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STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

Sullo sfondo dei contrasti con le altre potenze continentali il vertice della Repubblica viene coinvolto in un tentativo di colpo di stato. Ma i congiurati che intendevano azzerare il direttivo dello Stato non avevano fatto i conti con l'onnipresente rete di spie che permetteva a tutti di sapere tutto. Così il tentativo fallisce anche grazie all'ostilità di non pochi veneziani, stanchi di congiure. (anno 1310 d.C.)

 

 

DIRETTA CONTRO IL DOGE FALLI' MISERAMENTE

LA CONGIURA DI BAJAMONTE TIEPOLO

 

 

 

Il nuovo secolo, il XIV, si apriva a Venezia con aspri e violenti tumulti a seguito della catastrofica sconfit­ta dei Veneziani a Curzola da parte dei Genovesi nel 1298, rovescio militare che fomentò il malcon­tento popolare presto represso dalla milizia ducale. Altre ragioni, altre segrete aspirazioni sembravano tuttavia agitare almeno una parte della società veneziana in quei cupi, primi anni del secolo e nelle speranze personali di qualcuno questo significava “Signoria” della città. Ma veniamo agli antefatti.

 

 

Nel 1308 moriva a Ferrara il mar­chese Azza d’Este aprendo una grave crisi dinastica e di successione. Scavalcando i due fratelli infatti, il marche­se aveva dichiarato quale suo legittimo erede il nipote Folco, figlio di un figlio naturale dello stesso Azzo. All’immediata violenta reazione dei due fratelli esclusi, il padre di Folco chiese aiuto ai Veneziani che occuparono prontamente con un contingente militare la città.

 

 

Ferrara rappresentava infatti per Venezia una base strategica sul fiume Po e già nel IX secolo la città era stata oggetto, non a caso, delle mire espansionistiche del ducato veneziano. In cambio del celere aiuto il padre di Falco riconosceva e cedeva ai veneti i diritti sulla stessa città dopo essersi accorto tuttavia, di quello che la sua decisione aveva scatenato e di come le cose si stavano di conseguenza met­tendo. E le cose infatti, non volgevano certo per il meglio. il Papa Clemente V, benché ad Avignone, avuta notizia della mossa militare di Venezia e della rivendicazione dei neo-diritti sulla città ferrarese, rispolverò gli antichi dirit­ti che la Chiesa aveva su Ferrara da tempi immemorabi­li.

 

 

Falliti i tentativi diplomatici a causa specialmente del netto rifiuto del doge Pietro Gradenigo di rinunciare ad ogni rivendicazione, la spinosa faccenda fini al Consiglio Maggiore. Qui, ben presto, si scontrarono due opposte posizioni: quella dei filo-ducali, pronti a resistere a qua­lunque costo, contrapposta invece a quella più moderata e saggia di un’altra parte del Consiglio capeggiata da Jacopo Querini, esponente di un largo fronte popolare di tendenza guelfa e filo-papale, dove rientrava anche Bajamonte Tiepolo.

 

 

Prevalse infine la linea intransigente del doge Gradenigo e della sua parte (Dandolo) proceden­do alla nomina di un Podestà veneziano di Ferrara. A questo ulteriore atto di forza, il Papa rispose il 27 marzo con una solenne scomunica dell’intera città. Come se non bastasse, dopo la scomunica, arrivarono anche le armi.

 

 

Le truppe pontificie presero d’assedio infatti, il contingente veneziano arroccato in Castel Tedaldo che più che dai sol­dati papali, venne alla fine falcidiato da una tremenda epidemia di peste che costrinse i soldati ad una umiliante resa. Giunta a Venezia la notizia, il doge Gradenigo divenne l’uomo più odiato dai Veneziani.

 

 

Era il clima giusto per organizzare una congiura che avrebbe visto sicu­ramente, almeno nelle previsioni dei cospiratori, una generale sollevazione popolare contro il doge. Il capo della congiura, Marco Querini, venne persuaso ad appoggiarsi a colui che resta ancora oggi uno dei personaggi più misteriosi ed al tempo stesso affascinanti della storia veneziana: Bajamonte Tiepolo. Pronipote di Boemondo di Brienne, capo di un piccolo stato-crociato bosniaco e nipo­te del doge Lorenzo Tiepolo, Bajamonte, per quanto è dato sapere, ebbe una vita ed una personalità tutt’altro che tranquille e concilianti, ma certamente originali e carismatiche se la gente comune lo chiamava “il gran cavaliere”.

 

 

L’insurrezione doveva scoppiare il 15 giugno del 1310. I congiurati si erano divisi in tre gruppi che dalle case dei Querini dovevano poi portarsi attraverso percorsi diversi, in Piazza S.Marco. La mattina stabilita pioveva a dirotto e sulla città infuriava un violento tem­porale. A complicare ulteriormente e definitivamente le cose tuttavia, non fu tanto la violenza degli elementi, quanto il fatto che della congiura il doge era stato per tempo messo al corrente.

 

 

E così Pietro Gradenigo aveva avuto tutto il tempo per chiedere i rinforzi ai Podestà di Chioggia, Murano e Torcello, mentre faceva nel contempo ammassare tutte le sue truppe in Palazzo Ducale. Quando il primo gruppo di rivoltosi guidato dal Querini sbucò in Piazza fini dunque dritto dritto in bocca alle mili­zie ducali che lo uccisero insieme al figlio.

 

 

Intanto Bajamonte galoppava con il suo gruppo, il secondo, lungo le Mercerie quando presso la chiesa di S.Zulian, improv­visamente, decise di fermarsi. Aveva forse avuta notizia di quanto era accaduto al Querini? Forse, ma quel ritardo gli impedì eventualmente di soccorrerlo. Le milizie ducali piombarono così anche su Bajamonte e sui suoi uomini proprio all’imbocco della Piazza dove oggi si trova la famosa torre dell’orologio.

 

 

E fu proprio nell’infuriare dello scontro che accadde allora un fatto tragico ma anche curioso che pose fine all’estremo tentativo di Bajamonte. Una vecchia donna, certa Giustina o Lucia Rossi, affac­ciatasi al balcone della sua casa udendo il gran fracasso che saliva dalla strada, fece precipitare dal balcone – volontariamente? casualmente? non è dato saperlo –, un pesante mortaio di pietra. il pesante attrezzo cadde sull’alfiere-portabandiera dei congiurati che di fronte alla sciagura – era forse stato un segno del cielo? – ed ormai in evidente difficoltà, si diedero alla fuga attraverso il Ponte di Rialto che in parte distrus­sero per coprirsi le spalle.

 

 

Con loro, anche Bajamonte che venne catturato e succes­sivamente condannato ad un esilio di quattro anni. il suo sogno di instaurare anche a Venezia una Signoria sul modello di numerose altre città del nord Italia, era mise­ramente fallito, vuoi per il tradimento del piano, ma anche, e specialmente, per il mancato seguito ed appoggio popolari su cui i congiurati contavano per la riuscita. E così le case dei Querini e quelle di Bajamonte vennero fatte radere al suolo e sull’area occupata da quella dello stesso Bajamonte, venne innalzata una colonna in segno d’infamia oggi al Museo Correr, con una scritta ammoni­toria: “Di Bajamonte fo (fu) questo tereno-E mo (ora) per lo so (suo) iniquo tradimento-S’è posto in chomun per l’al­trui spavento-E per mostrar a tutti (di avere) sempre seno (senno, giudizio)”.