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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

Venezia da almeno un secolo non festeggiava più degna­mente le sue dogaresse. Le consorti dei dogi, a dire il vero, non erano mai state festeggiate con particolare pompa, cosa che si verificò invece per Zilia Dandolo nel 1557. La città aveva più che mai bisogno di sognare e di riaffermare pubblicamente la sua magnificenza ...

 

 

 

GRANDE FESTA A VENEZIA TRA LA NOBILTA'

GIURA LA DOGARESSA

 

 

 

Nel 1540 Venezia aveva dunque concluso un trattato di pace con il potente sultano turco Solimano il Magnifico, responsabile dell’ulterio­re perdita di possedimenti veneziani nel Peloponneso e nelle altre zone circostanti. Venezia aveva definitivamente chiuso la sua fase espansiva nel Mediterraneo Orientale e nel Levante. Da almeno cin­quant’anni, dalla perdita di Creta nel 1490 era iniziata la sua inesorabile decadenza come potenza marittima e commerciale.

 

 

Questa era la realtà attorno alla metà del XVI secolo, anche se proprio questo secolo, paradossal­mente ma non certo senza ragione, sarà il secolo d’oro della Serenissima. Anche la situazione finanziaria era fra le più disastrose che la repubblica avesse mai registrato. Trecentomila ducati erano appena stati versati ai turchi, quale risarcimento danni, mentre il debito dei privati cit­tadini nei confronti del governo ducale aveva ormai rag­giunto cifre astronomiche per lo più inesigibili. Da qui una serie di provvedimenti fiscali presi in esame dal senato per poter racimolare denaro fresco e contante.

 

 

Ma la durezza dei provvedimenti, che in passato non avreb­bero trovato alcun ostacolo nella loro applicazione, non trovò nessun aiuto nella burocrazia, che evitò di prender­si a cuore l’incomodo e spinoso incarico di riscuotere il denaro. Questo non era che un altro sintomo della crisi, ancora per il momento latente di tutto un sistema, quello veneziano, che per secoli, praticamente dalle sue origini, si era retto sull’efficienza, la determinazione e la puntua­lità d’azione della sua amministrazione.

 

 

Una crisi politica e morale 

 

 

La crisi finanziaria portava con sé i germi anche della crisi morale che presto si sarebbero diffusi in tutti i livelli dell’amministrazione, da quelli più bassi a quelli più alti. E i dogi che si susseguirono sul trono in quei decenni attorno alla metà del secolo, sembrano personifi­care in pieno questo clima generale di rilassatezza, non tanto per la loro condotta morale, anzi!, quanto per un senso di profonda inincidenza sull’operato dello stato. Pietro Lando e poi Francesco Donà (1545), Marcantonio Trevisan(1553), Francesco Venier(1554) ed infine nel 1556 Lorenzo Piruli.

 

 

Questo doge, tuttavia, si distinse nella grigia lista, perlomeno, per aver dato dopo 70 anni alla propria città una dogaressa. O perché scapoli e sant’uomini o perché vedovi, fatto sta che erano appunto quasi 70 anni che alla Serenissima mancava sul suo trono la figura della dogaressa, l’ultima era stata infatti la moglie del doge Marco Barbarigo, anche se in realtà era da oltre cento anni che le spose dei dogi non erano oggetto di una speciale cerimonia di incoronazione che ne sancisse l’alto ruolo accanto al consorte. IlPiruli, ripristi­nando la cerimonia nelle sue forme più sontuose, fu in questo senso degno interprete e protagonista del clima sfarzoso della Venezia cinquecentesca.

 

 

E così, il 18 set­tembre del 1557, ad un anno dalla sua elezione, la moglie del doge Zilia Dandolo venne pubblicamente investita quale dogaressa. Quel giorno il doge accompagnato da 60 senatori lasciò il Palazzo Ducale e si recò nell’antistante piazza e, passando sotto un arco di trionfo fatto erigere dalla corporazione dei Macellai, con il resto del corteo ducale si recò verso la riva per salire poi sul Bucintoro. L’imbarcazione ducale si diresse così alla volta del Palazzo Piruli, del fratello del doge, dove l’attendeva la consorte in un appartamento tappezzato d’oro e di seta.

 

 

Il vestito della dogaressa era sfarzoso, fatto di stoffe pregia­tissime e di broccati, mentre sul capo portava il noto corno ducale dorato – da sempre simbolo del potere e del­l’autorità ducale – e un diadema che le fermava un candi­do velo. All’arrivo del doge Zilia Dandolo si fece incontro allo sposo, di fronte al quale, ed in presenza dei Consiglieri e del Gran Cancelliere, giurava l’osservanza del suo Capitolare. Dopo la cerimonia il corteo risaliva sul Bucintoro per aprire la regata sul Canal Grande dove ad accogliere e festeggiare la coppia ducale c’erano i rappre­sentanti di tutte le Arti.

 

 

Giunti in Piazza San Marco la cerimonia e la festa proseguirono a suon di trombe e di colpi d’artiglieria caricata a salve. Tutta la piazza era naturalmente bardata a festa con drappi bianchi e lì prese il via la sfilata. Dapprima i rappresentanti delle Corporazioni delle Arti cui seguivano gli scudieri del doge. A questi facevano seguito 35 giovani donne vestite sontuosamente e 21 matrone vestite invece di nero.

 

 

Finalmente, preceduta dal Gran Cancelliere, dai Segretari e dai propri parenti, veniva la dogaressa, accompagnata da due Consiglieri. Dietro a Zilia il fratello Matteo Dandolo con un manto d’oro, affiancato da un Procuratore di S.Marco. Il corteo si dirigeva poi verso S.Marco dove dall’uscio prin­cipale gli si facevano incontro i Canonici con la Croce che la dogaressa baciava prima di dirigersi verso l’Altar Maggiore. Una volta arrivata all’altare la dogaressa con­segnava ai Canonici una borsa con 100 ducati mentre successivamente sopra il Messale ribadiva il suo prece­dente giuramento. Ultimata la solenne funzione e ceri­monia, la dogaressa usciva dalla chiesa attraverso la porta laterale che la introduceva direttamente in Palazzo Ducale e da qui alla Sala del Maggior Consiglio dove finalmente poteva sedersi sul trono ducale.

 

 

La festa con balli e maschere poteva così iniziare, accompagnata verso sera da fuochi artificiali nel cortile del Palazzo. Venezia ancora una volta voleva dimostrare al mondo tutta la sua magnificenza, tutta la sua ricchezza, che erano i segni della sua stabilità, della sua secolare potenza ed impor­tanza. Di fronte a tanto sfarzo, a tanta ostentazione, chi poteva pensare ancora alla latente crisi? Venezia aveva bisogno prima di tutto di rassicurare se stessa.

 

Laura Poloni