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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

L’importante e strategica città albanese assediata dai Turchi resiste sorprendentemente ai numerosi assalti e cannoneggiamenti nemici. Una simile e cocciuta resistenza fa esplodere infine l’ira dello stesso Sultano che dette l’ordine di far sparare i cannoni in un unico punto col bel risultato di colpire i suoi soldati...

 

 

 

 

A SCUTARI SI CONTINUA A RESISTERE

UN INUTILE ASSEDIO

 

 

 

Quando Pietro Mocenigo nel 1474 lasciò l’isola di Cipro dopo la morte del re Giacomo II di Lusignano e dopo aver assistito brevemente la regina veneziana Caterina Cornaro, se ne tornò a Venezia. Nella città risuonava ancora l’eco dell’e­roica e vittoriosa resistenza di Scutari quando il doge Niccolò Marcello morivalasciando nuovamente vacante il trono ducale. La coincidenza del ritorno del Mocenigo dopo quattro anni consecutivi di servizio in mare – il più lungo periodo nella storia dei capitani veneziani e le sue note doti militari, contribuirono a far sì che la scelta del nuovo doge cadesse proprio sul valoroso comandante. La sua ascesa coincise tuttavia con un fatto imprevisto. Nei primi giorni di gennaio del 1475 giunse a Venezia una proposta di pace da parte di Maometto II.

 

 

Quale media­trice della proposta eccezionalmente c’era la madre stessa del potente Sultano.Ma perché mai Maometto II all’apice delle sue conquiste chiedeva la pace? Era forse bastata la sola vittoria di Scutari a indurlo a tanto? Resta significa­tivo il fatto che la richiesta giunse proprio a colui che più di chiunque altro in quegli ultimi anni aveva combattuto contro i turchi e poteva dire di conoscerli molto bene.

 

 

Quando la proposta giunse in senato, molte furono le voci che si levarono affinché si rifiutasse l’offerta del Sultano, dovuta, si disse, alle difficoltà che Maometto stava incon­trando in casa propria. Il capo turcomanno Hasan, infat­ti, rivale e acerrimo nemico del Sultano, si stava prepa­rando per sferrargli contro il suo potente esercito mentre polacchi e ungheresi lo avrebbero nel contempo “disturba­to” ad occidente.

 

 

Il Papa infine, stava tessendo i fili per una nuova, generale iniziativa contro i turchi. Date que­ste premesse non si doveva far altro che aspettare. Maometto, prima o poi, sarebbe stato travolto. Non era di questa opinione il nuovo doge, l’astuto Mocenigo. Sulla base della propria e diretta esperienza, il doge poteva ben affermare che la potenza e la capacità offensiva dell’eser­cito turco non sarebbe venuta meno tanto facilmente. Si doveva invece approfittare dell’offerta di pace. Fortunatamente fu questa linea alla fine a prevalere. Una delegazione venne così inviata prontamente a Costantinopoli.

 

 

Le trattative di pace, tuttavia, si doveva­no interrompere poco dopo anche in seguito dell’improv­visa morte del doge Mocenigo nel 1476. Purtroppo, pro­prio in un delicato momento nel suo confronto con i tur­chi, Venezia non poté vantare una continuità politica. Sul trono ducale saliva dopo poco più di un anno e mezzo un nuovo doge, Andrea Vendramin, destinato anch’egli ad un breve dogato di neppure tre anni venendo infatti colpi­to mortalmente dalla peste.

 

 

Durante quei tre anni, intan­to, erano riprese a pieno ritmo da parte dei turchi gli attacchi contro i possedimenti veneziani nel mediterra­neo orientale. Nel 1477-78, Maometto II infatti, aveva strappato ai veneziani l’isola di Lemno e la fortezza di Croja in Albania attaccando anche se inutilmente anche l’isola di Lepanto. Ma ad essere minacciati non erano sol­tanto i domìni veneziani d’oltremare. Il pericolo e la minaccia turca, infatti, si spinsero fin dentro le pianure friulane. Bande irregolari a cavallo saccheggiarono e devastarono le campagne di quella regione spingendosi fino al corso del Livenza. Erano talmente vicini che dal campanile di S.Marco si poteva addirittura scorgere in lontananza le fiamme e il fumo dei villaggi distrutti. Per ben due volte in due anni la regione subì tremende deva­stazioni mentre intanto a Venezia scendeva nella tomba anche il doge Vendramin (maggio 1478).

 

 

Ancora una volta Scutari la testarda

 

 

Salì allora sul trono Giovanni Mocenigo, fratello di Pietro che si convinse ben presto che Venezia non poteva più proseguire nellaguerra contro i turchi che con­tinuavano nella loro inesorabile corrosione dei possedi­menti veneziani. Dopo Lemno e Croja infatti, l’esercito di Maometto II tornava a porre l’assedio alla città di Scutari dopo essere stato costretto alla ritirata quattro anni prima.

 

 

I turchi questa volta eressero un castello di legno sull’altura di fronte alla città riempiendo le quattro alte torri con centinaia di grosse pietre che lanciate avrebbero dovuto difendere le artiglierie e le altre macchine d’asse­dio trasportate fin lassù da ben 10.000 cammelli. Maometto poteva contare su circa 300.000 uomini e su un cannone fatto costruire fondendo ben undici pezzi d’artiglieria. Iniziò così il nuovo assedio della città.

 

 

Il 22 luglio, squarciate ormai le mura dalla martellante arti­glieria, i turchi riuscirono a penetrare nella città occupan­done quasi interamente il primo, importante bastione. Ma a sorpresa, da lì, i turchi vennero ricacciati dagli abi­tanti e dalle forze veneziane che tuttavia dovettero poco dopo ripiegare nuovamente. Il 27 luglio Maometto comandò il secondo assalto generale. La difesa della città, intanto, veniva sostenuta da frà Bartolomeo, predicatore e guerriero e da Niccolò Moneta capitano della cavalleria, con l’impiego di qualunque mezzo utile per danneggiare gli assalitori turchi: sassi, arnesi di ogni genere, oggetti, olio e acqua bollente venivano fatti rotolare dalla som­mità della montagna dove si trovava la città, giù verso valle. L’assalto durò per tutto il giorno ma non sembrava risolversi in alcun modo.

 

 

Maometto ormai furioso e in preda alla collera di fronte a tanta coriacea resistenza, ordinò allora che tutti e tredici i cannoni venissero punta­ti contemporaneamente sulla porta principale della città, non considerando di colpire in quel modo anche i suoi uomini impegnati nell’assedio che infatti, travolti e sor­presi dal bombardamento voltarono ben presto le spalle alla città per fuggire. Fu a quel punto che Maometto, si dice, esclamò: “Non avessi io giammai udito il nome di Scutari: inutili sono le mie fatiche!”.

 

Laura Poloni