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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

Alla notizia della morte del figlio l’anziano doge non riesce a darsi pace e giorno dopo giorno abbandona la gestione dello Stato. Più o meno costretto il Foscari infine decide di lasciar libero il trono ducale

 

 

 

MORTO IL FIGLIO IL DOGE NON REGGE PIU'

FRANCESCO FOSCARI SE NE VA

 

 

 

Appresa la notizia della morte del figlio Jacopo esiliato a Creta il doge Francesco Foscari ormai ultraottantenne andò progressivamente disin­teressandosi delle cure dello stato veneziano. Caduto in un profondo stato di prostrazione il vecchio doge non interveniva più in senato o al Consiglio, come la sua carica invece obbligava. Questo stato di cose venne inizialmente tollerato benevolmente ma se protratto rischiava di provocare una lenta corrosione di tutto l’ap­parato statale veneziano. Si lasciò così passare l’estate, ma nell’autunno del 1457 la cosa doveva in qualche modo venire risolta.

 

 

Ancora una volta ad agire fu il Consiglio dei Dieci. Una delegazione si recò dal doge per chiedergli “da buon principe e vero padre della patria” di dimettersi dall’alta carica. Il Foscari alla delegazione rispose che il Consiglio non aveva alcun potere costituzionalmente san­cito per chiedere le dimissioni del doge, quindi, lui resta­va. Restava fin tantoché almeno la richiesta non venisse legalmente formulata ed approvata dal Maggior Consiglio nella sua maggioranza come la legge prescrive­va. Il doge in linea di principio aveva perfettamente ragione.

 

 

La legge veneziana in questo senso era molto chiara. Ma fu soltanto una questione di principio? Forse o forse non solo. A capo della delegazione che andò a pre­sentare la richiesta c’era infatti Jacopo Loredan, figlio del più famoso Pietro al quale il Foscari aveva soffiato il trono ducale trent’anni prima. L’attrito tra le due fami­glie si aggravò poi in seguito alla rottura del fidanzamen­to tra una figlia del doge e proprio Pietro Loredan, matri­monio che avrebbe avuto lo scopo invece di riavvicinare le due famiglie.

 

 

L’attrito sfociò probabilmente in vero e pro­prio odio in occasione del primo arresto di Jacopo Foscari del 1445. Uno dei tre capi del Consiglio dei Dieci era pro­prio un esponente della famiglia Loredan, Francesco, anche se tuttavia non esistono indizi che questi si sia comportato in modo particolarmente parziale. In una diversa circostanza un altro Loredan non perse l’occasio­ne per dar contro Jacopo Foscari. Quando questi venne accusato di trattenere rapporti con Maometto II alcuni membri del Consiglio dei Dieci ne chiesero la condanna capitale.

 

 

Tra questi, e probabilmente colui che avanzò la proposta, c’era appunto un esponente della famiglia Loredan e, anche se improbabile, non è del tutto impossi­bile che il doge fosse stato informato di questo fatto. Dati i precedenti dunque è possibile che Francesco Foscari si sia irritato non poco quando si vide porgere la proposta di dimissioni proprio da Jacopo Loredan, uno dei responsa­bili o comunque ritenuto tale del rinnovato esilio del figlio. Resta che il vecchio doge aveva dalla sua parte la stessa legge veneziana che garantiva infatti la sua ina­movibilità.

 

 

Il Consiglio dei Dieci tuttavia, non aveva nes­suna intenzione di cedere. Si decise quindi di procedere con altre pressioni che ben presto sfociarono in aperte e violente minacce nei confronti del Foscari. Jacopo Loredan innanzitutto fece un durissimo intervento in Consiglio denunciando l’inettitudine del doge e che se le cose fossero continuate così ben presto sarebbero sorti dei gravissimi disordini nello stato veneziano. Il Loredan era già riuscito a portare dalla sua parte anche gli altri due capi del Consiglio e, forte delle sue ragioni e di questo appoggio, chiese ufficialmente la deposizione del doge. La sua richiesta questa volta venne accolta a maggioranza.

 

 

 

E così il 19 ottobre del 1457 venne decretata la deposi­zione dell’ottuagenario Foscari. Tuttavia deporre un doge in piena violazione della legge – la cosa non era mai arrivata al Maggior Consiglio – rischiava di suscitare vio­lente reazioni in città e così il 21 di quello stesso mese una nuova delegazione si recò nuovamente dal doge. Questa volta con un secco ultimatum: dimettersi immediatamen­te dalla carica, nel qual caso avrebbe ricevuto una pensio­ne annua di millecinquecento ducati; oppure in caso con­trario sarebbe stato forzatamente dimesso e tutti i suoi beni confiscati. Il doge di fronte ad un simile ultimatum non si scompose, ma chiese un po’ di tempo.

 

 

La sua richiesta venne accolta e gli fu concesso ancora un giorno, fino al pomeriggio del 22 ottobre quando la solita delega­zione gli si ripresentò per avere la risposta. Risposta che il doge tuttavia, si guardò bene dal conferire. A quel punto non c’era altro da fare. Con un decreto ufficiale il Consiglio dei Dieci dichiarò definitivamente decaduto il vecchio Foscari. Entro otto giorni da quella data l’ex doge doveva lasciare il palazzo ducale venendogli tuttavia garantita la rendita di millecinquecento ducati. Il 23 otto­bre del 1457 gli si presentarono davanti i delegati del Consiglio e Jacopo Loredan lo mise al corrente della sua sorte. Francesco Foscari non si scompose neppure questa volta.

 

 

Gli venne così sfilato l’anello ducale e tolto il corno aureo dalla testa, simboli del potere ducale. Il giorno dopo avrebbe lasciato anche il palazzo. Suo fra­tello Marco lo venne a prendere e cosi dopo quasi trenta­cinque anni di dogato, all’età di ottantaquattro anni Francesco Foscari lasciava le stanze dello storico palazzo. Suo fratello per evitare la ressa della cittadinanza lo vole­va condurre alla barca attraverso una scala secondaria. L’anziano doge rifiutò categoricamente l’invito: “lo voglio andar giù per quella scala per la quale ascesi al dogato”.

 

 

Arrivato così agli ultimi gradini sembra abbia ancora mormorato: “L’altrui malignità mi fa scendere da quel posto al quale i meriti miei mi avevano fatto salire”. Varcò quindi la porta detta della carta fatta scolpire pro­prio da lui per mano di Bartolomeo Bon che ne fissò sulla sommità anche il ritratto. Venne infine accompagnato al suo palazzo sul Canal Grande (Ca’ Foscari) dove pochi giorni dopo sarebbe deceduto a seguito di un collasso. La morte lo avrebbe colto nel momento stesso in cui udì suo­nare le campane a festa per l’elezione del nuovo doge Pasquale Malipiero che accompagnò poi il feretro di Francesco Foscari durante i solenni funerali di stato.

 

Laura Poloni