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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

La fine del pericolo mortale corso da Venezia restituì al popolo tutto il suo ottimismo e la sua vitalità. Occorreva fare festa e a chi se non alla massima autorità dello Stato, il doge Contarini , dimostratosi oltremodo coraggioso e capace...

 

 

 

RISTABILITI I RAPPORTI DI FORZA CON GENOVA

IL TRIONFO DEL DOGE E DI VENEZIA

 

 

 

La situazione, disperata per Venezia fino agli ultimi giorni del 1379 si ribaltò dunque completamente con l’arrivo del nuovo anno, il 1380. L’astuzia e l’abilità dei comandanti veneziani Pisani e Zeno, la fermezza del doge Contarini e lo sforzo di tutta la comunità lagunare, concorsero a questo incredibile ribal­tamento assieme all’inspiegabile reticenza di Pietro Doria che spinse i genovesi in una trappola mortale.

 

 

Anche l’ar­rivo atteso e sospirato dei rinforzi da Genova non riuscì a mutare l’esito finale dello scontro, anche se il rischio di una sconfitta militare rimase reale per Venezia fino all’ul­timo momento di guerra. Nella primavera del 1380 infat­ti, una flotta genovese al comando di Matteo Maruffo cat­turò le dodici navi veneziane comandate da Taddeo Giustiniani, colui che per volontà popolare non era riusci­to a prendere il comando supremo delle navi veneziane affidato infine al Pisani.

 

 

Malgrado l’increscioso episodio, tuttavia, Giustiniani aveva chiesto ugualmente di imbar­carsi e di farsi assegnare il comando di una flotta che venne appunto catturata dai genovesi mentre stava facendo ritorno dalla Sicilia. Laggiù i veneziani avevano infatti recuperato un carico di grano dato che a Venezia e non solo a Chioggia assediata, la fame iniziava a farsi sentire per la mancanza di rifornimenti dovuta alla guer­ra.

 

 

Maruffo iniziò poi a disturbare anche Vittor Pisani e Carlo Zeno ormai pienamente ristabilito dalla ferita. I due comandanti veneziani che pattugliavano la laguna e mantenevano l’assedio a Chioggia, riuscirono però ad evi­tare lo scontro diretto colMaruffo dal quale sapevano benissimo sarebbero usciti sconfitti data la loro inferiorità numerica. Al tempo stesso trattenendo le navi genovesi al largo di Chioggia impedivano alle stesse di mettersi in contatto con il resto della flotta chiusa nel porto dal cordo­ne delle navi veneziane.

 

 

La flotta genovese si ritira

 

 

Alla fine lo stesso Maruffo si rese conto dell’inutilità delle sue azionididisturbo e si ritirò con la sua flotta in Dalmazia. Era la fine per i suoi compatrioti. Il 24 giu­gno infatti i 4.000 genovesi assediati ormai da mesi a Chioggia e praticamente abbandonati, si arresero sfiniti dalla fame e dalle malattie senza condizioni e consegnan­do ai veneziani le ultime 19 galee.

 

 

Il doge Andrea Contarini poteva finalmente entrare trionfalmente a Chioggia accompagnato da Carlo Zeno e Vittor Pisani. Una volta nominato il nuovo Podestà, il vecchio doge poteva fare ritorno a Venezia dove la gioia nel frattempo era esplosa incontrollata dopo la notizia della riconquista di Chioggia.

 

 

Andrea Contarini aveva voluto seguire per­sonalmente per sei lunghi mesi l’assedio della città non volendo abbandonare i suoi uomini e la sua flotta in uno dei momenti più drammatici, ma anche risolutivi per Venezia. In questo suo straordinario senso dello Stato, in questa sua ferma volontà di voler restare a tutti i costi a fianco dei suoi uomini pur potendo assisterli solo moral­mente, il doge apparve ai veneziani il simbolo stesso della straordinaria vittoria. Non si poteva che accoglierlo coi dovuti onori. Il 10 luglio Contarini lasciava dunque Chioggia per raggiungere dapprima Malamocco e poi l’i­sola di S.Clemente. Qui il doge venne fatto salire sul Bucintoro spedito dal Senato e guidato da 100 rematori.

 

 

Dopo il terrore la gioia e il fasto

 

 

Al suo ingresso a Venezia, lungo il Canal Grande, gli si presentò uno spettacolo stupefacente. Barche, galee, imbarcazioni di ogni forma e misura coprivano let­teralmente il Canale mentre alle finestre migliaia di per­sone festanti lo salutavano. Arrivato sulla Riva degli Schiavoni un mare di folla lo stava aspettando impazien­te e gioiosa. Il Bucintoro solcava lentamente le acque del Canale carico di trofei, scudi e vessilli tolti al nemico.

 

 

Fra tutti spiccava lo scudo del capitano generale di Genova con lo stemma della Repubblica, il segno della vittoria resa ancor più tangibile dalle navi nemiche che disarma­te venivano con le loro ciurme umiliate e sfinite, trainate in trionfo lungo tutto il Canal Grande fino al Molo. Contarini sbarcò infine a Rialto accolto da una folla esul­tante che lo chiamava salvatore della patria.

 

 

E per Venezia si trattava infatti più che di una vittoria, di una vera e propria liberazione. Liberazione da un incubo che, se concretizzato, avrebbe visto Venezia ridotta ad una semplice colonia di Genova. In pochi mesi, invece, la situazione da disperata si era completamente ribaltata allontanando da Venezia lo spettro del giogo genovese anche se la guerra non era però ancora del tutto finita. Matteo Maruffo, infatti, scorrazzava ancora nell’Adriatico e Vittor Pisani era più che mai deciso a non dargli tregua.

 

 

Dopo infruttuosi inseguimenti il Pisani riuscì finalmente ad intercettare una dozzina di navi genovesi al largo delle coste pugliesi con le quali arrivò infine allo scontro. Tuttavia, malgrado le circostanze fossero favorevoli ai veneziani, quella battaglia si rivelò ben presto l’ultima, estrema prova del Pisani che ferito, o più probabilmente colpito da febbri malariche, trovò poco dopo la morte. Era il 13 agosto del 1380 quando si spegneva a Manfredonia uno dei più valorosi comandanti veneziani che un po’ per fortuna, un po’ per destino, ma in parte anche per corag­gio ed abilità, era riuscito a salvare Venezia da un tragico destino di dominazione straniera.