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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

Dopo alcuni anni di tregua, riprende il fatale scontro tra Venezia ed i Turchi che riescono a conquistare l’isola di Lepanto. “ povero comandante Grimani odiato dall’intera nazione, viene inevitabilmente punito, ma per Venezia è solo l’inizio della fine dei suoi domini...

 

 

 

ANTONIO GRIMANI PERDE LEPANTO

SI ESIGONO SPIEGAZIONI

 

 

 

Alla fine del XV secolo, Venezia si era ormai affermata anche come potenza italiana a segui­to della sua costante espansione territoriale. Con la morte del bellicoso Maometto II e l’asce­sa al trono turco del più pacifico Bajazet II nel 1481, Venezia aveva trovato coi turchi un “modus vivendi” che, tutto sommato, le aveva almeno inizialmente consentito di svolgere con una certa tranquillità i suoi traffici in Levante.

 

 

Nel 1488 aveva poi incamerato nei suoi domìni anche l’importante isola di Cipro e, dopo la ritirata degli eserciti francesi di Carlo VIII nel 1495, si era impossessa­ta anche dei più importanti porti pugliesi: Brindisi, Otranto e Taranto. il secolo, quindi, sembrava chiudersi molto positivamente per la Repubblica e carico di aspet­tative, ma qualcosa ancora tornò a non funzionare per il verso giusto. Nell’autunno del 1499, infatti, giunse a Venezia la notizia della disastrosa disfatta della flotta veneziana nelle acque del Peloponneso allargo dell’isola di Spienza vicino al porto di Madone. Lì, le navi venezia­ne si erano scontrate con la più potente flotta turca.

 

 

Malgrado fino a quel momento i rapporti con l’Impero Ottomano si fossero mantenuti su livelli di reciproca tolle­ranza, ultimamente erano andati rapidamente deterio­randosi. Non solo infatti i pirati turchi continuavano indi­sturbati a saccheggiare le coste dalmate spingendosi fino in Istria ma, cosa ben più grave, davano man forte ad alcuni centri istriani insorti contro Venezia. Nel 1498, poi, l’alleanza della Serenissima con la Francia, fece temere al sultano turco che le due potenze, l’una militare, l’altra marittima, si fossero unite per muovergli guerra.

 

 

A quel punto Venezia tentò anche una missione diplomatica pres­so il Sultano che aveva tuttavia già preso la sua decisio­ne: attaccare prima di essere attaccato. Era ancora una volta la guerra. E così nell’aprile del 1499 Venezia si pre­parava ad affrontare nuovamente le armi turche nel Mediterraneo nominando il nuovo comandante generale Antonio Grimani. Il nuovo capitano era uomo ben noto alla repubblica per aver prestato numerosi servizi. Nato da un tal Marino nel 1435, ancor giovane viaggiò molto in Africa per curare degli interessi commerciali. Dal 1480 rientrato stabilmente a Venezia entrò nella vita pubblica della sua città ricoprendo numerose magistrature.

 

 

Nel 1494 venne anche nominato Procuratore di S.Marco, mentre un anno dopo, anche per suo merito, Venezia con­quistava numerosi e importanti porti della Puglia. Ma le sue doti erano molteplici, infatti venne impiegato dalla Serenissima pure come ambasciatore. Abilità militare unita a un carattere saggio e prudente ne facevano l’uo­mo ideale per un incarico così delicato come quello di affrontare e sconfiggere le navi di Bajazet II. Quando il Grimani assunse l’alto incarico, aveva 65 anni, rinunciò a venirne ricompensato offrendo anzi lui stesso alla repub­blica una somma considerevole di ducati per far fronte alle nuove spese militari.

 

 

Tuttavia, malgrado la massima disponibilità e generosità del comandante e di molti altri cittadini che ne seguirono l’esempio, il governo ducale si dimostrò al contrario alquanto ambiguo nel suo impegno, evitando praticamente di dare delle istruzioni ai suoi uomini che partivano senza sapere bene come avrebbero dovuto comportarsi in caso di contatto col nemico. E non una ma ben quattro volte i veneziani si dovettero scontra­re con i turchi una volta usciti dall’Adriatico e per quattro volte si erano lanciati con coraggio contro gli stessi. In particolare si distinsero nei ripetuti scontri il comandan­te di Corfù Andrea Loredan e Vincenzo Polani con i suoi affondi nella flotta nemica oltre ad Alvise Marcello.

 

 

Non fu sufficiente tuttavia il loro generoso combattere. Il disa­stro arrivò, completo e folgorante. Le cause furono proba­bilmente molte – indisciplina degli equipaggi, mancanza di una forte motivazione –, ma il governo ducale, come spesso era già accaduto in passato, anche questa volta aveva bisogno di un capro espiatorio, tanto più che, in seguito alla disfatta della flotta nemica, i turchi avevano potuto conquistare tranquillamente l’importante isola di Lepanto.

 

 

“Antonio Grimani mina dei cristiani”, era la frase che echeggiava nelle calli veneziane e così il 29 set­tembre veniva nominato il nuovo comandante, mentre il Grimani era tradotto in catene a Venezia come un qua­lunque traditore. Il 2 novembre il Grimani, affranto dal dolore per l’ingiusto trattamento, giunse finalmente in laguna. L’unica consolazione in quei giorni difficili furono i figli che con il loro amore cercarono in tutti i modi di aiu­tarlo e confortarlo.

 

 

Ad attendere il Grimani sul Molo, c’era appunto uno dei suoi quattro figli, il cardinale Domenico che lo sorresse e lo scortò fino alle prigioni dove trascorse con lui anche la notte. L’indomani, sempre accompagnato dai figli, ilGrimani venne tradotto in cate­ne nella sala del Maggior Consiglio. Il figlio cardinale Domenico, si narra, non abbandonò un istante l’anziano genitore sorreggendogli anzi le pesanti catene durante tutta l’udienza.

 

 

Iniziava così il processo contro l’ex coman­dante generale Antonio Grimani, reo della disastrosa sconfitta subita dai veneziani. La difesa comunque, dovette risultare assai efficace e persuasiva considerando anche il fatto che il governo ducale sapeva benissimo in quali condizioni si era ritrovato ad agire il Grimani - ­assenza d’istruzioni, inferiorità numerica e probabilmen­te anche i venti contrari -.

 

 

E così, alla fine Andrea Grimani venne condannato “solo” all’esilio nell’isola di Cherso, lungo la costa Dalmata. Per ben 10 anni il Grimani sofferse le ristrettezze dell’esilio, ma alla fine venne pienamente riabilitato. Nel 1509 da Roma, dove si era rifugiato presso il figlio cardinale, venne richiamato in patria e riabilitato con 1265 voti a favore contro soli 100 voti contrari dal Consiglio Maggiore. L’anno dopo venne reintegrato nella carica di Procuratore di S.Marco. Ma l’apice della sua rivincita l’avrebbe toccato solo nel 1521 quando Antonio Grimani venne eletto quale nuovo doge della repubblica veneziana, carica che mantenne fino alla morte sopraggiunta il 7 maggio del 1523. A quel­la data Venezia aveva già affrontato una delle sue più ardue prove, lo scontro con una coalizione europea.

 

Laura Poloni