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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

Siglata la pace con Maometto II Venezia può far conoscere anche al Sultano i suoi migliori talenti in campo artistico come Gentile Bellini che presso la corte turca sembra trovare un congeniale ambiente...

 

 

 

PER L’ARTE SI DIMENTICANO ANCHE I RANCORI

BELLINI DIVENTA CAVALIERE

 

 

 

Malgrado l’eroica resistenza di Scutari, Venezia non poteva non rendersi conto di quanto l’avanzata turca avesse progressiva­mente corroso i suoi domini d’oltremare. Negroponte e Croja erano ormai perdute e per la città chiave di Scutari sarebbe stato solo questione di tempo. A Venezia non restava che attuare una saggia politica di consolidamento delle sue posizioni senza sperare, ormai, di poter conquistare ancora qualcosa di nuovo. Anzi, era già tanto se la Serenissima fosse riuscita a conservare le posizioni che aveva attorno al 1480.

 

 

Nel 1478 era poi morto per peste il doge Andrea Vendramin e il trono ducale venne allora occupato da Giovanni Mocenigo, fra­tello di Pietro, anche quest’ultimo in precedenza assurto all’alta carica. Giovanni Mocenigo si rese ben presto conto che Venezia non poteva più sostenere da sola il confronto-­scontro con le armate ottomane e che in quel momento alla Serenissima sarebbe tornata molto più vantaggiosa la pace.

 

 

E così, il 24 gennaio del 1479 Venezia concludeva un trattato di pace con Maometto II, anche se le condizio­ni si rivelarono per la repubblica veneta ben poco favore­voli se non addirittura umilianti, specie rispetto a quelle proposte tre anni prima. Purtroppo Venezia non era nelle condizioni migliori o di vantaggio e non poteva certo accampare delle pretese. Ora, poteva e doveva limitarsi ad accettare quello che il Sultano aveva deciso.

 

 

E così la Serenissima fu costretta a rinunciare ufficialmente e una volte per tutte a ogni diritto su Negroponte e Lemno, a quasi tutti i possedimenti greci, compresi ovviamente quelli sulla terraferma e a tutta l’Albania, ad eccezione di Durazzo che sarebbe rimasta dei veneziani ancora per qualche anno. Al governo veneziano venne anche conces­so di poter nominare nuovamente un balio a Costantinopoli con il compito di gestire la giurisdizione veneziana sui cittadini della repubblica là residenti, ma questa volta il permesso non era un diritto, ma doveva essere generosamente pagato con 10.000 ducati annui; così anche la possibilità di commerciare in acque turche.

 

 

Le condizioni evidentemente, dovettero risultare alquan­to dure per una potenza come quella veneziana abituata da secoli a farla da padrona, a volte l’unica padrona, nei mari orientali. All’umiliazione si aggiunsero ben presto anche le furiose proteste degli altri stati europei e italiani che interpretarono il trattato di Venezia con Maometto II come un vero e proprio tradimento. Un tradimento che agli occhi dell’Europa cristiana produsse da lì a poco i suoi primi, tragici frutti.

 

 

Malgrado il trattato di pace, infatti, Maometto II proseguiva imperterrito nelle sue conquiste, sentendosi ora, anzi, molto meno minacciato e più sicuro d’agire. E così, nel 1480 i turchi occuparono le isole di Itaca, Cefalonia, Zante e Leucade nel Mar Ionio senza che Venezia potesse muovere un dito. Ma non si fermaro­no ancora. Nella loro baldanza e forti della loro potenza, i turchi ebbero anche laforza di sbarcare sulle coste puglie­si e occupare la città di Otranto dove gli abitanti vennero trattati con l’ormai tristemente famosa brutalità, mentre le donne vennero vendute come schiave in Oriente.

 

 

Neppure in quella terribile circostanza Venezia interven­ne attirandosi le ire di tutta Europa e del re di Napoli Ferdinando in particolare, dal momento che la Puglia rientrava nei suoi domìni. Questa inerzia del governo ducale venne allora imputata al trattato firmato pochi mesi prima con Maometto II, ignorando invece quanto Venezia da sola avesse fino ad allora militarmente e finanziariamente sostenuto nella sua solitaria guerra contro i turchi.

 

 

Di fatto, comunque, i rapporti tra Venezia e Maometto nei primi mesi successivi la firma del trattato si caratterizzarono per un insolito clima ami­chevole. L’atmosfera tra le due parti bi era distesa a tal punto che Maometto non esitò a richiedere proprio alla repubblica veneziana un valente pittore da inviare presso la sua corte. L’invito a recarsi alla sua corte di Costantinopoli, anzi, si estendeva anche al doge in perso­na dal momento che da lì a pochi mesi si sarebbe celebra­to il matrimonio di sua figlia.

 

 

Il senato rispose alle richie­ste del Sultano con la massima celerità inviando a Costantinopoli uno dei suoi massimi pittori: Gentile Bellini. Figlio dell’altro famoso pittore veneziano Jacopo e fratello di Giovanni, sicuramente il più grande pittore veneziano tra XV e XVI secolo, Gentile nel 1479 era già stato nominato pittore ufficiale della Serenissima e aveva già decorato le pareti della Scuola Grande di S.Marco, ricevendo in virtù di questa nomina una ricca pensione.

 

 

Inviare da parte di Venezia a Maometto II uno dei suoi più illustri pittori, dimostra quanto Venezia ci tenesse a dimostrare il livello raggiunto nel campo arti­stico e in particolare dai suoi pittori, fama che non doveva essere certamente del tutto sconosciuta allo stesso sulta­no turco dal momento che si rivolse proprio alla Serenissima per avere la certezza della qualità del dipin­to che voleva farsi fare. In fondo si trattava della sua per­sona dal momento che la commissione riguardava pro­prio un suo ritratto.

 

 

Come ritrattista, non a caso, il Bellini non aveva a Venezia effettivamente alcun rivale. Suoi, per esempio, sono anche i personalissimi ritratti dei dogi Vendramin e Mocenigo e suo, per l’appunto, il ritratto di Maometto II oggi a Londra Il pesante turbante bianco, il volto affilato con una barba a punta molto curata, il naso sottile leggermente adunco e lo sguardo che si perde in lontananza, testimoniano di come il Bellini (o il Sultano?) abbia scelto di immortalare il famoso conquistatore più che nelle sue vesti guerresche in quelle di raffinato uomo di cultura.

 

 

Maometto II infatti, era noto non solo per le sue atrocità e le sue straordinarie doti militari, ma anche per la sua vasta e raffinata cultura. Conosceva perfetta­mente l’arabo, il greco e l’italiano e amava circondarsi di uomini di cultura, letterati ed artisti anche di origine ebrea o cristiana. Fra questi dunque, la presenza del Bellini alla sua corte, non rappresentò certamente un’ec­cezione, tant’è che il pittore veneziano accettò più che volentieri la commissione trattenendosi a Costantinopoli e meritando anche il titolo onorifico di cavaliere.

 

Laura Poloni