedizione navale contro l’isola di Cipro. Venezia veniva chiamata in causa ancora una volta direttamente. L’isola infatti era stata ceduta al governo veneziano dalla regina Caterina Cornaro e rien­trava quindi dal 1489 nei diretti domìni della Serenissima. Nel sempre più deciso ed inarrestabile dila­gare turco nel Mediterraneo Orientale, l’isola aveva via via acquistato una sempre maggiore importanza strategi­ca, diventando l’ultimo baluardo cristiano in quell’area verso la quale il nuovo sultano turco concentrava ora tutta la sua attenzione.

 

 

Non sono chiari effettivamente i motivi per cui Solimano il Magnifico nei suoi lunghi decenni di vittoriose conquiste non avesse mai pensato di conquistare anche Cipro, ad appena 70 km dai confini del suo impero. Fatto sta che ora ci pensava il suo altret­tanto bellicoso successore. Allo scopo, anzi, Selim sin dal 1568 aveva concluso con l’imperatore Massimiliano d’Asburgo un accordo che prevedeva una tregua di otto anni durante i quali i turchi garantivano che non avreb­bero più continuato la loro campagna contro l’Ungheria.

 

 

A quel punto il sultano poteva così concentrare tutta la sua potenza offensiva nella conquista di Cipro. Le voci ed i segnali che lasciavano intravvedere le reali intenzioni di Selim non tardarono certo ad arrivare a Venezia dove tuttavia prevalse un atteggiamento di cauta attesa da parte del governo e del senato, dove prevaleva nettamen­te la fazione contraria a nuovi scontri con i turchi. Del resto, poi, la repubblica aveva da poco rinnovato l’accordo di pace con il nuovo sultano, al momento della sua ascesa al trono, e molte altre volte erano corse voci di pericolo rivelatesi in un secondo tempo completamente false ed infondate.

 

 

Per il momento così, la principale preoccupa­zione del governo ducale era quella di non irritare senza motivo il sultano, che aveva già larga fama di essere un uomo alquanto collerico e, come se non bastasse, grande consumatore di alcool, tanto da meritarsi il soprannome, non certo onorevole, di “ubriacone”. Tuttavia questo atteggiamento di sostanziale inazione del governo vene­ziano mutò radicalmente con l’arrivo dell’anno nuovo, il 1570, quando le circostanze presero improvvisamente a mutare nel peggiore dei modi.

 

 

Il Gran Visir Maometto aveva fatto sapere al bailo veneziano di Istanbul che il suo sultano riteneva l’isola di Cipro parte integrante del suo impero e che era più che mai deciso a dar seguito a questa constatazione di fatto. Pochi giorni dopo, arrivaro­no infatti i primi fatti concreti. Molti mercanti veneziani vennero arrestati e le loro navi confiscate. Non c’erano più dubbi. Era il segnale dell’apertura delle ostilità. Il capitano del Golfo, Marco Querini, venne immediata­mente spedito con 25 galee a Creta con il compito di organizzare e di riarmare sul posto altre 20 galee.

 

 

A marzo intanto giungeva in senato l’ultimatum di Selim. O il governo veneziano cedeva spontaneamente la prezio­sa isola, o questa sarebbe stata conquistata con la forza. La risposta dei veneziani fu altrettanto secca: l’isola era della Serenissima e per grazia di Cristo aveva il dovere ed il compito di difenderla a tutti i costi. Costi che ancora una volta Venezia si preparava a sostenere praticamente da sola, ad esclusione dei Cavalieri di S.Giovanni che, infatti, risposero all’appello di Venezia con un’offerta, purtroppo, di sole cinque navi.

 

 

Ancora una volta disgra­ziatamente, e vergognosamente, il grido di aiuto lanciato da Venezia di fronte al pericolo turco, cadde nel vuoto e nella più totale e scandalosa indifferenza dell’Europa cri­stiana. Ma non cera tempo da perdere e Venezia in un rinnovato sforzo bellico mise in mare 144 navi. Il coman­do generale della flotta venne dato a Girolamo Zane che invano attese per due mesi nel porto di Zara le squadre spagnole e pontificie, le uniche dei due stati che risposero infine all’appello. Lo raggiunsero ben un mese dopo a Creta, ma lì emersero subito i primi insanabili contrasti sull’opportunità di scontrarsi frontalmente con i turchi.

 

 

 

Le discussioni si protrassero fino al 7 settembre. La flotta veneziana era salpata da Venezia nella prima­vera di quell’anno, circa cinque mesi prima e ancora si stava discutendo inutilmente sul da farsi! A quel punto lo Zane scrisse disperato al senato, informandolo di come i suoi presunti alleati spagnoli lo stavano in realtà sabo­tando. Allo Zane tuttavia giunse la risposta dei turchi che, nel frattempo, erano sbarcati sull’isola. Quando la flotta veneziana si mise finalmente in mare, giunse anche la notizia che Nicosia era stata conquistata.

 

 

La città, ben fortificata, era protetta tuttavia da soli 1500 sol­dati che non potevano certo contare sull’aiuto di una popolazione da sempre ostile alla presenza veneziana. Dopo una sortita tentata da una squadra guidata dal vicentino Cesare Piovene, che restò sul campo, e dal conte Rocas, i turchi attaccarono la città, seminando il terrore fra i difensori e la cittadinanza che si diedero disordinata­mente alla fuga. Il Conte Rocas che per primo tentò di arginare i fuggitivi, mori travolto e uguale sorte toccò a Pietro Pisani, il consigliere che tentò con Bernardo Polani, capitano delle Saline, di far rientrare nei ranghi almeno i difensori.

 

 

Il Polani infine si ritirò con altri vene­ziani, tra i quali il vescovo Francesco Contarini, nella piazza centrale della città per tentare l’ultima, estrema difesa. Tutto fu alla fine vanificato e travolto dall’esercito turco. Nicosia era perduta, ma restava ancora una gran parte dell’isola da difendere. Si doveva tentare assoluta­mente. Era una questione vitale per Venezia.

 

Laura Poloni