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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

Entrato giovanissimo al servizio del duca milanese Filippo Maria Visconti del quale sposa anche una lontana parente, il Carmagnola cambia bandiera ed entra nelle fila veneziane. Ma un’accusa di tradimento e una serie di strane circostanze lo portano ben presto sul patibolo.

 

 

 

DOPO ESSERE STATO L’EROE DI MACLODIO

LA FINE DEL CARMAGNOLA

 

 

 

La pace (una delle tante!) chiesta dal Visconti dopo la sconfitta di Maclodio, portò a Venezia anche Bergamo e parte del cremonese. Il duca milanese, tuttavia, non poteva certo accettare tranquillamente la cosa tant’è che nel 1430 era già sceso nuovamente in anni contro Venezia. Dove proprio in quel medesimo anno il doge Francesco Foscari subiva un attentato restando sfregiato in volto.

 

 

Le ragioni del gesto sono da ricercare probabilmente, nella stanchezza e nel­l’insofferenza da parte di una consistente fetta della nobiltà veneziana – nobile era pure l’attentatore Andrea Contarini –, verso l’incessante stato d’allarme e di guerra che si protraeva ormai da diversi anni e le cui conseguen­ze iniziavano a farsi sentire anche sul piano economico­finanziario. Fino al 1430, infatti, il governo veneziano aveva già speso nella guerra contro il Visconti, la bellezza di due milioni di ducati, ovvero quasi 40 miliardi di lire attuali!

 

 

Come se non bastasse, dell’impegno bellico di Venezia contro il Visconti sembravano approfittarne tanto i genovesi – sudditi praticamente dello stesso signo­re milanese – che saccheggiarono alcune isole dei venezia­ni nell’Egeo, tanto gli ungheresi dell’imperatore Sigismondo che invasero e devastarono il Friuli. E il Carmagnola cosa faceva nel frattempo? Il conte, nomina­to generalissimo della repubblica, si attardava sospetto­samente a Brescia. Da quel momento ebbe inizio una tri­ste parabola discendente che avrebbe condotto al pati­bolo infine, il conte piemontese. Era nato infatti a Carmagnola in provincia di Torino nel 1380 Francesco Bussone, detto il Carmagnola.

 

 

Di umilissime origini esordi quale condottiero al servizio di un altro famoso uomo d’anni, Facino Cane, colui che più di qualunque altro con le sue conquiste minacciò seriamente il ducato milanese. Alla morte di questi nel 1412, Carmagnola segui la vedova Beatrice Tenda a Milano dove avrebbe sposato Filippo Maria Visconti. Entrato nelle grazie del duca a seguito dei suoi inarrestabili successi, il Carmagnola realizzò sul campo i desideri di potenza del suo signore del quale si dichiarava suo fedelissimo alme­no fino al fatidico colloquio del 1424 e alla conseguente rottura fra i due.

 

 

Dopo breve vagabondare,il Carmagnola approdò infine a Venezia anche se la sua famiglia di tatto non lascerà mai il ducato milanese. La moglie del resto, Antonietta Visconti, proveniva dalla stessa famiglia del duca dando ulteriore credito ai sospetti che investiranno il conte dal 1430-31. Le accuse furono quelle di aver fatto in realtà il gioco del suo ex signore e il comportamento stesso del Carmagnola si prestava a simili interpretazio­ni.

 

 

Dopo la battaglia di Maclodio, infatti, il condottiero si era ingiustificatamente attardato a Brescia e nel berga­masco ma, cosa ancor più grave, si era fatto sfuggire inspiegabilmente la facile occasione di conquistare per la repubblica veneziana la città di Cremona. Non solo. Il Carmagnola infatti, rifiutò per ben due volte, o comunque schivò, l’offerta del governo ducale, di farlo duca di Milano se avesse portato a termine la conquista di quel ducato eliminando definitivamente lo stesso Visconti. Era il 1431 e a quel punto il Consiglio dei Dieci decretò la più stretta sorveglianza del conte e il controllo di tutta la sua corrispondenza.

 

 

Da questa, infine, pare siano venute le prove inconfutabili del suo tradimento. Avuta la conferma defi­nitiva di un riavvicinamento del Carmagnola al Visconti, il senato veneziano doveva assolutamente, e nel modo meno sospetto possibile, ricondurre lo stesso a Venezia. Si doveva evitare a tutti i costi il diffondersi della notizia affinché il Carmagnola non fuggisse ed agire di conse­guenza attraverso l’inganno. Allo scopo venne inviato a Brescia, dove il conte piemontese si trovava, il segretario Giovanni de Imperiis con l’invito ufficiale per il Carmagnola di recarsi immediatamente a Venezia dove, alla presenza del marchese di Mantova, si sarebbero dovute definire le linee della nuova campagna contro Filippo Maria Visconti.

 

 

II Carmagnola seguì l’inviato del senato veneziano ed approdò in laguna il 7 aprile del 1432. Per il conte era l’inizio della fine. Ad attenderlo c’e­rano otto nobili che lo condussero a Palazzo Ducale con il pretesto che il doge voleva incontrarlo subito. Ma al posto del doge c’erano soltanto i cippi e le catene delle prigioni ducali. L’11 aprile il Carmagnola compariva così di fronte ad un collegio istituito per analizzare le prove a suo carico e che il prigioniero confutò disperatamente venendo per questo anche torturato.

 

 

E sotto i tormenti della tortura, il conte alla fine cedette riconoscendo la fondatezza dell’ac­cusa. Il processo che ne seguì fu a quel punto solamente, una semplice formalità che alla fine vide condannato a morte, quale traditore della repubblica, Francesco Bussone detto il Carmagnola. La condanna era stata approvata a stragrande maggioranza. Uno solo, invece, il voto contrario. E così il 5 maggio del 1432 Carmagnola veniva tratto di prigione a mani legate e condotto in Piazza S.Marco. Qui, fra le due colonne dove normalmen­te avvenivano le esecuzioni, con una spranga in bocca veniva decapitato. Colpevole? Innocente?

 

 

Purtroppo non è dato saperlo con certezza dato che gli incartamenti del processo andarono presto bruciati in uno dei tanti incendi che si scatenavano puntualmente a Palazzo Ducale. Certo, il voto pressoché unanime con il quale venne deci­sa la sentenza, lascerebbe pensare a delle prove veramen­te schiaccianti su un suo riavvicinamento al duca mila­nese anche se, d’altro canto, resta una confessione ed un’ammissione di colpevolezza estorte con la tortura.

 

 

Ma ancora: perché mai il governo veneziano avrebbe imba­stito una simile trappola ai danni del Carmagnola se veramente non avesse avuta la certezza del suo tradi­mento o cedimento? Il suo corpo, in fondo venne tradotto in una delle più importanti chiese cittadine, S.Maria Gloriosa dei Frari, segno di un certo rispetto nei confronti di un personaggio che purtuttavia aveva contribuito ad accrescere la stessa potenza veneziana. Da quella chiesa venne trasportato a Milano solo a seguito della pietosa richiesta della moglie Antonietta che lo volle vicino in terra lombarda.