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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

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L’illustre studioso veneziano si era dedicato per tutta la vita agli studi letterari diventando famoso per le sue teorie sulla “volgar lingua” ambendo tuttavia anche alla carica di cardinale che gli venne concessa solo verso la fine della sua vita dal papa Paolo III

 

 

 

FU UNO DEI PIU' AUTOREVOLI LINGUISTI DEL ’500

PIETRO BEMBO IN VATICANO

 

 

 

Venezia non diede i natali solo a famosi uomini di mare, navigatori o comandanti militari, ma anche a uno dei più insigni e famosi studiosi, scrittori e teorici della lingua italiana: Pietro Bembo. Il Bembo infatti era nato a Venezia il 20 maggio del 1470 da Bernardo e da Elena Marcello. Il padre era un uomo molto noto nella città lagunare dove ricoprì anche la carica di senatore della repubblica oltre a svaria­te cariche diplomatiche.

 

 

La sua fama, tuttavia, era anche legata ad una discreta attività di scrittore e uomo di cul­tura. Proprio dalla ricca biblioteca del padre, Pietro ricavò i suoi primi, fondamentali elementi di cultura letteraria. Non solo. Grazie alle conoscenze e alle frequentazioni paterne, Pietro Bembo venne anche precocemente in con­tatto con gli ambienti dei circoli umanistici veneziani almeno fin dal 1487, anno in cui infatti segui il padre a Firenze dove Bernardo era stato inviato in qualità di ambasciatore della Serenissima. E dopo Firenze fu la volta di Bergamo, anche se due anni dopo Pietro, che ormai aveva iniziato a scrivere versi in latino, decise di trasferirsi in Sicilia per poter studiare ed apprendere il greco.

 

 

Nel 1492 raggiunse così Messina, dove si trovava uno dei più grandi esperti di quella lingua, Costantino Lascaris. Qui si trattenne per un discreto periodo. Rientrato in patria Pietro decise di intraprendere gli studi filosofici presso il vicino studio universitario di Padova, anche se di maggior interesse e portata si dimo­strerà il suo successivo soggiorno nella città di Ferrara, sempre al seguito del padre. Qui ebbe modo di conoscere e di apprezzare, per la prima volta, presso la corte di Alfonso d’Este, il raffinato ambiente culturale di una tipi­ca corte rinascimentale, ma soprattutto ebbe la straordi­naria possibilità di entrare in contatto personale e cultu­rale con Ludovico Ariosto, Leoniceto e Sadoleto, due fra i più raffinati umanisti.

 

 

Chiusasi anche la breve parentesi ferrarese, Pietro Bembo tornò nuovamente a Venezia – siamo agli inizi del Cinquecento –, dove ebbe anche una breve ma intensa relazione con Maria Savorgnan e dove tentò d’inserirsi, ma senza convinzione e successo, nel convulso mondo politico veneziano. Ben più largo succes­so invece, riscossero le edizioni curate dal Bembo per il famoso editore Manuzio, delle Rime del Petrarca e della Commedia di Dante, mentre nel contempo iniziava a lavorare attorno al primo nucleo della sue “Prose sulla volgar lingua”.

 

 

Nel 1505 intanto pubblicò gli “Asolani” e l’anno dopo lasciò ancora una volta Venezia per stabilirsi ad Urbino, l’altra grande, fiorente corte di cultura artisti­ca e letteraria dell’Italia rinascimentale. Il Bembo si trat­tenne a lungo nella città dei Duchi da Montefeltro, fino al 1512, fino a quando cioè decise di recarsi a Roma. Già nel 1508 Bembo aveva intrapreso la carriera ecclesiastica nell’ordine Gerosolomitano anche se i voti veri e propri li prenderà solo molti anni dopo, nel 1522. L’arrivo e il sog­giorno del Bembo nella città significò ancora nuovi ed ulteriori stimoli culturali, ma anche l’inizio di una carrie­ra politico-ecclesiastica che lo porterà all’alta carica cardi­nalizia.

 

 

Intanto il pontefice Leone X de Medici lo scelse quale segretario personale, affidandogli alcune delicate missioni, anche se nel frattempo il Bembo non disdegna­va gli impegni mondani e le occasioni amorose. A Roma infatti Pietro conoscerà quella che gli sarà fedele compa­gna di vita per molti anni, Morosina, che gli darà anche tre figli. Malgrado l’onorevole incarico e la famiglia, Roma alla lunga non dava i frutti sperati. Il cardinalato si face­va attendere troppo e anche da un punto di vista cultura­le la città aveva già da tempo cessato di rappresentare un reale stimolo.

 

 

E così nel 1521 Pietro Bembo se ne tornò a Venezia anche per gravi motivi di salute che lo tennero fermo a Padova per molti mesi. Lì lo raggiunse la notizia della morte del pontefice, fatto che lo persuase ulteriormente a prolungare il suo soggiorno nella città. Furono quelli gli anni più intensi e proficui per la sua attività di teorico e scrittore della lingua italiana. Ultimò le “Prose” e riela­borò significativamente gli “Asolani”, componendo anche nuove rime. Nel 1529 si recò anche a Bologna in occasio­ne dell’incoronazione ad imperatore di Carlo Vedove ebbe modo di conoscere il nuovo pontefice, Paolo III Farnese.

 

 

L’anno seguente venne intanto nominato biblio­tecario e storiografo della repubblica di Venezia con l’inca­rico di comporre la storia della città. Tuttavia negli anni che seguirono la sua vita venne funestata e turbata da una serie di tragici e inquietanti eventi, primo fra tutti la morte del suo figlio primogenito. Pochi anni prima aveva anche dovuto subire un tentativo di avvelenamento, mentre nel 1535 moriva anche la Morosina.

 

 

Queste vicende non fecero altro che spingerlo ulteriormente nei suoi lavori e a tentare in modo più deciso la carriera eccle­siastica. Allo scopo tornò a Roma, anche se non era certo fucile vincere le diffidenze del pontefice nei confronti di un uomo che non aveva mai nascosto di apprezzare i piaceri della vita e che aveva avuto tre figli naturali. Non biso­gna dimenticare, infatti, che a Roma, verso la metà del secolo, l’atmosfera stava rapidamente mutando e il clima libertino lasciava il posto alla repressione del costume. Malgrado alcune opere dedicate esplicitamente al ponte­fice e, malgrado la vita ritirata che ormai il Bembo condu­ceva, passarono ancora alcuni anni prima che il papa gli accordasse l’alta carica.

 

 

A vincere le ultime resistenze di Paolo III in questo senso, intervennero anche alcuni fra i più stimati e considerati amici del Bembo. Allora il papa si persuase che le doti umane ed intellettuali dell’uomo valevano molto di più della sua passata condotta o delle maldicenze che ancora si profferivano sul suo conto e si decise di nominarlo cardinale. Giunto in Vaticano venne così portato al cospetto del pontefice dai suoi due fidati amici, Sadoleto e Contarini. Ce l’aveva finalmente fatta! Nominato poco dopo anche vescovo di Gubbio, nel 1544 tuttavia, Pietro Bembo ormai stanco e anziano preferì tornarsene a Roma dove si spense nel 1547. Venne poi sepolto in S.Maria Sopra Minerva, fra due dei più famosi Papi, Leone X, e Clemente VII.

 

Laura Poloni