GFRORER: LA STORIA DI VENEZIA DALLA SUA FONDAZIONE ALL'ANNO 1084

 

 

XXXIX. – Il doge Faledro. – Venezia salva l’Impero d’Oriente. – Gratitudine dell’Imperatore. – Il crisobolo del 1082.

 

 

 

Dev’essere stata tremenda l’impressione prodotta dalla notizia di quanto era accaduto presso Corfù. […] Dandolo scrive che “l’ira dei Veneti divampò contro il Doge per l’eccidio della flotta spedita contro Roberto, per modo che Silvio fu deposto, dopo essere stato dodici anni sul trono ducale”.

 

 

Lo storico veneziano offre del resto notizie tutte confuse ed incomplete sui fatti della guerra di mare, durata tre anni prima di questa rivoluzione.

 

 

Ma la catastrofe della lotta navale vi è pienamente confermata; e le postille del codice ambrosiano notano fra le altre cose che il doge Silvio fece rialzare una chiesa in Rialto, essendo monaco; il che vuol dire: dopo che l’avevano rinchiuso in un monastero.

 

 

Facciamo un po’ di conti. Secondo i dati del Dandolo, Silvio ebbe il Dogato nell’anno 1071. Siccome però l’anno veneziano comincia col 25 Marzo, può darsi benissimo che l’elezione di Silvio sia avvenuta nei primi giorni dello stesso mese 1072 della nostra era.

 

 

Tenne il Dogato dodici anni, dice Dandolo, senza aggiungervi i mesi, come fa quasi sempre in tale proposito. Nulla però si oppone ad ammettere che Silvio sia rimasto sul trono fino al Novembre od al Dicembre 1084, e che la sua caduta sia seguita immediatamente dopo arrivata la triste notizia dell’infelice esito di quella battaglia navale. Con queste presupposizioni, nessuno può togliere valore alle parole di Dandolo.

 

 

Fu già detto che Anna Comnena parla di errori, che per baldanza o per negligenza sarebbero stati commessi dai Veneti, ossia dai loro comandanti, dopo i primi scontri vittoriosi, cui seguì l’infelice battaglia decisiva.

 

 

Io credo che noi siamo autorizzati a trarne per conseguenza, che l’opinione pubblica attribuiva in Venezia tutta la colpa e la responsabilità del grande infortunio nazionale all’uomo più distinto dello Stato, cioè al Doge.

 

 

D’altronde Silvio non deve essere stato presente alla battaglia, ma era in Venezia, allorchè giunse il tremendo annunzio della sconfitta. Anzi oso esporre questa mia opinione, che Silvio probabilmente fu uno di quelli, che Anna dice essere corsi a Venezia sulle settìe, per annunciarvi le prime vittorie.

 

 

Difatti va notato che, mentre i nomi di Roberto e dei suoi figli si presentano sempre negli scontri presso Corfù, nessuna fonte fa mai menzione di Silvio; ma tutte parlano soltanto in generale di una rotta toccata ai Veneti. Che se Silvio si fosse allora trovato a capo della flotta veneziana, l’una o l’altra delle parti lo avrebbe certamente nominato.

 

 

Già scoprimmo parecchi indizi dell’esistenza di un partito, che gli stava contro da molto tempo. Ora poi, vedendo perduti per sempre una flotta e tanti concittadini dello Stato, durante l’assenza, ciò per causa del Doge (come molti opinarono), vennero d’un tratto rinfrescate tutte le antiche accuse, fra le quali certo anche quella dell’ambizioso suo matrimonio con la principessa greca.

 

 

Silvio doveva cadere; ma chi diede il colpo più forte a rovesciarlo dal trono, fu il suo successore. Dandolo dice che “Vitale Faledro, il quale ottenne il Dogato nell’anno 1084, era riuscito a farne espellere Silvio per mezzo di promesse e di doni”.

 

 

Il nuovo Doge cominciò il suo governo, stringendo alleanza con l’imperatore Alessio, come aveva fatto il Doge precedente, e conducendo un’altra flotta contro Roberto Guiscardo. Il nostro storico continua narrando che “Faledro, pregato dall’Imperatore greco, uscì con la flotta contro Roberto, ma fu battuto dai Normanni presso Sasinum, insieme coi Greci che si erano uniti a lui”.

 

 

Questo scontro deve essere avvenuto necessariamente tra il Dicembre 1084 ed il Luglio dell’anno successivo; perché in quest’ultimo tempo veniva a morte Roberto nell’isola di Cefalonia, né d’altra parte si può facilmente ammettere l’elezione di Faledro prima del mese suddetto (Dicembre 1084).

 

 

Riguardo al luogo, dove toccò al nuovo Doge la sconfitta, Dandolo accenna senza dubbio Saseno, la piccola isola, piena di scogli, che sorge poco lungi da Aulona, ed era già famosa nei tempi antichi, come nido di pirati.

 

 

Qui viene inoltre opportuna in certo modo la testimonianza di Guglielmo di Puglia, secondo il quale Roberto Guiscardo, dopo la vittoria di Corfù, prese quartiere con le sue navi e con il suo esercito fra Aulona e la terra di Oric, poco lontano dunque dall’isola di Saseno, che Dandolo ricorda. Era una necessità che, in una nuova guerra con i Veneziani, la lotta dovesse impegnarsi in quei dintorni e non altrove.

 

 

Guglielmo si ferma a parlare in particolar modo di sventure sofferte dall’esercito normanno nel suo campo per morbi contagiosi e mortali; ma non dice una sola parola di battaglia con i Veneti. Però la lacuna, lasciata dal suo silenzio, è riempita dal cronista Lupo, che fa intendere come Roberto, dopo lo scontro di Corfù, combattè di nuovo felicemente contro i Veneti durante l’anno 1085.

 

 

Ad ogni modo sia Guglielmo che Dandolo notano una sconfitta dei Veneti, e nulla sanno dire dei vantaggi da questi ottenuti sui Normanni. Invece una terza fonte, quella bizantina di Anna Comnena, dice chiaramente, non solo che i Veneti, dopo le perdite subìte nella battaglia navale di Corfù, rinnovarono ancora la guerra contro Roberto, ma che ne ebbero l’ultima vittoria, salvando così dalla rovina l’Impero d’Oriente.

 

 

La figlia dell’imperatore Alessio scrive che

“dopo la battaglia presso Corfù, Roberto mandò ai Veneti un’ambasciata con questa offerta: che chiunque volesse riscattare un congiunto caduto prigioniero nelle mani dei suoi, poteva liberamente recarsi in Puglia senza alcun pericolo, e trattarvi. Ma i Veneti risposero: sappi, o duca Roberto, che se pure ti piacesse uccidere, sotto gli occhi nostri, le nostre donne e i nostri figli, non ci staccheremo mai dall’alleanza dell’Imperatore greco, ma che continueremo anzi con tutti gli sforzi possibili a difendere l’Impero orientale romano. Infatti essi allestirono con grande sollecitudine una nuova flotta, corsero a Butrinto, assalirono le navi di Roberto e le sconfissero pienamente”.

 

 

Anna poi narra che il duca Roberto, per nulla intimidito dal nuovo rovescio, mandò il figlio Ruggero all’isola di Cefalonia per la conquista della terra principale, e vi passò infine egli stesso; ma colto da una febbre, moriva quivi stesso nel Luglio 1085, due mesi dopo Gregorio VII papa.

 

 

Non mi oppongo certamente che i Veneti abbiano sofferto uno o più rovesci, prima o dopo la vittoria ricordata dalla Comnena, giacchè sia Dandolo che Lupo ne fanno cenno; ma è cosa più certa ancora, anzi indiscutibile, che in ultimo tutta la grande impresa dei Normanni in Grecia finì in un bel nulla, come una bolla di sapone, principalmente per opera della meravigliosa resistenza spiegata dai Veneti.

 

 

Anche Guglielmo di Puglia nota l’assedio di Cefalonia. Dalle testimonianze dei due scrittori risulta chiarissimo che, caduta Corfù in potere dei Normanni, Cefalonia era stata ordinata dai Greci a centro delle loro operazioni militari.

 

 

Ma come si può mai difendere un’isola senza navi? Ci doveva dunque essere una flotta a permanente difesa contro i Normanni, e poteva essere soltanto quella del leone di S. Marco, perché i Bizantini, senza i Veneti, nulla avrebbero più potuto in mare contro le forze di Roberto.

 

 

Alla fine va presa in considerazione un’altra circostanza di fatto, decisiva ed innegabile. Anna, la bizantina, dice chiaramente, e Guglielmo di Puglia, attendibilissimo fra i testimoni di questi fatti, conferma tacitamente col suo racconto, che Roberto Guiscardo non fece, si può dire, un solo passo avanti nella seconda spedizione contro l’Epiro.

 

 

Difatti dall’Ottobre 1084, quando vi arrivò, fino al Luglio 1085, egli se ne stette fermo sulla costa fra Aulona e Butrinto, senza mai adoperare le armi contro Alessio, né intraprendere alcuna manovra dalla parte di terra.

 

 

Tutto questo avveniva perché i Veneziani, nonostante le perdite subìte alla battaglia di Corfù, parte si tenevano in mare contro Roberto, parte erano andati a formare in Cefalonia un nuovo centro di operazione, altrettanto difficile e pericoloso per i Normanni.

 

 

Roberto perciò non avrebbe mai potuto rivolgere le sue armi contro Costantinopoli, vera meta di questa seconda spedizione, se prima non si fosse tratto di dosso i Veneti. Le comunicazioni con l’Italia meridionale, donde egli riceveva truppe e provviste fresche, gli sarebbero state altrimenti chiuse dai Veneti, non c’è dubbio; e allora tutta l’impresa andava in fumo.

 

 

D’altronde Roberto si sentiva troppo debole per scacciare i Veneti dal mare Adriatico; ed ecco spiegato perché egli non seppe fare né ottenere nulla dall’Ottobre 1084 al Luglio del 1085.

 

 

Il principe dei Normanni fece allora certamente esperienza sufficiente per comprendere che, volendo distruggere l’Impero greco, gli conveniva per necessità piombare dapprima sulla città di Venezia. Ma prevedeva probabilmente che non gli sarebbe riuscito bene, perché i Veneziani non erano già i Bizantini, bensì un popolo di prodi.

 

 

Oltre di ciò si deve tener conto di certe cose che successero in Cefalonia subito dopo la morte di Roberto. Era appena spirato il Duca, che un timor panico prese l’esercito accampato in Cefalonia; così narra e giudica Guglielmo di Puglia.

 

 

I Normanni si gettarono nelle loro navi, e fuggirono verso le coste d’Italia. Però tanta paura non poteva essere suscitata che da una flotta veneta in vista sul mare. Non meno presto andarono poi perdute le conquiste fatte nella terraferma dell’Epiro, e con queste anche la fortezza di Durazzo.

 

 

Anna Comnena dà intorno a ciò le seguenti notizie:

“Quando mio padre, l’Imperatore greco, seppe l’improvvisa morte di Roberto, respirò, come se fosse stato liberato da un gravissimo peso, e rivolse immediatamente la sua attenzione a Durazzo. Alcuni Veneti, che si trovavano allora in Costantinopoli, da lui indotti, mandarono loro scritti ai connazionali ed agli Amalfitani, residenti in Durazzo; in cui li eccitavano a consegnare la città all’Imperatore”.

“Alessio pure, da parte sua, non mancò di fare promesse; tanto che in città fu ordita una congiura, e riuscì. I congiurati tolsero di mezzo colui che (nel 1082) aveva dato il consiglio di tradire Durazzo ai Normanni, scalarono la fortezza, e la rimisero in potere del Sovrano d’Oriente”.

 

 

Si vede dunque, che prove di fatto incontrastabili attestano in favore delle sincere espressioni della principessa bizantina, e contro quanto dice Dandolo, secondo il quale Vitale Faledro, al pari del predecessore Silvio, avrebbe sempre combattuto infelicemente coi Normanni.

 

 

E perché nasconde lo storico veneziano la verità piena dei fatti, che pur torna a tanto onore per la sua patria?

 

 

Tentiamo arditamente di sciogliere questo enigma. Dovunque si tratti per il passato di aiuti in guerra, che i Veneti prestarono ai Greci, Dandolo vi mette sempre qualche frase che fa intendere il suo disprezzo per tali servigi. Condizionato dallo spirito dell’avo suo Enrico Dandolo, il conquistatore di Costantinopoli, egli considerava stoltezza l’accorrere in soccorso dell’Impero greco, di una potenza rovinata, che non aveva mai saputo reggersi in piedi da sé sola, e che doveva presto o tardi scomparire.

 

 

Per la stessa ragione credo che egli abbia condannata all’oblio l’alleanza conclusa dai dogi Silvio e Faledro con Alessio, e abbia preferito non ricordare i loro fatti d’arme.

 

 

Si capisce chiaramente che nel secolo XIII e nel XIV gli uomini illustri di Venezia, che avevano il compito di giudicare in politica, pensavano tutti a questo modo riguardo a Bisanzio. Pertanto credo di aver dimostrato in quest’opera, che l’opinione di Dandolo non rispecchia affatto la storia dei primi secoli, dal VI all’XI, e che invece la nutrice bizantina, per quanto miserabile fosse in sé stessa, rese però servigi importantissimi alla comunità veneziana, mentre era ancora nell’infanzia.

 

 

Ma, venuta a pubertà nei giorni di Gregorio VII, Venezia gettò lontano da sé la culla; da protetta si trasformò in protettrice; e ben presto, amareggiata dall’ingratitudine, si mutò in nemica mortale dell’Impero greco d’Oriente.

 

 

Formata così una solida base di fatti con l’accurato esame delle fonti, siamo ora in grado di trarne una conclusione di grande importanza.

 

 

Chi salvò dunque dalla rovina il trono vacillante dell’Imperatore greco dal 1082 al 1085, quando fu minacciato da un pericolo ancora più grave dai giorni di Costantino I?

 

 

Nessun altro che Venezia.

 

 

Per quanto si voglia negare i fatti, si dovrà alla fine ammettere che la monarchia bizantina, tuttavia potenza mondiale, tuttavia signora di grandi territori nell’Asia ed in Europa, fu salvata da una sola città, i cui confini in origine si limitavano a poche ed incolte isole.

 

 

Tuttavia Alessio e i suoi consiglieri fecero onore alla verità; naturalmente perché costrettivi dall’evidenza e dalla necessità. Così Anna Comnena ricorda il crisobolo che il padre suo rilasciò in favore dei Veneti, e ne dà il contenuto essenziale in pochi periodi.

 

 

Per buona sorte il documento giunse fino a noi completo, benché trasformato in una traduzione latina, che lascia alquanto a desiderare.

 

 

Il crisobolo porta la data del Maggio 6590 dalla creazione del mondo, secondo i calcoli bizantini; corrispondente all’anno 1082 dell’era cristiana. Nel testo però non si trova nominato nessun Doge di Venezia, né Silvio, né Faledro, suo successore.

 

 

Mi sembra quindi attendibile la supposizione che il documento sia stato emanato soltanto nel momento in cui Venezia era senza Doge, cioè tra la deposizione di Silvio e l’elezione di Faledro; ma gli sia stata apposta una data anteriore di due anni, ossia contemporanea agli inizi della guerra normanna.

 

 

Nel 1084 si trattava di indurre i Veneti ad una seconda spedizione, ed allora più che mai Alessio non doveva risparmiare sacrifici, finchè era a tempo; altrimenti tutto era perduto. Si aggiunga inoltre che Anna Comnena parla del crisobolo, soltanto dopo aver accennato alla spedizione della seconda flotta, cioè fine dell’anno 1084. Ella comincia dal riconoscere che i Veneti avevano prestato immensi servigi all’Impero greco. A compensarli l’Imperatore elargisce loro le seguenti grazie eccezionali:

 

1. saranno assegnate ogni anno 20 libbre d’oro ai Veneti sopra rendite in Costantinopoli, perché essi le distribuiscano con discrezione propria fra le chiese della loro patria.

2. il Doge ottiene per sé e per i suoi successori la dignità di Protosebasto, con un onorario corrispondente al titolo. Si noti che questa dignità gli assegnava il primo posto di corte, dopo l’Imperatore.

3. Il Patriarca di Grado è insignito del titolo di Hypertimus (reverendissimus) con una rendita di 20 libbre d’oro, che erediteranno pure i suoi successori.

4. La chiesa di S.Marco in Rialto acquista il diritto di riscuotere annualmente un fitto di tre bizanti da tutti i depositi di merci, che possiedono in Costantinopoli, e dovunque in Romania, gli Amalfitani soggetti alla giurisdizione del Patrizio della capitale. La stessa chiesa riceve in dono tutte le botteghe piantate in certe piazze di Costantinopoli (espressamente nominate, benché il sito loro non si possa ben determinare).

 

 

 

Seguono inoltre alcune altre concessioni o fondazioni ecclesiastiche della Venezia marittima, in cui si parla di luoghi, parte situati in Costantinopoli, parte in Durazzo.

 

 

Queste sono le grazie che l’imperatore Alessio volle fare ad alcune classi o persone distinte delle isole venete, cioè al Doge, al Patriarca, od al clero di certe chiese. Ogniqualvolta gli Imperatori greci avevano accordato dei favori ai Veneti, ne avevano avuto a godere il Doge e l’intera Comunità, ma più direttamente la nobiltà, cioè la classe dei commercianti.

 

 

Questa volta invece, dopo il Doge, troviamo il Patriarca ed il clero, su cui piovono tutti i benefici. Ecco i frutti dei cambiamenti introdotti nella costituzione veneziana, o, se così si vuole, gli effetti dell’influenza esercitata dallo spirito sovrano di Gregorio VII, sull’ordinamento politico di Venezia.

 

 

L’Imperatore greco sente che il suo trono non può continuare a sussistere, se non sorretto dai Veneti; ma si convince pure nello stesso tempo, che per ottenere tale aiuto non basta più aver il Doge come alleato, e comprende la necessità di guadagnarsi anche l’animo del Patriarca di Grado. Difatti questo Patriarca è secondo fra i potentissimi delle lagune venete, e da un suo cenno dipende l’avvenire dell’Impero orientale.

 

 

Un altro punto ancora vuole essere preso in considerazione; ed è tale, a dire il vero, da diffondere sui Veneti una luce non molto bella.

 

 

Le rendite cedute col crisobolo al Patriarca ed alle chiese dello Stato veneziano, dovevno uscire in gran parte dalle tasche degli Amalfitani; piccolo popolo italiano che tanto spesso si presenta insieme con i Veneti, e con essi gode di grandi privilegi nei documenti bizantini.

 

 

Le parole testuali dell’atto suddetto provano però in tale riguardo, che i Veneti procurarono di soppiantare gli incomodi compagni, cioè rivali loro. Fu l’effetto di una gelosia commerciale, di una passione che non tace finchè l’ultimo dei concorrenti non si sia ritirato.

 

 

Vengono poi di seguito i privilegi, concessi da Alessio alla classe commerciale di Venezia. Che sono veramente inauditi; io almeno non ne intesi mai di simili in tutta la storia. Il testo del crisabolo continua a questo modo:

“i Veneti possono liberamente esercitare i loro commerci di compera e di vendita, con ogni sorta di merci, in qualunque punto del nostro Impero, senza pagare il minimo dazio, né altre imposte di qualsiasi nome”.

 

 

 

Non contenti di questa disposizione generale, nel documento è annoverata una fila di grandi città commerciali dell’Oriente, dove era confermato libero scambio e porto franco ai Veneti. I nomi delle città sono questi: Laodicea, Antiochia, Mamistra, Adana, Tarso, Attalia. Poi in seconda linea: Strovilus, Chio, Theologon, Phoka. In terzo luogo: Durazzo, Aulona, Coripho (ossia Corfù), Bondiza (la Woniza di oggidì), Methone, Corone, Nauplia, Corinto, Tebe, Atene, Euripo, Demetriade, Tessalonica, Crisopoli, Periteorion, Abido, Rodosto, Adrianopoli, Apron, Eraclea, Selembria, e finalmente Costantinopoli, che i Bizantini onoravano col nome di Megalopoli, quasi città mondiale. […]

 

 

Anna Comnena esprime con efficace brevità il valore di queste decisioni del padre suo:

“I Veneti siano liberi d’ogni supremazia greca”. I negozianti delle lagune conoscevano a fondo la turba degli ufficiali bizantini. Se i Veneti si fossero limitati ad ottenere l’esenzione dei dazi, da Scilla sarebbero piombati in Cariddi; voglio dire che sarebbero stati tormentati in mille modi, con scritture, regolamenti, petizioni, processi, dai servi fedeli dell’Imperatore.

 

 

Perciò andarono più oltre e richiesero senza riguardi, non soltanto piena esenzione di dazi ed imposte, ma anche franchigia completa da ogni giurisdizione greca.

 

 

Il crisobolo dell’anno 992 aveva confidato il supremo potere giudiziario sui Veneziani al solo ministro della casa imperiale bizantina, ora però cessava anche questa autorità con tutte le sue competenze sui commercianti delle lagune venete, e non restava più al logoteta che l’incarico di punire con forti multe quei Greci che ledessero i diritti nuovamente accordati ai Veneti.

 

 

Come ben si vede, fin dal 1084 sorse su suolo greco un foro giudiziario veneto indipendente dall’Imperatore; e con esso in quell’anno deve essere stata istituita per la prima volta l’autorità del grande Bailo in Costantinopoli. […]

 

 

L’ultima parte del testo è tutta minaccie penali contro i Greci che osassero mai trasgredire le decisioni del crisobolo emanato nel 1084.

 

 

L’imperatore Alessio prevedeva dunque una forte e decisa resistenza; ed è naturale. Quel nuovo privilegio trasse certamente in miseria il commercio nazionale, perché era impossibile che i commercianti greci, sovraccaricati di imposte, continuassero a gareggiare con i Veneti, ora del tutto affrancati da ogni peso.

 

 

Alessio nel testo del suo crisobolo adopera questa frase:

“”i Veneti, fedelissimi servi del mio impero”; senza dubbio avrebbe fatto meglio ad usare questa parola, “servi”, per altri, non certo per i nostri isolani. Già sul cadere del secolo XI i Bizantini erano ridotti al punto da non stare più in piedi da soli; e fu solo l’invidia commerciale tra Veneziani, Genovesi e Pisani che prolungò la vita al miserabile Stato del Bosforo.

 

 

Quando poi la malattia interna giunse al massimo grado, piombarono sul moribondo i Turchi dell’Asia minore, e fecero la parte dei corvi sul campo di battaglia.