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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

Brescia resiste eroicamente all’assedio delle truppe viscontee, ma Venezia non riesce a farle arrivare i neces­sari aiuti. L’unica strada ... praticabile e poco controllata dai milanesi resta quella dei monti!

 

 

 

PER DIFENDERE BRESCIA SI FA L’IMPOSSIBILE

LA FLOTTA ATTRAVERSA I MONTI

 

 

 

Con Brescia assediata da oltre un mese, si faceva sempre più urgente e pressante la necessita di farle arrivare i rifornimenti alimentari e milita­ri soprattutto. L’esercito veneziano comandato dal Gattamelata era stato costretto ad abbandonare la difesa della città per evitare un pericoloso scontro frontale col più forte esercito milanese e che sarebbe tornato a danno suo, di Brescia e della stessa Venezia. Doveva necessariamente ritirarsi per spostare il fronte più a est, lungo il confine tra Lombardia e Veneto, retrocedendo fino a Verona.

 

 

Per realizzare questa ritirata strategica, con Brescia assediata, restava una sola via possibile: il lago di Garda in direzione nord, dal momento che il lato meridionale restava saldamente sotto il controllo dei milanesi. A doversi spostare erano circa tremila cavalli e duemila fanti, per le alte e scoscese montagne che rac­chiudono a nord il lago. Un’impresa difficile già in estate, quasi impossibile d’inverno. Eppure non c’era alcuna alternativa e Gattamelata decise di iniziare la marcia. Vennero costruiti i ponti indispensabili per attraversare le gole e vennero risistemati i sentieri ormai quasi scom­parsi.

 

 

Alle difficoltà naturali si aggiunsero lungo il percor­so anche gli attacchi armati delle bande spedite contro i Veneziani dal vescovo di Trento filo visconteo. Dopo una settimana di marcia serrata il Gattamelata riuscì a por­tare i suoi uomini, ormai esausti, ad est del lago, in val Caprino, a pochi chilometri a nord di Verona. Brescia intanto resisteva ancora alle spingarde del Piccinino, ma la situazione si stava facendo disperata. Con il Gattamelata che batteva praticamente in ritirata Brescia era stata lasciata sola a fronteggiare la pressione dell’e­sercito milanese. Quanto avrebbe potuto resistere senza rifornimenti?

 

 

Un dilemma grave e una soluzione impossibile ma...

 

 

L’unica strada percorribile in inverno per farle arrivare i rinforzi restava quella a sud, ancora tuttavia sotto il pieno controllo dell’esercito milanese. L’inverno poi era già iniziato e ripercorrere la strada settentrionale per poi scendere lungo la sponda occidentale verso Brescia non era più possibile anche perché questa volta si sarebbero dovuti trasportare i pesanti carichi dei rifornimenti.

 

 

Restava libera e percorribile solo la sponda orientale del lago ancora infatti saldamente in mano dei veneziani. Restava un solo problema e non certo da poco: con quali navi si potevano trasportare i rifornimenti a Brescia? La piccola flotta di leggere imbarcazioni presente sul lago non era certo predisposta a una simile impresa. Era asso­lutamente necessario disporre di una flotta molto più robusta ed adatta ad accogliere i pesanti carichi dei rifor­nimenti. Costruirla sul lago era impossibile. Non c’era tempo sufficiente ed il controllo dei vicini milanesi non avrebbe consentito di lavorare tranquillamente, tanto più che l’operazione doveva restare il più possibile segreta. Si doveva per forza fare arrivare le navi con i loro vitali cari­chi direttamente da Venezia via Adige fino a Verona e da qui... da qui trasportare le navi via terra verso nord lungo la sponda orientale del lago.

 

 

L’idea geniale

 

 

Fu questa l’idea tanto incredibile quanto geniale di un tal Sorbolo, marinaio greco che espose la sua idea dinanzi al senato veneziano. Questo, diviso tra speranze, incredulità e stupore dette l’immediato ordine di allestire la flotta. Due grosse galee (per altri forse sei), quattro fre­gate e venticinque barche (copani), nel giro di poco tempo erano pronte a risalire l’Adige fino a Rovereto. Da lì ebbe inizio poi una delle più straordinarie imprese militari mai tentate: il trasporto cioè delle imbarcazioni via terra. A trascinarle su dei rulli erano oltre duemila buoi che riu­scirono a portare le navi fino al laghetto alpino di S.Andrea (oggi lago di Loppio) a pochi chilometri a nord di Rovereto. Per coprire questa breve distanza vennero impiegate due settimane con un costo per la serenissima repubblica di ben quindicimila ducati.

 

 

Una grande avventura militare

 

 

L’impresa tuttavia non era che al suo inizio. Dal laghetto infatti, le navi vennero poi trascinate fino al monte Baldo e da lì calate con funi e argani lungo il fianco della montagna, un’operazione titanica e pericolosissima se si pensa alla conformazione rocciosa delle sponde set­tentrionali del lago di Garda. Eppure l’operazione si con­cluse felicemente. Tutte le imbarcazioni, dalle galee alle più piccole barche toccarono integre e complete del loro carico le acque del lago presso Torbole, pronte a raggiun­gere finalmente la città di Brescia. Era il febbraio del 1439. Eppure a quel punto qualcosa sembrò non tornare. I Milanesi infatti attivarono immediatamente la flottiglia che avevano di stanza sul lago di Garda chiudendo prati­camente le navi veneziane comandate da Pietro Zen nel porto di Torbole. L’incredibile ed acrobatica impresa dei Veneziani a quel punto, sembrava completamente vanifi­cata, non potendo raggiungere lo scopo che l’aveva deter­minata: soccorrere l’ormai stremata città di Brescia.

 

Laura Poloni