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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

Un improvviso attacco a Verona da parte del comandante visconteo Piccinino costringe i veneziani a concentrare le proprie forze sul recupero della strategica città dove i due eserciti si fronteggiano sulle opposte rive dell’Adige per arrivare presto allo scontro decisivo...

 

 

 

VERONA ATTACCATA IMPROVVISAMENTE

SI RECUPERA VERONA

 

 

 

La città di Brescia dopo lunghi mesi di assedio era effettivamente ormai alle sue ultime energie. L’inverno con il freddo e senza rifornimenti aveva portato i suoi abitanti ai limiti massimi di soppor­tazione. Con l’estate tuttavia, la situazione divenne a dir poco disperata. Scrive un testimone oculare: “Mi pareva che li citadini havesseno invidia alli morti tanto stavano a mal porto...et pur si portava (sopportava) in pace per non venir sotto quello duca di Milano, aspettando sempre lo secorso del conte Francesco (Sforza)”.

 

 

Come se non bastassero l’assedio e la fame, con l’estate arrivò puntuale anche la peste con le sue quaranta, cinquanta vittime giornaliere. E pure la città ancora non si arrendeva. Pur di non cadere nelle mani del Visconti sopportava tanto supplizio fiduciosa nell’aiuto dei veneziani. La titanica impresa del Garda non produsse però alla fine alcun effetto, restando le navi bloccate dai milanesi nel porto di Torbole. Si doveva a tutti i costi tentare un’altra strada.

 

 

Al Gattamelata intanto venne affiancato Francesco Sforza che dal 1439 militava sotto le bandiere di San Marco con la promessa che se si fosse conquistata Milano, Venezia lo avrebbe immediatamente riconosciuto quale nuovo e legittimo duca. Allo Sforza del resto, lo stesso Filippo Maria Visconti aveva promesso la mano dell’uni­ca sua figlia ed erede Maria. Le forze riunite del Gattamelata e dello Sforza, dunque, dovevano assoluta­mente rompere l’assedio di Brescia o comunque far giun­gere nella città dei rifornimenti.

 

 

Gli eserciti veneziani, in marcia verso nord, trovarono però questa volta bloccata la via presso il castello di Tenno, a pochi chilometri da Riva, che era stato infatti conquistato nel frattempo dal Piccinino. Lo scontro fu inevitabile e i milanesi ebbero fortunatamente la peggio proprio grazie anche all’audacia di un gruppo di soldati bresciani che combattevano nelle file della Serenissima. In quell’occasione lo stesso Piccinino rischiò di venir catturato riuscendo solo alla fine a fuggire nottetempo facendosi portar via dentro un sacco – così almeno secondo un racconto dell’epoca.

 

 

II comandante dell’esercito visconteo, certo non fuggiva senza una meta ben precisa, il suo scopo era di raggiungere il grosso del­l’esercito stanziato lì vicino. La cosa più inaspettata, tut­tavia, avvenne solo dopo. Una volta ricongiuntosi con il suo esercito, infatti, il Piccinino mosse un improvviso attacco alla città di Verona. Nessuno, tanto meno i vene­ziani, si aspettava una simile iniziativa che gettò nel più totale scompiglio i piani delle forze venete. Inpochi giorni, intanto, Verona veniva quasi completamente occupata dalle truppe viscontee del Piccinino. Cosa fare ora? Brescia da oltre un anno resisteva eroicamente agli eser­citi milanesi, ma ora con una mossa da vero stratega il Piccinino occupava anche Verona, da un punto di vista strategico molto più importante di Brescia.

 

 

Lo Sforza e il Gattamelata non avevano scelta. Verona doveva essere assolutamente riconquistata, ma questo voleva dire per i Bresciani veder nuovamente allontanarsi i tanto sospira­ti ed attesi rinforzi. E così, dalle mura ormai quasi total­mente diroccate della loro città i cittadini di Brescia guar­davano increduli e disperati allontanarsi l’ultima loro speranza di salvezza. L’esercito veneziano infatti, prese a muoversi verso Verona dove ben tre punti strategici non erano ancora caduti nelle mani del comandante viscon­teo. I tre castelli di San Pietro, di San Felice, e Castel Vecchio erano infatti in mano veneziana. Lo Sforza pose così un drappello di uomini a guardia dell’importantissi­mo ponte di Castelvecchio da sempre via strategica verso il nord e prese il comando delle truppe d’avanguardia. Quello della retroguardia invece, venne lasciato al Gattamelata.

 

 

Si entra in Verona

 

 

Accampati presso il villaggio di Volagne all’alba del 19 novembre del 1439 l’esercito veneziano guidato dai due condottieri mosse verso la città passando l’Adige e le strette della chiusa, sostando ancora brevemente a pochi chilometri da Verona. Per entrarvi c’erano solo due vie: quella di pianura o quella dei monti.

 

 

Lo Sforza scelse la più difficile ovvero quella dei monti, la più difficile ma anche per questo la meno prevedibile dal nemico. Lo stes­so Piccinino infatti avuta notizia di questi spostamenti sui monti intorno alla città, pensò si trattasse di truppe dirette a Vicenza. Questa volta il condottiero visconteo si sbagliava e se ne avvide troppo tardi quando cioè lo Sforza sferrò il suo attacco alla città entrando dal castello di San Felice e da lì occupando gran parte della città sulla sponda destra del fiume. La sorpresa di questo attacco fu tale da mettere in fuga i milanesi che si precipitarono in massa e disordinatamente verso Ponte Nuovo.

 

 

La calca fu tale che la struttura non resse a lungo l’impeto delle soldatesche in fuga e crollò sotto il loro peso. Era il segno della disfatta. Molti furono coloro che periro­no annegati, altri vennero fatti facilmente prigionieri. Padrone di mezza città lo Sforza chiamò a quel punto anche il Gattamelata con il resto dell’esercito che si era trattenuto strategicamente fino ad allora sui monti. Era il via libero all’attacco generale.

 

 

Tuttavia il Piccinino questa volta venne avvertito avendo così tutto il tempo di ritirar­si. In città dilagavano intanto le truppe veneziane: Verona era statafinalmente riconquistata. Lo Sforza rice­vette quale ricompensa dal governo ducale diecimila ducati e l’iscrizione nella nobiltà veneziana mentre il Gattamelata veniva gratificato con duemila ducati. II Piccinino si era nel frattempo ritirato nel bresciano dove proseguivano scontri occasionali tra lombardi e veneziani nel corso dei quali tuttavia fu possibile per i Veneziani far giungere finalmente una parte dei rifornimenti a Brescia. La guerra tuttavia, alla fine del 1439, doveva durare ancora quasi due anni, due lunghi anni.

 

Laura Poloni