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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

Il gioco delle influenze incrociate sui resti dell’impero bizantino continua: Genova e Venezia tramano una alle spalle dell’altra per assicurarsi posizioni influenti alla corte di Costantinopoli. E la vicenda della famiglia dei Paleologhi si mischia agli interessi di Stato della Serenissima. Ma succede che alla fine trionfino i sentimenti ... 

 

 

GIOVANNI PALEOLOGO RIFIUTA L’AIUTO VENEZIANO

L’IMPERATORE RINUNCIA A FUGGIRE 

 

 

 

Come spesso era accaduto anche in passato, gli interessi delle due repubbliche nemiche si scon­travano primariamente in Oriente. Nel 1373, proprio mentre Venezia siglava la pace con Padova, l’isola di Cipro cadeva in mano dei genovesi. Il loro quartiere nella capitale dell’isola era stato da poco devastato e saccheggiato forse dai veneziani, non si sa, ma il solo sospetto fu sufficiente per riaccendere antichi rancori. il mutamento del delicato equilibrio in una delle più importanti isole del Mediterraneo scatenò inevitabil­mente la reazione veneziana che per il momento si inca­nalò verso vie più indirette.

 

 

E queste vie portavano anco­ra una volta a Costantinopoli da dove l’imperatore Giovanni V Paleologo aveva visto cadere l’importante città di Adrianopoli e con essa gran parte della Tracia in mano dei Turchi Ottomani senza potervi opporre alcuna resistenza. I Turchi, dopo quella conquista, erano quasi giunti praticamente alle porte della stessa capitale. L’imperatore tuttavia, non aveva più denaro per pagare le truppe o per poterne assoldare di nuove e di fresche, coperto com’era dai debiti.

 

 

L’unica possibilità era di chie­dere aiuto all’Occidente, dal momento che l’avanzata turca avrebbe ben presto riguardato direttamente anche l’altra metà dell’Europa se non si fosse provveduto al più presto di fermarla. A parte le promesse del pontefice, l’im­peratore bizantino trovò in Occidente tuttavia solo indif­ferenza se non addirittura ostilità. Dal governo venezia­no, anzi, durante la sua visita nel 1370 ottenne addirittu­ra una solenne umiliazione con il suo confino in una pri­gione per debitori!

 

 

Suo figlio Andronico non mosse comunque neppure un dito per liberare il disgraziato genitore che riacquistò la libertà solo per il pagamento al governo veneziano effettuato con gli ultimi gioielli da parte dell’altro figlio. L’imperatore se ne tornava così a Costantinopoli umiliato e ancora con tutti i suoi debiti ottenendo solo una dilazio­ne di cinque anni dal governo ducale. Trascorso veloce­mente questo tempo e ritrovandosi il povero imperatore ancora insolvente, il governo veneziano decise di passare alla linea dura.

 

 

Cipro era caduta in mano dei genovesi, si doveva assolutamente e necessariamente recuperare una base altrettanto strategica in Oriente per compensare la grave perdita. Venne così mandata un’ambasciata all’im­peratore bizantino scortata da una flotta armata guidata da Marco Giustiniani. La richiesta, con tanto d’intimida­zione era quella di ipotecare alla Repubblica di Venezia l’isola di Tenedo se l’imperatore voleva continuare ad aver buoni rapporti con la Serenissima che gli concedeva in cambio altri cinque anni di tempo per rientrare con i suoi debiti.

 

 

Situata alle porte dell’Ellesponto, l’isola era un luogo strategico per il controllo degli stretti e oltre que­sti, del Mar di Marmara. Se anche quest’isola fosse cadu­ta dopo Cipro, in mano dei genovesi che da Galata già controllavano anche l’ingresso del Bosforo, il traffico com­merciale veneziano sarebbe risultato mortalmente strito­lato. Giovanni Paleologo, del resto, non era certo nelle condizioni di rifiutare la richiesta dei veneziani ai quali l’isola venne ceduta.

 

 

Le cose sembravano essersi appena riequilibrate quando nel 1375 il figlio di Giovanni Paleologo, Andronico, si accordò col figlio del sultano turco Murad per assassinare i rispettivi genitori ed inse­diarsi sul trono. La congiura venne però fatalmente sco­perta e mentre il giovane ottomano venne presto giusti­ziato, Andronico beneficiò della pietà del padre che lo fece solo incarcerare. Fu l’errore più drammatico della sua vita. Le cose, infatti per il vecchio imperatore non anda­vano già di per sé molto bene, dato il generale e dilagante malcontento della popolazione dopo che Giovanni aveva accettato di riconoscere l’autorità del Papa in cambio del suo aiuto contro i Turchi.

 

 

E così, in un estremo momento di debolezza al quale si aggiungeva l’aiuto concreto dei genovesi, Andronico veniva liberato e piazzato sul trono al posto del debole padre che venne catturato e tenuto prigioniero nella torre di Amena. il primo atto del nuovo imperatore fu naturalmente, la concessione dell’isola di Tenedo agli amici genovesi che lo avevano astutamente aiutato nella sua ascesa al trono. il governatore locale dell’isola, tuttavia, non era disposto ad accettare un simile ribaltamento restando fedele al depo­sto imperatore Giovanni e ai patti da lui conclusi coi veneziani.

 

 

Per tutta risposta Andronico fece arrestare i capi della comunità mercantile veneziana dell’isola e lo stesso governatore. Fu allora probabilmente, che Venezia pensò alla possibilità di ripristinare sul trono il fidato Giovanni Paleologo tanto più, pare, che lo stesso impera­tore era riuscito a far pervenire a Carlo Zeno una richie­sta d’aiuto. Carlo Zeno era il genero dell’ammiraglio Marco Giustiniani ed aveva già conosciuto probabilmente l’imperatore data la sua carica di comandante della flotta veneziana. Alla richiesta d’aiuto naturalmente, il vene­ziano non poté che acconsentire. C’era il problema, non da poco, di farlo uscire dall’alta torre dove era tenuto pri­gioniero. E così, nottetempo, lo Zeno si recò con una picco­la barca fino alla base della torre, sotto la feritoia della cella dell’infelice imperatore.

 

 

Una volta attraccato, Giovanni, preventivamente avvisa­to, fece calare una fune che permise allo Zeno di raggiun­gerlo. Tuttavia mentre il veneziano stava spiegando gli ultimi dettagli per la fuga, !’imperatore si rammentò improvvisamente degli altri figli che con lui, ma in altre celle, erano stati fatti prigionieri. All’idea di fuggire da solo abbandonandoli alla loro sorte, il sovrano greco retro­cesse dall’impresa mentre inutilmente Carlo Zeno tenta­va di convincerlo ugualmente a seguirlo.

 

 

Di fronte alla determinazione del vecchio imperatore, Carlo Zeno si vide costretto a fuggire e a reimbarcarsi di tutta fretta per riuscire ad avvisare i suoi uomini del mutato piano. Il tentativo di liberare l’imperatore Giovanni si era così infranto sul generoso, paterno atto di solidarietà dell’im­peratore Giovanni. Niente sembrava ora poter arginare lo strapotere di Genova in Oriente. Forse solo una guerra. E guerra infatti, fu.