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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

La Repubblica nello scontro con i Francesi perde molte città lombarde mentre da nord arrivano anche le truppe imperiali. A quel punto molte città venete si consegnano all’imperatore mentre solo a Treviso si resiste...

 

 

 

NON TUTTI ABBANDONANO VENEZIA

TREVISO RESTA FEDELE

 

 

 

La battaglia e la conseguente sconfitta dei Veneziani ad Agnadello per opera dell’esercito francese infatti, segnò solo l’inizio della fine dei domìni veneziani sulla terraferma. Nel giro di pochi giorni infatti, la Serenissima perdeva anche Caravaggio, Bergamo e Brescia in Lombardia e molte altre città, mentre da nord-est prendeva a muoversi anche l’esercito dell’imperatore Massimiliano. Alla noti­zia che anche l’esercito imperiale stava scendendo nella penisola, molte città per evitare il peggio si consegnarono spontaneamente all’imperatore. Fra queste anche Verona, Padova e Vicenza oltre a Cittadella e Rovereto e Riva sul Lago di Garda.

 

 

Con la Lombardia occupata dai francesi e gran parte del Veneto e del Friuli in mano imperiale, a Venezia non restava che la laguna. Ma se un tempo ormai remoto per la verità, questa poteva bastare, ora la città non avrebbe mai potuto sopravvivere senza l’aggancio con la terraferma da dove le giungevano le principali derrate alimentari. Venezia si ritrovava improvvisamente in trappola, una trappola che si chiude­va pericolosamente alle porte di Mestre.

 

 

Di questa situa­zione disperata – la peggiore che Venezia avesse mai vis­suto dopo la guerra di Chioggia con i genovesi pratica­mente in casa –, ne approfittarono ovviamente, anche alcu­ni principi italiani. Il duca di Ferrara si era infatti già ripreso Rovigo, Este e il Polesine oltre che Monselice, mentre il re di Napoli aveva recuperato i porti della Puglia. Non solo. Il marchese di Mantova aveva occupato Asolo mentre anche il Papa Giulio II aveva finalmente recuperato le tanto sospirate terre di Romagna.

 

 

C’era anche chi restava fedele

 

 

Dalla dissoluzione dell’impero veneziano di terrafer­ma furono in molti a guadagnarci, piccoli e grandi principi, italiani e stranieri, ma non mancava invece chi aveva scelto di restare fedele alla Repubblica malgrado tutto. Fra questi il Friuli, dove ad Udine l’indomani del­l’occupazione imperiale, venne issato il gonfalone di S.Marco. Accanto al Friuli anche la città di Treviso resta­va fedele alla Serenissima.

 

 

I trevigiani mandarono a Venezia due loro rappresentanti, Bernardino Pola e GiannantonioApornio, affinché raccogliessero le istruzio­ni del senato veneziano che si dimostrò grato per la fedeltà mantenuta dalla loro città. Il 6 giugno del 1509 intanto, un araldo del capitano imperiale Leonardo Trissino, vicentino, venne spedito a Treviso con l’intima­zione di resa. La risposta dei trevigiani fu che non si pote­va decidere alcunché se prima non si fosse raccolto il Consiglio cittadino per deliberare in merito. Si voleva ovviamente guadagnare del tempo.

 

 

E così l’Assemblea venne finalmente riunita, ma inevitabilmente si spaccò subito in due opposti schieramenti: quello di coloro che volevano restare fedeli alla Serenissima e l’altro di quelli che invece si sarebbero più o meno volentieri consegnati all’imperatore. Sorprendentemente alla fine prevalse l’ul­tima opzione. Tuttavia uno degli ambasciatori scelti per recarsi dal Trissino per giurare obbedienza all’imperato­re, tal Francesco Rinaldi, persuase anche i suoi compagni a non adempiere a quel mandato. Anzi, si doveva fingere che la città si sarebbe sì consegnata all’imperatore, ma solo a patto che l’esercito di Massimiliano si fosse portato più sotto le mura di Treviso poiché poco lontano i venezia­ni mantenevano ancora una forte guarnigione che poteva intervenire alla notizia della resa della città all’Impero.

 

 

I trevigiani, dunque, si sarebbero arresi solo ai ministri imperiali in persona. Ancora un espediente per guada­gnare tempo e organizzarsi! Rientrato a Treviso il Rinaldi si presentò al Podestà e ai Provveditori cittadini riferendo loro l’accaduto e ricevendo piena approvazione. Il Provveditore di Venezia Andrea Gritti, aveva nel frattem­po ricevuto chiare istruzioni di resistere e di aiutare in tutti i modi i cittadini trevigiani.

 

 

Un leader popolano incita alla resistenza

 

 

Si narra intanto, che in quelle convulse ore arrivasse a Treviso un ambasciatore del re d’Ungheria, sovrano che guardava con una certa preoccupazione alla vicina potenza asburgica. Questi, avuta notizia che la città si stava per consegnare a Massimiliano, iniziò a predicare ad alta voce con l’intento di persuadere invece i cittadini a non fare quel passo di cui si sarebbero presto pentiti.

 

 

Fra i trevigiani raccolti ad ascoltare le accorate parole dello straniero, si trovava anche un tal Marco pellicciaio (o cal­zolaio), cremonese, ma con un largo seguito fra il popolo di Treviso. Salito improvvisamente su di un cavallo e impugnato uno stendardo si mise a correre per le strade della città gridando: “Viva S.Marco, viva S.Marco!” A seguirlo c’erano anche Antonio dal Tempio, detto anche dal Legname con il figlio Giovanni. Avuta la certezza che Treviso alla fine avrebbe dunque resistito all’esercito imperiale, il senato veneziano preventivamente inviò in aiuto della città un esercito guidato da Cristoforo Moro che dal castello di Mestre si portò a Treviso con ben 3000 cavalli e cavalieri.

 

 

Dall’esempio di Treviso avrebbero trat­to forza anche molte altre città e cittadine innescando una reazione a catena contro le truppe straniere. A Treviso che resisteva, rispondeva infatti da lì a poco anche Padova occupata che si ribellò infatti alle truppe imperiali e dopo Padova anche Verona e Vicenza. Qualcosa faceva ben sperare.

 

Laura Poloni