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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

Nel 1537 ripresa la guerra con i turchi nel Levante la Serenissima vede a poco a poco ridursi sotto l’urto dell’esercito e della flotta nemica i suoi domìni nell’area. Fra questi anche la città rumena di Napoli i cui abitanti fuggono all’ingresso delle truppe nemiche...

 

 

 

PROSEGUE INESORABILE L’AVANZATA TURCA

ULTIMA META: VENEZIA

 

 

 

Agli inizi del XVI secolo mentre i principali stati europei si disputavano sanguinosamente il controllo della penisola italiana, in Oriente i turchi procedevano indisturbati nella loro ine­sorabile espansione. Nel 1499 in particolare, Venezia aveva perduto due fra i più importanti porti del Peloponneso, Modone e Crotone, detti non a caso gli “occhi della repubblica” a seguito della ripresa delle osti­lità da parte del Sultano Bajazet II.

 

 

Dal 1503 comunque Venezia, dopo aver firmato la pace con il Turco, non aveva più avuto motivi di scontro, mentre il suo sforzo bellico si era concentrato, e rivolto esclusivamente, nel­l’opporsi alla minaccia territoriale degli eserciti della Lega di Cambrai. Nel 1512 saliva sul trono turco il figlio di Bajazet, Selim I, che fortunatamente per Venezia conti­nuò a rivolgere i suoi interessi verso oriente, permettendo ai bellicosi stati europei di continuare indisturbati a farsi le loro guerre nel vecchio continente. Ma le cose presero a cambiare radicalmente solo otto anni dopo, quando a Selim successe il figlio Solimano I, detto poi, e non certo a caso, il Magnifico.

 

 

Nel 1521 aveva assediato, conquistan­dola, Belgrado, ultimo baluardo di una certa rilevanza contro i turchi nei Balcani. L’anno dopo sferrò un attacco all’isola di Rodi, da oltre due secoli retta dai Cavalieri di S.Giovanni, come stato cristiano indipendente. Dopo una disperata resistenza il 21 dicembre del 1522 l’isola cadeva in mano turca. Rodi era definitivamente perduta per la cristianità e Venezia tornava a guardare con crescente preoccupazione ai suoi sempre più ridotti e minacciati domìni d’oltremare. Anche per questo, probabilmente, Venezia scelse di mantenersi pressoché estranea alle sconvolgenti vicende belliche che dopo il trattato di Noyon erano immancabilmente riprese.

 

 

Il teatro era ancora una volta l’Italia, dove ora si scontravano apertamente gli interessi del re francese Francesco I e dell’imperatore Carlo V, che nel 1527 calò nella penisola con 20.000 sol­dati mettendo Roma a ferro e fuoco per svariati giorni e saccheggiandola brutalmente. Solimano I non poteva che approfittare e trarre i massimi vantaggi da una simile situazione. Con i principi e i potenti stati europei impe­gnati a combattersi fra loro, poteva tranquillamente dare il via libera alle sue truppe, che infatti nel 1526 erano già in marcia verso l’Ungheria.

 

 

Il 29 agosto di quel medesimo anno l’esercito ungherese venne dissolto, in una battaglia che resta fra le più tragiche della storia di quel paese. Anche a sud intanto procedeva inesorabile l’avanzata del­l’esercito ottomano che dilagava ora anche lungo la costa nord africana oltre che nei Balcani. Il Mediterraneo orien­tale era solcato quasi esclusivamente da navi turche o da corsari che attaccavano indistintamente ogni nave cri­stiana che avesse ancora il coraggio di inoltrarsi in quelle acque. A Venezia non restava che tentare di salvare il salvabile, rinunciando a partecipare anche a quelle poche azioni offensive che Carlo V, saltuariamente, lanciava contro i turchi.

 

 

Era meglio per il governo veneziano man­tenere una conveniente posizione di neutralità per non provocare le ire del sultano. Ci pensò comunque il re fran­cese Francesco I ad accendere la miccia. Incurante della eventuali conseguenze, il sovrano ebbe l’ardire di propor­re a Solimano un accordo. Lui avrebbe attaccato in Europa le Fiandre, pomo della discordia con Carlo V, impegnando così l’esercito imperiale, mentre intanto Solimano poteva così attaccare in tutta tranquillità l’Ungheria, il cui fronte sarebbe rimasto privo degli aiuti imperiali.

 

 

Allo scellerato patto venne chiesta anche l’ade­sione di Venezia. Il doge ed il senato veneziano declinaro­no ovviamente, per quanto possibile, nel modo meno offensivo l’invito, dal momento che un simile accordo sarebbe andato tutto a vantaggio del sultano turco. Il rifiuto di Venezia, tuttavia servì a Solimano come prete­sto per riprendere alla grande le ostilità con tutta una serie di ritorsioni nei confronti dei mercanti veneziani in oriente. Dalle provocazioni alla guerra il passo fu breve. Il primo obbiettivo dei turchi fu l’isola di Corfù, veneziana dal 1386.

 

 

Tuttavia l’isola era ben fortificata e guarnita e così, malgrado gli ottomani riuscissero a sbarcarvi, l’asse­dio della cittadella fu ben più duro del previsto. La guar­nigione era composta da 2000 italiani e da un migliaio di isolani che resistettero eroicamente alle bombarde tur­che, finché il loro sforzo venne alla fine ricompensato. Improvvisamente ed inaspettatamente infatti prese a piovere sull’isola in una maniera tale e con così grande abbondanza che il terreno si trasformò in un vero e pro­prio pantano, una trappola per le pesanti artiglierie tur­che. A questo si aggiunse inesorabile anche la malaria che iniziò a decimare i soldati. Il 15 settembre Solimano dopo tre settimane di inutile assedio, diede ordine ai suoi uomini di ritirarsi. Nella città e nell’isola esplose la gioia.

 

 

 

Tuttavia, malgrado l’inaspettato ritiro, il sultano turco proseguiva indisturbato altrove le sue conquiste tanto che il nuovo doge Pietro Lando si vide costretto a scegliere la più sicura via diplomatica. Inviò ben presto infatti a Istanbul Luigi Badoer, in veste di ambasciatore presso la corte di Solimano, con pieni poteri di trattare la pace. Una pace che per Venezia voleva dire la resa pres­soché totale dei suoi domìni nel Levante e nel Mediterraneo orientale. Oltre alle terre già occupate infatti, la Serenissima dovette cedere al sultano anche le città di Napoli, l’antica Nauplia, in Romania e di Malvasia.

 

 

Solimano inoltre, pretese il pagamento di ben trecentomila ducati d’oro quale risarcimento delle spese belliche. Il triste compito di portare la notizia ai cittadini di. Napoli, venne dato a Tommaso Mocenigo, “generalissi­mo da mar”. Questo, giunto nella cittadina rumena, informò le autorità e la cittadinanza sugli accordi presi, controvoglia, con il sultano, assicurando che chi avrebbe voluto avrebbe trovato accoglienza a Venezia come nuovo cittadino della repubblica. Molti accolsero l’invito del Mocenigo, naturalmente. Restare per cadere in mano turca non era certo la soluzione migliore. E così, una volta sistemati sulle navi i loro pochi averi, gli abitanti lasciarono per sempre la loro città verso una nuova patria.

 

Laura Poloni