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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

Prosegue per Venezia l’impegno bellico contro il Visconti. A dar man forte alle truppe della Serenissima anche un migliaio di marinai dalmati e istriani che alla notizia di una vittoria si lasciano un po’ troppo trasportare dall’euforia ...

 

 

 

ANOMALI TUMULTI IN PIAZZA S.MARCO

INTERVIENE IL COMANDANTE LOREDAN

 

 

 

Dopo la morte del Carmagnola nel 1432 venne siglata una nuova pace tra Venezia e il signo­re di Milano (seconda pace di Ferrara-1433). Più che di veri e propri trattati di pace – la loro rilevanza era soprattutto da ascriversi alle assegnazioni o ridefinizioni territoriali in essi contenute –, si trattava in realtà di brevi, vitali, tregue che davano giusto il tempo agli eserciti dei due schieramenti di riorganizzarsi e pre­pararsi a nuove iniziative e quindi a nuovi scontri. Non solo durante i brevi periodi delle tregue – mai per la verità del tutto tranquilli – gli eserciti potevano “tirare il fiato”, ma spesso in quei brevi mesi si verificavano anche improvvisi ed imprevisti ribaltamenti di alleanze con ina­spettati passaggi di forze da un fronte all’altro.

 

 

Fu il caso di Genova, per esempio, che dopo questa tregua si trova sorprendentemente alleata di Venezia per essersi momentaneamente liberata dal giogo visconteo che la voleva naturalmente schierata contro la Serenissima; oppure era il caso ancora, dell’imperatore Sigismondo che solo qualche anno prima con le sue truppe devastava i territori veneziani in Friuli e ora combatteva a fianco della repubblica veneta contro il Visconti. Per non parla­re, infine, dei protagonisti per eccellenza di quei convulsi e feroci anni di guerra: i capitani di ventura.

 

 

Carmagnola, infatti, fu solo uno dei tanti, certo, in quel momento il più famoso, il più abile e quindi il più richiesto. Dopo la sua esecuzione il campo, perciò, si era improvvisamente libe­rato per lasciare spazio a un altro di questi personaggi destinato a sedere sul trono del ducato di Milano, inaugu­rando una delle più celebri dinastie italiane, quella degli Sforza. Francesco Sforza, al soldo di Filippo Maria Visconti, passò successivamente al servizio della repub­blica fiorentina ed infine a quello della stessa Serenissima in un continuo e repentino cambiamento di parti a seconda delle proprie e personali ambizioni.

 

 

Lo scontro con i Visconti

 

 

Le nuove ostilità tra gli eserciti della Lega anti-viscon­tea e il duca di Milano Filippo Maria Visconti, intan­to, ripresero su grande scala nel 1436 con un anda­mento subito favorevole alle prime guidate proprio dallo Sforza che arrivò a minacciare la stessa Milano. Il Visconti, a quel punto, cercò disperatamente la pace con Venezia e tentò, inutilmente, di riportare lo Sforza dalla sua parte (il condottiero infatti, così come il Carmagnola circa dieci anni prima, se ne era andato sbattendo la porta dopo un acceso diverbio con il duca).

 

 

Falliti entram­bi i tentativi, la guerra proseguì con altre numerose bat­taglie combattute dai due eserciti nelle pianure lombarde per buona parte del 1437. Nell’estate di quello stesso anno i due eserciti nemici si scontrarono duramente. A guidare gli opposti schieramenti, due dei più valorosi capitani di quel tempo: Niccolò Piccinino per le forze viscontee, Erasmo da Narni, detto il Gattamelata, le truppe veneziane.

 

 

Originario appunto di Narni (Terni) dove era nato nel 1370, il Gattamelata venne presto così soprannominato per la sua scaltrezza unita però a una più che rara ed eccezionale dolcezza dei modi che faceva­no di lui più un cavaliere che un rude soldato. Già nel 1434 con il consenso del pontefice Eugenio IV che lo aveva arruolato, passò al servizio di Venezia contro Filippo Maria Visconti. Quando poi, Gianfrancesco Gonzaga, signore di Mantova, tradì Venezia per passare definitivamente al duca di Milano, Gattamelata venne nominato capitano generale della Serenissima, titolo che mantenne fino alla morte avvenuta a Padova nel 1443. Dal momento dell’alta nomina, il condottiero prese a muoversi con i suoi uomini in Veneto e in Lombardia attuando una guerra tattica di movimento che gli con­sentì di tenere a bada in diverse circostanze le superiori forze viscontee.

 

 

A volte si esagera

 

 

In uno scontro, in particolare, tuttavia, proprio nell’e­state del 1437, l’esito rimase incerto fino all’ultimo momento. Anzi, pare proprio che in quell’occasione non vi fossero stati propriamente né vinti né vincitori. Gattamelata si ritirò intanto a Brescia mentre il Piccinino ripiegava su Cologna Monzese. Accadde, tutta­via, che per rincuorare probabilmente gli animi dei vene­ziani, si provvide a far diffondere la notizia (falsa o comunque non del tutto vera) della vittoria delle armi venete su quelle lombarde.

 

 

La notizia giunse così bella e impacchettata a Venezia il 17 agosto del 1437 per bocca di Andrea Donato. In quei giorni a Venezia, intanto, si era radunata una moltitudine di marinai provenienti dall’Istria e dalla Dalmazia per portare il loro aiuto alla Serenissima nella sua guerra contro il Visconti. L’attesa e la notizia della vittoria rese particolarmente euforici i marinai che si lasciarono andare a pubbliche e certamen­te poco composte manifestazioni di giubilo.

 

 

Sotto l’effetto dell’abbondante alcool ingurgitato, gli uomini si diedero presto ad ogni sorta di vandalismo bruciando o distrug­gendo i banchi di legno dei fruttaioli e dei panettieri che si trovavano allora in Piazza S.Marco. Invano le guardie tentarono di arginare l’ondata devastatrice. Per farlo, ci volle infatti tutta l’autorità e il carisma del Procuratore di S.Marco Pietro Loredan, il vincitore dei Turchi a Gallipoli e di tante gloriose battaglie, certamente uno dei personaggi pubblici più amati a Venezia. Alla sua com­parsa i marinai avvinazzati – così almeno si racconta – si ricomposero immediatamente e rientrarono composti nei loro quartieri.

 

Laura Poloni