logostoriaveneta2

STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

Trascorso il primo, terribile momento di sconcerto, di paura, le città venete iniziano a reagire di fronte al dilagare delle truppe imperiali. Anche Padova grazie a Nicolò Orsino si prepara a resistere.

 

 

 

ANCHE PADOVA SEGUE TREVISO

SI GIURA DI DIFENDERE LA CITTA'

 

 

 

Treviso dunque era pronta a resistere alle annate dell’imperatore Massimiliano mentre anche a Padova le cose si stavano organizzando in modo da creare le condizioni per poter ritornare sotto il governo veneziano. Il 17 luglio, infatti, alle prime ore del­l’alba riuscirono a penetrare nella città patavina tre carri carichi di frumento. Mentre i primi due passarono veloce­mente sul ponte levatoio controllato dalle guardie tede­sche, il terzo si fermò improvvisamente sul ponte che non poteva più a quel punto essere richiuso.

 

 

Improvvisamente sbucò un gruppo di uomini armati che al grido “S.Marco! S.Marco!” si introdussero nella città. Era l’inizio della sommossa che scoppiò presto e furiosa fra le strade di Padova. La piccola guarnigione lasciata a guardia della città tentò anche di resistere e di respingere gli assalitori, ma alla fine venne sopraffatta e costretta alla resa. E così, dopo circa un mese di giogo imperiale, Padova spontaneamente ritornava nel più rassicurante e conveniente grembo veneziano. A dar man forte ai citta­dini padovani arrivarono anche gli uomini del Provveditore in campo, Andrea Gritti, che muovendo da Treviso con 2000 cavalli e fanti si portò verso Padova.

 

 

Qui, entrato in città, combatté con i suoi uomini fianco a fianco dei cittadini padovani finché la città non venne liberata dall’incomoda presenza tedesca. Treviso, Padova, Legnago e altre cittadine avevano fatto la loro scelta di campo e su quel campo sventolava il vessillo di S.Marco. L’imperatore Massimiliano di fronte a tanta e convinta reazione, iniziò a preoccuparsi non poco. II timore di per­dere le città venete e friulane acquistate con tanta facilità e vero, unico scopo per cui aveva scelto di entrare nella Lega di Cambrai, stava prendendo a poco a poco una preoccupante consistenza.

 

 

E così i primi di agosto del 1509 un nuovo esercito imperiale si muoveva alla volta dell’Italia e dopo aver varcato le Alpi, verso la città di Padova. In realtà l’esercito di Massimiliano si sarebbe formato solo strada facendo con il contributo anche di truppe francesi e spagnole oltre che con quello papale e di altre città italiane. L’imperatore decise di stabilire intan­to il suo quartier generale ad Asolo nell’attesa che si muo­vessero anche gli altri eserciti. Passò ben un mese prima che Massimiliano potesse contare su di un vero e proprio esercito organizzato e pronto per porre l’assedio alla città di Padova.

 

 

Un tempo che si rivelò prezioso per i padovani e i veneziani che infatti lavorarono forsennatamente in quelle settimane per dotare la città delle necessarie dife­se. Vennero così irrobustite le fortificazioni mentre si provvedeva a riempire i magazzini e le cantine di scorte alimentari e di acqua. Ci si preparava infatti ad un lungo assedio. E all’orizzonte infatti fecero ben presto la loro comparsa le soldatesche imperiali con le loro pesanti arti­glierie in tutto ben 106 pezzi. Mentre il grosso dell’eserci­to imperiale si stava disponendo attorno alle mura della città, Massimiliano si era portato con altri uomini verso il Polesine per garantirsi una strada sicura dalla quale far arrivare i rinforzi e le vettovaglie per il suo esercito asse­diante.

 

 

Prese così d’assalto il castello d’Este e si diresse poi verso Monselice che facilmente conquistò. Per trattato invece riusciva ad ottenere anche Montagnana. Quest’ultima cittadina era una base ideale per poter muovere poi verso Padova. E così infatti fece, arrivando fino al ponte del Bassanello dove tentò di dirottare il corso del fiume che portava sin dentro alla città. Intanto si ini­ziava ad organizzare l’assedio. Si decise, scartando l’idea di Borgo S.Croce, di piantare il campo dal lato del Portello approfittando di quegli ultimi momenti di “calma” per saccheggiare e distruggere la campagna circostante.

 

 

Infine, il 15 settembre del 1509 si decise di iniziare l’im­presa. Intanto dentro le mura tutto era pronto per resi­stere all’attacco che si temeva, come in realtà fu, potente e continuo. Per due settimane, infatti, l’artiglieria con­giunta tedesca e francese martellò ininterrottamente le mura settentrionali di Padova che, miracolosamente, sep­pur fatte a pezzi, non cedettero. II miracolo era merito dei cittadini padovani e di quei Provveditori veneziani che nelle settimane precedenti l’assedio avevano lavorato al massimo per fortificare la città. II lungo lavoro dava ora i suoi frutti. Tutti gli attacchi nemici vennero infatti respinti. Il merito principale di tanta efficienza da un punto di vista logistico ed organizzativo, fu in realtà di Niccolò Orsini di Pitigliano, proprio colui che volente o nolente contribuì con il suo immobilismo alla disfatta veneziana di Agnadello.

 

 

In qualità di supremo rettore e comandante, ora, il Pitigliano aveva organizzato la città predisponendola per il lungo e difficile assedio. Ma non c’era solo una città fisica da fortificare. Anche gli animi e la volontà dei cittadini dovevano essere sostenuti. E così l’Orsini d’accordo e insieme con il Provveditore Andrea Gritti, fece riunire la cittadinanza in Piazza S.Antonio dove con un accorato discorso si rivolse primariamente ai soldati esortandoli ad abbandonare rancori, paure e adii particolari per votarsi completamente alla difesa della città. Alla fine, anzi, fece loro giurare sul Vangelo che non si sarebbero risparmiati durante l’arduo compito. Il primo a giurare fu lo stesso Pitigliano al ché tutti i Provveditori, Capitani e soldati fecero altrettanto.

 

 

Un importante lavo­ro di fortificazione e la totale dedizione ed abnegazione dei cittadini e dei soldati, dunque, furono le due “armi” vincenti che trasformarono l’assedio di Padova per l’impe­ratore Massimiliano in un incubo. Alla fine del mese dopo 15 giorni di inutili cannoneggiamenti, l’imperatore infatti cedeva e toglieva l’assedio alla città. Venezia naturalmen­te esultava. Padova aveva resistito a uno dei più duri e imponenti assedi mai visti, forte di 40.000 uomini e di 100 pezzi d’artiglieria. Il morale risaliva alle stelle e con il morale la speranza di salvezza. Il 14 Orsini poi, marcia­va da Padova anche su Vicenza dove l’imperatore aveva lasciato un’insignificante guarnigione prima del suo fret­toloso ritiro oltralpe. Dopo Vicenza, Padova e Treviso anche Cittadella, Bassano, Belluno, Este, Montagnana e Monselice passarono ad appoggiare Venezia. La repubbli­ca non era più sola!

 

Laura Poloni