GFRORER: LA STORIA DI VENEZIA DALLA SUA FONDAZIONE ALL'ANNO 1084

 

 

XXXVII. – Domenico Silvio fatto Doge. – Assalto dei Normanni in Dalmazia. – Battaglia presso Durazzo.

 

 

 

Il doge Contarini, come sembra a me, dev’essere morto soltanto dopo la metà dell’anno 1071. Subito fu eletto a succedergli Domenico Silvio. In tale occasione vuol esserci entrata la demagogia.

 

 

Dandolo dice:

“Contarini non era ancora sotterrato, che il popolo tutto convenne nella Chiesa di S.Nicolò, ed elesse ad unanimità Silvio per Doge. Condussero poscia l’eletto alla cappella di S.Marco, di cui la fabbrica si vedeva allora incompiuta, e, consegnandogli lo stendardo, lo investirono della dignità suprema”.

 

 

 

Il leone di S.Marco ci si presenta a questo punto per la seconda volta. Il nuovo Doge era tanto ambizioso, che non lo spaventavano nemmeno le tracce sanguinose dei Partecipazi, dei Candiani e degli Orseoli.

 

 

Non è solo Dandolo, ma anche da fonti bizantine si ha notizia, che il doge Silvio prese in moglie Teodora principessa greca, figlia dell’imperatore Costantino Ducas.

 

 

 

Lo storico veneziano soggiunge che il matrimonio fu concluso per iniziativa di Michele, nuovo e giovane Imperatore, succeduto al padre Costantino nel 1067, e che Michele onorò il Doge cognato col magnifico titolo di Protoproedro.

 

 

Ed eccoci un’altra volta coinvolti nelle segrete mire per rendere ereditario il Dogato; ma ad onta delle splendide gesta militari di Silvio, le sue mire caddero anzi con maggior danno e in modi ancor più funesti, che non ogni altra simile impresa dei suoi antecessori.

 

 

 

Noi troviamo indizi di disegni superbi, fatti dal nuovo Doge, non soltanto in Oriente, ma anche in Italia e nell’Occidente. In testimonianza presento alcune lettere di Gregorio VII, che era salito al trono pontificio nel secondo anno del governo di Silvio.

 

 

Nella bolla del 9 giugno 1077, di cui furono già citate le prime parole, si trova inoltre scritto:

“non poco ci ha addolorati la notizia, che voi vi siate escluso volontariamente dalla comunione dei fedeli, entrando in rapporti con tali, su cui pesa la maledizione della Chiesa; e però noi mandammo a voi un legato, perché vi riconciliasse alla Chiesa, se pur voi foste deciso di fare in qualche modo buona ammenda”.

 

 

 

Queste espressioni non permettono quasi altra interpretazione che questa: che il doge Silvio abbia preso partito in favore dello scomunicato re, Enrico IV di Germania, dopo che erano accadute le scene di Canossa.

 

 

Malgrado le ammonizioni del Papa, quell’alleanza durò ancora parecchi anni, e fu soltanto verso il 1081 che il doge Silvio passò al partito migliore, tuttavia non ottenendo mai intera la fiducia del pontefice.

 

 

 

Con la data dell’8 Aprile 1081, Gregorio VII scriveva al Doge e al popolo dei Veneti queste parole:

 

 

“Come ci fu di gran dolore che voi non abbiate finora mai dimostrato per noi quell’affetto che credevamo nostro diritto e vostra gratitudine, altrettanto ci rallegriamo nell’apprendere che voi abbiate finalmente incominciato a dimostrare diversi sentimenti”.

 

 

Continua poi, facendo raccomandazioni di non entrare più in rapporti con scomunicati e soggiunge ancora che il Papa aveva fino allora deplorato di non poter mai arrendersi ai desideri espressi del Doge, ma che in avvenire avrebbe in ciò fatto quanto gli fosse possibile.

 

 

Il Doge si ingannò, come pare, appoggiando la sua politica sui vantaggi che sperava di potersi procacciare alla Corte salica; difatti egli si ritirò dall’alleanza di Enrico, e si avvicinò al Pontefice. Ma con lui pure sollevò Silvio pretese di compensi anticipati, prima di essergli in alcun modo utile.

 

 

Ben presto l’attenzione del Doge fu esclusivamente occupata dalle vicende politiche che allora succedevano nell’impero greco.

 

 

Roberto Guiscardo, l’ardito principe dei Normanni, dopo avere ridotta in suo potere l’Italia meridionale, metteva già gli occhi addosso alla Dalmazia.

 

Dandolo lasciò scritto che

“(nel 1075) i Normanni infestavano i confini della Dalmazia; perciò il doge Silvio allestì una flotta, mosse contro di loro e li costrinse alla ritirata. I Dalmati poi rilasciarono un documento, col quale si obbligavano a non ammettere alcun Normanno nel loro paese”.

 

 

Lo storico veneziano, mi sembra presupporre che Roberto abbia voluto conquistare la Dalmazia. Io credo invece che egli sia qui in errore. Se Roberto avesse avuto seria intenzione di assoggettare la Dalmazia, le fonti parlerebbero di lunghe e continue guerre sostenute in questo paese. Il nodo della questione potrà essere sciolto soltanto più sotto, ad altro luogo.

 

 

E’ fuor di dubbio però, che il Doge corse immediatamente contro i Normanni, appena ebbero fatto il primo tentativo di mettere piede nella Dalmazia, e che egli riuscì nel suo intento di cacciarli.

 

 

Il documento, cui accenna il Dandolo, esiste ancora, e porta la data dell’8 Febbraio 1075. Il suo tenore è questo:

“noi tutti uniti, io, Stefano Waliza, priore della città di Spalato, ed io Gaudino, tribuno della stessa (e qui seguono parecchi maggiorenti, citati per nome) ed io, Vitale, priore della città di Trau (insieme con molti altri), come pure io, Candido, priore, e Madio Sega, giudice della città di Zara (ed anche parecchi altri), così io, Giusto Venedico, priore di (Zara vecchia) Belgrado (con altri ancora), tutti promettiamo con giuramento a te, signor Domenico Silvio, Doge di Venezia e di Dalmazia, e protoedro imperiale, nostro grazioso Sovrano, che da oggi in poi per sempre non accoglieremo mai più Normanni od altri stranieri nei nostri paesi, né lo farà nessuno dei nostri concittadini”.

“Chi ad onta di ciò fosse convinto di questo delitto, ne pagherà il fio colla vita e colla confisca di tutte le sue sostanze, di cui metà toccherà alla camera ducale, metà al comune cui appartiene il colpevole; tutto ciò conforme alla sentenza del giudice competente ed ai precetti del diritto romano”.

 

 

 

La pergamena fu firmata dai priori e dai giudici suddetti, ed anche dall’arcivescovo Lorenzo di Salona (Spalato), e dai vescovi Formino di Nona e Prestanzio di Zara vecchia.

 

 

 

Questo documento ha di mira evidentemente, di rendere in avvenire difficili od affatto impossibili quei patti od altri rapporti, che i Normanni di Puglia avevano già avviato con uomini ragguardevoli della Dalmazia. Dunque prima della spedizione del Doge non vi furono fatti d’arme, ma invece soltanto maneggi politici. Del resto si vede che le città nominate nel testo di quell’atto, cioè Spalato, Trau, Zara, Belgrado e forse anche Nona, erano governate da autorità proprie, benché riconoscessero la supremazia di Venezia.

 

 

Perciò non può essere durato a lungo l’ordinamento notato nelle postille ambrosiane, in virtù del quale il doge Pietro Orseolo II aveva introdotti in Dalmazia, dopo la conquista, molti nobili veneti, siccome ufficiali di Stato.

 

 

Fa meraviglia il vedere prescritto che i futuri colpevoli del delitto condannato nel documento debbano essere giudicati secondo la legge romana. Nei documenti veneziani si incontrano fin dalla seconda metà del secolo XI maestri e giurisperiti di diritto romano, il quale venne man mano estendendosi anche nelle vicine provincie sull’Adriatico.

 

 

 

I Veneti progredirono in ciò di pari passo insieme coi loro antichi connazionali di terraferma. Man mano che la nazionalità italiana riesce a farsi riconoscere di fronte alla signoria straniera dei Tedeschi e dei Franchi, vien pure trionfando il diritto nazionale, ispirato alla ragione, contro quello imposto dalla barbarie.

 

 

Cinque o sei anni dopo quello, in cui fu scritto quell’atto, Roberto Guiscardo, principe dei Normanni, giunto allora all’apice della sua potenza, maturava il progetto di abbattere l’Impero bizantino. Riunì una potente flotta nei porti di Otranto, di Brindisi e di Taranto, vi raccolse pure un numeroso esercito, e nel Luglio del 1082 passò col figlio suo Boemondo alle coste dell’Epiro.

 

 

Strada facendo si impadronì dell’isola di Corfù e poi approdò vicino all’antico porto di Aulona, poco lontano dal promontorio; la qual terra, detta dagli italiani del medio evo Avalone, cadde in suo potere senza opporre resistenza alcuna.

 

 

Roberto divise allora le sue forze. Consegnò l’esercito al figlio Boemondo, con l’ordine di marciare per terra fino a Durazzo, l’antica Dyrrachium, egli stesso vi si recò contemporaneamente con la flotta. La città doveva essere assediata per terra e per mare da ogni parte.

 

 

 

Essa era l’ancora di salvezza dell’impero bizantino: era perciò considerata il centro di questa guerra.

 

 

 

Se al principe dei Normanni riusciva a conquistare Durazzo, vera testa di ponte dell’Egnatia; ossia dell’antica via militare romana per l’Oriente, poteva dire di possedere una fortezza, dalla quale era libero di procedere sicuramente fin sotto Costantinopoli.

 

 

 

Poco tempo prima dell’arrivo di Roberto, e precisamente nella primavera dello stesso anno 1082, Alessio, della nobile casa dei Comneni, s’era impossessato del trono greco con l’usurpazione, dopochè nell’Oriente greco una turbolenza aveva seguito l’altra per molto tempo.

 

 

Di più il nuovo Imperatore con uno dei primi atti del suo governo aveva affidato il supremo comando di Durazzo a Giorgio Paleologo, suo parente, affinchè difendesse questa fortezza e le coste dell’Illirico dai già vicini Normanni.

 

 

A dire il vero non mancavano di virtù eminenti né il nuovo Sovrano greco, né il generale da lui messo a capo in Durazzo; ma l’Impero era caduto in basso assai, l’erario vuoto, l’esercito e la flotta scarsi e indeboliti. Oltre di ciò, mentre Roberto di Normandia si disponeva a menare dall’occidente un colpo mortale, dall’Oriente verso il Bosforo si avanzavano, come torrenti, le torme dei Turchi. E’ però opportuno che io parli di queste vicende orientali, quando ci arriverò più avanti.

 

 

In tali condizioni l’imperatore Alessio comprese che lo Stato greco, già grande potenza, non era più in grado di difendersi colle proprie forze, ma poteva essere salvato soltanto per mezzo di aiuti stranieri.

 

 

Gettò gli occhi sui Veneti, che infatti furono i veri ed unici mantenitori dell’Impero bizantino in quel grave pericolo. Ma i Veneti non erano soliti di prestare grandi servigi senza compenso.

 

 

 

Qui c’è da dire che la figlia dell’imperatore Alessio scrisse la storia del padre non senza genio ed amore di verità. Le sue notizie ci informano sulle negoziazioni che precedettero la guerra marittima, continuata per tre anni fra Normanni e Veneti; ciò che d’altronde era cosa solita nel medio evo in tali occasioni.

 

Ella dice che

“l’imperatore Alessio richiese d’aiuto i Veneti, assicurando loro immediatamente alcuni vantaggi importantissimi, e promettendone degli altri ancora più grandi, se avessero impiegato tutte le loro forze navali per liberare Durazzo e in generale per intraprendere a loro rischio la guerra contro i Normanni”.

 

 

Poi Anna Comnena continua a dire che “Alessio promise inoltre che se i Veneti avessero fatto tutto questo, fossero o no favoriti dalla fortuna i loro sforzi, egli avrebbe confermati in un crisobolo tutti quei diritti e inoltre concessa qualunque altra cosa, che però si comportasse col bene e coll’esistenza dello Stato orientale”.

 

 

 

Il crisobolo, che difatti Alessio rilascò e che esiste ancora, come avrò a dire, è una prova della veracità di Anna.

 

 

 

Vi si accorda pure un altro testimonio, quello stesso Guglielmo di Puglia, cui dobbiamo le più esatte notizie sulla triste fine dei settecento Svevi presso Civitella. Egli lo ricorda in questa breve ma bella descrizione:

“il Sovrano d’Oriente chiamò a combattere contro i Normanni certi suoi antichi alleati; formano questi un popolo valorosissimo e molto esperto nelle guerre di mare, ora mandato dalla popolosa Venezia vinta dalle preghiere dell’Imperatore; hanno un paese ricco di tesori, ricco d’uomini, situato là dove l’Adriatico si spinge più a settentrione ne’ suoi golfi. Le abitazioni di questa gente son tutte circondate dalle acque del mare, tanto che per andarvi da una casa all’altra c’è sempre bisogno della gondola. Essi abitano in mezzo alle acque, e però non v’ha nazione al mondo che sia più esperta a combattere sull’onde”; e così via.

 

 

 

I Veneti misero in piedi tutte le loro forze, e fu allestita una flotta poderosa, con la quale il doge Silvio si presentò dinanzi a Durazzo, come sembra, sulla fine di Luglio o nell’Agosto del 1082; si venne poi subito ad uno scontro navale, in cui i Veneti rimasero vincitori.

 

 

Boemondo, il figlio di Roberto, allora comandante della flotta normanna, tentò invano di respingere i nemici. Silvio lo battè e spinse gloriosamente il vessillo di S.Marco dentro i porti redenti di Durazzo.

 

 

Tre testimoni insieme annunziano la vittoria dei Veneti: la Comnena greca, Guglielmo di Puglia e Dandolo veneziano. Un quarto, Galfredo Malaterra, che nei suoi scritti carica evidentemente le tinte in favore dei Normanni, deve però anch’egli confessare che il Doge ha raggiunto lo scopo principale, di liberare cioè Durazzo dalla parte di mare.

 

 

 

Dandolo dice semplicemente questo:

“il doge Silvio prese il largo con una forte flotta, venne a battaglia coi Normanni in vista di Durazzo, li mise in fuga, liberò la città dall’assedio e la fornì di viveri”.

 

 

Quest’ultima circostanza mi fa credere che l’intenzione del Doge non fosse già rivolta a trattenersi a lungo con la flotta dinanzi a Durazzo; vuol per me dire invece, che egli se ne ritornò subito dopo vinta la battaglia.

 

 

Anna Comnena e il monaco Guglielmo descrivono con molti e bei particolari gli splendidi fatti del Doge; io però ci passo sopra. Se invece si dovesse credere a Galfredo, i Normanni avrebbero vinto nella battaglia navale di Durazzo, e costretto i Veneti a promettere di arrendersi il giorno dopo; ma non si sa come né perché questi ultimi non osservano la parola data, e il mattino seguente piombano d’improvviso sugli avversari, non pronti a continuar la battaglia, tutto credendo bello e compiuto in loro favore.

 

 

Perciò i Veneti fanno subire ai Normanni perdite considerevoli e poi forzano finalmente l’ingresso nel porto.

 

 

 

Cicalate di questo genere non meritano nemmeno di essere confutate. Pure il Malaterra narra qui cosa che è degna di menzione:

“i Veneti lanciarono”, così dice, “contro una delle nostre navi maggiori, a fior d’acqua, per mezzo di canne nascoste, quel fuoco greco, che non può essere spento nemmeno coll’acqua, e per tal modo la misero tutta in fiamme”.

 

 

 

Ci siamo già scontrati in una prima testimonianza, ora ne abbiamo una seconda, a provare che i Veneti erano stati iniziati dai bizantini nel mistero del fuoco greco. Del resto le parole del Malaterra mi fanno questa impressione: che il fuoco fosse di natura alquanto somigliante alla composizione dei moderni razzi alla Congrève, che fosse scaricato da canne di ferro con qualcosa di simile alla polvere da schioppo, e di solito a fior d’acqua, per modo che il colpo andava a ferire dove il fianco della nave usciva all’aria.

 

 

Dopo che il Doge ebbe purgate le acque di Durazzo, toccava all’imperatore Alessio di soccorrere la città dalla parte di terra, ove il pericolo continuava sempre. Così infatti avvenne.

 

 

Anna Comnena scrive così:

“mio padre, l’Imperatore greco, raccolse premurosamente in Costantinopoli tutte le forze disponibili, nazionali e straniere (fra queste anche mercenari turchi), e cominciò a marciare nel mese di Agosto, indizione romana IV, partendo dalla capitale diretto a Durazzo in Occidente”.

 

 

 

Il quarto anno dell’indizione qui accennata, scorreva dal Settembre 1081 allo stesso mese dell’anno seguente. Per conseguenza l’imperatore Alessio lasciò Costantinopoli nell’agosto del 1082, poco tempo prima della fine dell’anno 1081 secondo il computo delle indizioni in Grecia.

 

 

Roberto (Guiscardo) dunque non può avere intrapresa la sua spedizione contro Durazzo nel Luglio o nel Giugno del 1081, ma soltanto in uno di questi mesi dell’anno successivo. Altrimenti si dovrebbe ammettere che Alessio abbia lasciato al principe dei Normanni per più di un anno tutto il tempo e la comodità possibile a conquistare Durazzo, senza neppure muoversi; ciò che ripugna al buon senso.

 

 

A dire il vero le cronache italiane meridionali riportano l’assalto di Roberto a Durazzo nell’estate del 1081; ma l’asserzione loro non ha valore alcuno, perché vi si confonde evidentemente il calendario italiano, ossia franco, con l’epoca delle indizioni greche, in cui i mesi di Giugno, Luglio e Agosto formano senza dubbio l’ultimo quarto di anno cadente, cioè, a modo nostro, del 1081.

 

 

Più sotto Anna fa sapere che “l’esercito del padre crebbe di numero per viaggio, accorrendo soldati da tutte le parti. Costantino Opus aveva il comando sulle milizie del presidio di Costantinopoli, Antioco sui Macedoni, ed Alessandro Cabasilas sui Tessali. Era primicerio dei Turchi stanziati in Achrida, Tatik, uomo valoroso ed egregio benché di famiglia servo, perché suo padre, uomo saraceno, era stato fatto prigioniero di guerra e quindi schiavo dell’avo mio, Giovanni Comneno”.

“Di più 2800 Manichei obbedivano ai comandi dei capitani Xanthas e Kuleon, anch’essi della stessa setta. Questi Manichei sono un popolo belligero, avido di sangue e di rapina, audace ed imprudente. Quanto alle guardie del corpo propriamente dette, appartenenti al palazzo (che presso di noi chiamano Vestiari) ed alle schiere franche, le prime ebbero per comandante Panucomites, le seconde Costantino, figlio di Umberto”.

 

 

 

Qui ci è dato un quadro dell’organizzazione dell’esercito bizantino. Non è però completo, ma lo si può rendere, giovandosi delle ulteriori osservazioni della figlia di Alessio. Anna, descrivendo più sotto il combattimento dell’Imperatore con Roberto, parla di bande pagane ai servigi di Alessio, le quali ebbero l’ordine di girare le posizioni dell’esercito normanno e di assalire il nemico alle spalle.

 

 

Anche qui ella dà a questa gente il nome di Barbari. Infine annovera pure dei Turchi, ma in modo tale che è quasi impossibile dubitare che ella non intenda di accennare quegli stessi che prima aveva nominati Pagane e poi Barbari.

 

 

 

E’ mia opinione che fossero Turchi dell’Asia minore, al soldo di Alessio. Nell’esercito dell’Imperatore greco si trovava pure un Bodino, principe dei Croati, con una banda dei suoi connazionali, che erano obbligati di servire in guerra il Sovrano d’Oriente, osservando i loro trattati, e che però lo riconoscevano per signore. Con tutto ciò, venuta l’occasione, tradirono l’Imperatore nel bel mezzo della battaglia.

 

 

Oltre i Vestiari e le schiere franche, Anna ricorda un’altra guardia imperiale, composta tutta di Waregi anglo-sassoni, nella quale Alessio riponeva maggior fiducia che nelle restanti. Questi soldati servivano a cavallo, l’arma loro principale era un’ascia a due tagli, ossia con due scuri sporgenti dal manico, a destra e a sinistra. Il capitano loro portava, secondo Anna, il nome di Nampita, che sembra essere un’abbreviazione greca del vero anglo-sassone. Tornerò a parlare in seguito di questi Waregi.

 

 

Il comandante dei Vestiari o Vestiariti (vale a dire servitori di camera o guardaroba) è invece un Panucomites, come scrive la Comnena; il nome consta, a mio parere, di due parole, una slava, l’altra greca ossia greco-latina, ed è la composizione d’un titolo ufficiale.

 

 

Questo capitano doveva essere allo stesso tempo Pan ovvero Ban nel suo paese (il che equivale in lingua slava a condottiero) e conte palatino, ossia comes, dell’Imperatore greco.

 

 

 

Io intendo la cosa a questo modo: egli e i suoi appartenevano alla nazione slava meridionale dei Croati, ma l’Imperatore gli aveva conferito la dignità di comes, secondo gli usi della corte bizantina. Siccome slave erano le guardie dei Califfi di Cordova, slave quelle che circondavano la persona del Doge di Venezia, si può ben ammettere che le abbia avute slave anche il Sovrano d’Oriente.

 

 

 

Alcuni altri punti vogliono essere posti in chiaro.

Oltre i Vestiari, come dissi, di sangue slavo, ed i Waregi di nazione anglo-sassone, noi troviamo annoverate le guardia imperiali franche, sotto il comando di Costantino, figlio di Umberto. Queste guardia saranno state Normanni tedeschi o scandinavi, poiché certe schiere di tutte e due le nazioni servivano allora l’Imperatore. Anna ci presenta inoltre, come parte dell’esercito, una truppa di 2800 Manichei, di cui vuol far note l’avidità della rapina e la sete di sangue.

 

 

 

Noi sappiamo peraltro, che i Manichei non spargevano mai sangue per principio, e che era invece il contrario presso i Pauliciani, setta dell’Asia minore. Questa gente, che seppe resistere per secoli in ostinate guerre contro l’Impero orientale, ottenne alla fine la libertà religiosa dall’imperatore Giovanni Zimisce (969.976), che però fece passare i Pauliciani dalla loro patria in Europa, a custodire i confini dello Stato di fronte agli Slavi ed ai Bulgari in Tracia. Questi sono i 2800 combattenti, che intendeva dire Anna; la quale infatti in altro luogo adopera come sinonimi le due parole: Pauliciani e Manichei.

 

 

Si vede dunque che una buona metà dell’esercito, condotto da Alessio contro Roberto Guiscardo, erano stranieri: Turchi, Pauliciani, oriundi dell’Asia, e Slavi e Germani di tutte le razze. Le vere milizie nazionali si presentano con tre diversi nomi: Excubitarii, Macedoni e Tessali.

 

 

Questa circostanza di fatto è messa in luce dalla divisione politica dell’Impero orientale. Lo Stato era diviso in Themata; questa partizione deve la sua origine ad un criterio essenzialmente militare, e significava, come ce lo dice chiaramente Costantino Porfirogenito, o in generale i distretti militari, ovvero anche le sedi dei medesimi.

 

 

 

La metà occidentale dell’Impero, cioè l’europea, contava nel X secolo i Themata seguenti:

1. Tracia, con la capitale Costantinopoli; 2. Macedonia, nuovo concetto geografico; 3. Strimone, cioè il paese compreso nel bacino di questo fiume; 4. Tessalonica, ossia l’antica Macedonia insieme con la Tessaglia; 5. Ellade; 6. Peloponneso; 7. L’isola di Cefalonia; 8. Nicopoli, cioè l’Epiro; 9. Durazzo.

 

 

Vi si aggiungono le possessioni d’Italia, con la Sicilia e la Crimea, che non appartengono ai Themata. Nella descrizione fatta dalla Comnena e da noi riferita, la Tracia è rappresentata dagli Excubitores, ossia dalle milizie di presidio in Costantinopoli; la Macedonia ha pure il suo posto distinto.

 

 

 

Devo però concludere che gli antichi Themata dell’Ellade, del Peloponneso e di Cefalonia, e forse anche quello dell’Epiro, furono probabilmente unificati nel secolo XI, trovando nominati soltanto i Tessali.

 

 

Quanto a Durazzo, non potevano esserne annoverate le milizie, perché erano già alla difesa di questo Thema nel capoluogo assediato da Roberto.

 

 

 

Anna continua così la sua narrazione:

“il 15 di Ottobre l’imperatore Alessio giunse col suo esercito alla chiesa di S.Nicolò, che dista quattro stadi soltanto da Durazzo. Fu immediatamente ristabilita la comunicazione militare con la città.
Alessio fece uscire al campo il valoroso comandante, Giorgio Paleologo, e vi tenne consiglio di guerra. I capitani più esperti dell’esercito, nominatamente il Paleologo e molti altri, fra i quali Bodino, condottiero dei Croati, si opposero all’intenzione di assaltare il campo di Roberto, e consigliarono invece che l’Imperatore dovesse molestare incessantemente il nemico senza mai venire ad una vera battaglia, tagliargli gli accessi per terra, fare possibilmente lo stesso per mare; così i Normanni, costretti dalla necessità, avrebbero dovuto in breve partirsene, senza bisogno d’altro”.

“Ma la gioventù nobile, che Alessio aveva condotta seco da Costantinopoli fin dianzi a Durazzo, i figli cioè degli antecedenti Sovrani, nati o no nella porpora, non furono di questo parere; ed oltre a questi figli della fortuna, anche Nampita, capitano dei Waregi anglo-sassoni, domandò battaglia”.

“Credevano evidentemente, per le loro molte migliaia di armati, di poter finire con tutta facilità le schiere dei Normanni, inferiori di numero. Purtroppo Alessio prestò orecchio ai consigli degli stolti”.

 

 

 

Questo era quanto desiderava Roberto Guiscardo. Il 18 Ottobre, indizione romana V, si venne alle mani poco lontano dalla riva del mare. […]

 

 

Alessio si collocò nel mezzo della linea bizantina, circondato dai Waregi anglo-sassoni, nel cui braccio fortissimo riponeva la sua migliore speranza. Quand’ecco una schiera formata dal fiore della fanteria di Roberto, benché già stanca dalla lotta con la cavalleria leggera, scagliarsi precisamente addosso agli anglo-sassoni. Presi dal furore della mischia, i Normanni piombano sul nemico capitale, ne rompono le file, uccidono quanti possono cadere sotto il loro brando, e ricacciano gli altri verso la chiesa di S.Nicolò.

 

 

Tutti i luoghi dell’edificio erano pieni gremiti di gente; fin sul tetto si accalcavano i fuggitivi. Allora i Normanni lanciano nella chiesa tizzoni accesi; si alzano le fiamme, e i rinchiusi vi periscono miseramente bruciati.

 

 

 

Così fu sbaragliato e disperso tutto l’esercito greco. Alessio pure ferito fuggì in Achrida, terra che giace sulla grande strada militare da Durazzo per la Macedonia a Costantinopoli.

 

 

Un testimonio latino, l’abate dei Normanni, Galfredo Malaterra, va pienamente d’accordo con Anna Comnena, poiché dichiara, al pari di lei, che la battaglia di Durazzo fu decisa dalla rotta fatta subire nello scontro dalla schiera normanna ai Waregi. Si deve pure a lui la notizia che i Waregi erano anglo-sassoni.

 

 

 

Questa la mia asserzione: la parte presa dagli Anglo-sassoni alla battaglia di Durazzo fa presupporre che ad organizzare questa truppa ci siano voluti almeno alcuni anni di preparazione; perciò la guardia dei Waregi non può essere istituzione dell’imperatore Alessio.

 

 

Ma ne è pure altra conseguenza, che i Sovrani d’Oriente dovevano aspettarsi già da lungo tempo un assalto dei Normanni di Puglia. Poiché la migliore accoglienza che si potesse fare a questi ultimi in Grecia stava nell’assoldare i mercenari anglo-sassoni.

 

 

 

Un odio rabbioso bolliva fra le due nazioni, dacchè Guglielmo di Rouen, il glorioso conquistatore s’era impadronito della Britannia ed aveva incominciato a sterminare tutti i nobili di razza anglo-sassone che cadevano nelle sue mani.

 

 

Ora quegli uomini, che passarono allo stipendio dell’Imperatore d’Oriente, erano certo parte dei fuggiaschi sottrattisi alla trista sorte della loro patria; e l’Imperatore li accolse con gioia al servizio militare. Fin d’allora inimicizia immortale di quei due popoli si potè pur sfogare sui campi di battaglia dell’Oriente.

 

 

E’ cosa evidentissima che il capitano anglo-sassone votò con la gioventù nobile di Costantinopoli per l’assalto, perché accecato dalla brama di vendetta non potè sentire la sana ragione nel consiglio di guerra.

 

 

[…] Anna Comnena offre spontanea e però attendibilissima testimonianza dell’abilità e del valore dei Normanni in guerra. Nel primo scontro le guardie anglo-sassoni avevano respinto parecchie schiere di cavalleria leggera e di fanteria nemica. Anna, raccontando questo particolare, soggiunge che “non tutti (i Normanni) erano strenui guerrieri, ma alquanti fuggivano verso la riva del mare”.

 

 

Dice non tutti, il che significa sempre che la maggior parte erano valorosi soldati; di fatto la viltà formava eccezione presso i Normanni, mentre nell’esercito greco valeva l’opposto.

 

 

 

Del resto si sa benissimo che Roberto aveva condotto seco in Epiro non soltanto Normanni, che volontari seguivano i loro capi, ma anche Pugliesi, condotti per forza. Prova ne sia la testimonianza di Anna stessa, dove nota che Roberto prima della spedizione in Grecia fece una leva di milizie in tutto il suo territorio, forzando fra i lamenti universali i giovani e i vecchi del paese a servire nell’esercito, e forse più nella flotta. Questi saranno stati probabilmente i soldati, cui volle accennare Anna nella sua eccezione.

 

 

Bodino, durante la mischia, tenne i suoi Croati fuori di tiro, aspettando in favore di chi decidesse la fortuna. Se Alessio fosse rimasto padrone del campo, questi Slavi l’avrebbero soccorso nel colpo di grazia. Ma appena ebbero vinto i Normanni, il condottiero dei Croati si ritirò con i suoi in patria, senza dare né soffrire molestia alcuna.

 

 

 

Anche gli Slavi del Sud dunque, come tutte le altre razze, che abitavano nei confini dell’Impero bizantino, volevano liberarsi dal giogo di esso. Presso di loro non poteva allignare né fedeltà al trono né amor di patria.

 

 

Il cronista Lupo crede che prima della battaglia di Durazzo le forze dell’esercito greco ascendessero a 70.000 uomini; ciò che mi sembra meritar fede. Ma un altro italiano, Pietro di Montecassino, che visse però più tardi, parla nientemeno che di 170.000. Questa è una esagerazione evidentissima. Non voglio invece respingere l’altra sua asserzione, che cioè Roberto Guiscardo sia passato in Grecia con 15.000 uomini soltanto.

 

 

 

Giorgio Paleologo, il valoroso difensore di Durazzo, aveva preso parte all’ultima battaglia, per ordine di Alessio; ma causa la sconfitta non potè più rientrare in città, e fu costretto a seguire nella fuga l’Imperatore.

 

 

 

Questi, stando in Achrida, affidò la custodia della città di Durazzo ai Veneti ed Amalfitani quivi residenti, e diede il comando militare del porto ad un Albanese.

 

 

 

Le due flotte, veneta e greca, come dice Anna, erano rimaste in vista durante il combattimento; ma poi tutte e due fecero vela per ritornare in patria, perché si avvicinava il tempo delle burrasche, e le navi non usavano allora tenere il mare durante la stagione invernale. In tali condizioni e circostanze la città non poteva più resistere a lungo contro Roberto, che continuava sempre il suo assedio.

 

 

 

Infatti Durazzo cadde; tuttavia non cadde per forza d’armi, ma in conseguenza d’un tradimento. Anna Comnena però tocca appena e rapidamente questo particolare spinoso, con sorprendente riservatezza.

“Quando gli Amalfitani e i Veneti residenti in Durazzo videro di non poter più resistere a lungo contro il principe dei Normanni, per le perdite della grande battaglia e per la partenza delle flotte, tennero più volte consiglio, e infine sulla proposta di un Amalfitano, decisero di aprire le porte; come fu fatto”.

 

 

Queste sono le parole della figlia dell’Imperatore. Ma ben diversamente parla Guglielmo di Puglia:

 

 

“al comando del castello stava il veneto Domenico, figlio, a quanto si dice, d’un Doge (passato), ed avverso a quello di allora, perché non era stato da lui ammesso ai consigli (ciò che per me vuol dire, escluso dal Gran Consiglio della sua patria). Questo Domenico avviò segretamente delle trattative col nemico di fuori e, quando Roberto l’ebbe assicurato che gli avre3bbe dato in sposa una sua nipote, aprì di notte la fortezza ai Normanni”.

“Palesatosi il tradimento la mattina seguente, i Veneti della città bassa (porto) volevano continuare nella difesa; ma furono sopraffatti, sicchè poi fuggirono la maggior parte sulle loro navi, cadendo però alcuni prigionieri, fra i quali il figlio del Doge di allora. In seguito il duca Roberto mantenne la promessa fatta a Domenico”.

 

 

 

Questa testimonianza, secondo le regole della critica, dev’essere accolta pienamente, perché Galfredo Malaterra, che nulla seppe mai di Guglielmo, narra precisamente le stesse cose, pure omettendo che Domenico fosse figlio di Doge, ma aggiungendo d’altronde la nuova asserzione, che il traditore oltre la mano della nipote di Roberto ottenne anche una provvisione conveniente di danaro e di beni.

 

 

Egli nota pure che i Veneti del porto si sforzarono di tenerlo, benché invano, per altri tre giorni. E perché mai la scrittrice bizantina attenua tanto la colpa della resa di Durazzo, e quel poco che ne ammette, lo addossa ad un Amalfitano, e non al vero autore, al veneto Domenico?

 

 

Probabilmente perché Anna pensava di non dovere offendere il sentimento d’onore dei Veneti, confessando tutto con sincerità nell’opera che scriveva, quando l’esistenza dell’Impero bizantino dipendeva, come negli anni 1082-1085, dagli aiuti di quel popolo di marinai.

 

 

 

Ora conviene riconoscere l’epoca della battaglia di Durazzo, come pure quella della resa della città. Come abbiamo veduto dalle parole di Anna, l’imperatore Alessio partì da Costantinopoli nell’Agosto della indizione IV, e comparve in vicinanza di Durazzo il 15 Ottobre della seguente indizione V.

 

 

La battaglia si accese tre giorni dopo; fu quindi data il 18 Ottobre. Se dunque dalla partenza all’arrivo possono essere corsi tutt’al più due mesi, si vede intanto da questa circostanza che l’indizione doveva essere cambiata passando dall’Agosto all’Ottobre.

 

 

La cosa è pur nota d’altronde: l’indizione costantinopolitana incomincia col primo giorno di Settembre, e però l’indizione V corse dal 1° Settembre 1082 al giorno stesso dell’anno seguente 1083. La battaglia di Durazzo accadde dunque il 18 Ottobre 1082.

 

 

Ebbene, è questa appunto la testimonianza del cronista anonimo di Bari, che dice avvenuto lo scontro nel 1082, il giorno di S.Luca Evangelista; di cui la festa si celebra nella Chiesa latina precisamente il 18 Ottobre.

 

 

 

Lo stesso cronista riferisce inoltre che la resa di Durazzo fu fatta il 21 Febbraio, il che vuol dire quattro mesi dopo la sconfitta dell’imperatore Alessio. E qui si consideri che egli mette nello stesso anno la caduta della fortezza, come la battaglia; dalla qual cosa risulta con grandissima evidenza che il 18 Ottobre 1082 ed il 21 Febbraio 1083 appartenevano secondo i suoi calcoli ad un solo e medesimo anno. In altre parole, il cronista anonimo di Bari fece uso nelle date delle indizioni greche, delle quali la V passò dal 1° Settembre 1082 al 1° Settembre 1083.

 

 

Lo stesso si dica alla fine anche di Lupo, che segna nello stesso anno lo scontro presso Durazzo e la resa di questa terra, avvenuta nel Febbraio 1083. Così, dopo un esame profondo, le apparenti discrepanze dei testimoni si risolvono in armonia, e le epoche di Anna Comnena vengono pienamente confermate.

 

 

 

 

Sbaragliato l’esercito di Alessio, l’unico che allora possedesse l’Oriente, e presa Durazzo, chiave di quella strada che conduceva a Costantinopoli, era da attendersi che il normanno Roberto marciasse diritto e senza indugio sulla capitale dell’Impero.

 

 

Accadde invece il contrario; anziché andare innanzi, il principe ritornò nella sua Puglia, lasciando in Grecia soltanto il figlio, benché con forze sufficienti.

 

 

 

Anna Comnena ci scioglie questo enigma.

 

 

Ella racconta che Alessio, appena fatto Imperatore, entrò subito in trattative con Enrico IV re di Germania, e lo spinse ad assalire il Duca normanno di Puglia, stretto già in lega con il papa Gregorio VII, nemico acerrimo del Salico.

 

 

Anna ci fa inoltre conoscere una lettera importantissima di suo padre ad Enrico, dalla quale risulta che Alessio aveva promesso delle grosse somme di danaro al Re tedesco, ed era disposto a dargliene di più grandi ancora, se Enrico avesse invaso prontamente la Lombardia meridionale, ossia la Puglia.

 

 

Alla fine la scrittrice avverte che l’imperatore Alessio mandò una nuova ambasceria al Sovrano della Germania, subito dopo l’infelice battaglia di Durazzo, per ricordargli premurosamente l’adempimento della sua promessa.

 

 

I trattati di Alessio con Enrico IV non restarono senza frutto, tanto più che allora una passione tutta propria spingeva il Salico a fare ciò che premeva al Bizantino. Ma era impossibile che il Re tedesco potesse arrivare in Puglia, senza prima assicurarsi le spalle con l’occupazione di Roma, difesa coraggiosamente da papa Gregorio, nemico capitale di Enrico.

 

 

Difatti già due volte questi era stato nel 1082 fin sotto Roma, in primavera e poi in Dicembre, dopo cioè la battaglia di Durazzo, senza alcun successo. Senonchè nel nuovo anno 1083, anzi nei primi mesi, il re ridusse il Papa agli estremi, e infine si impadronì della città leonina alla Pentecoste del 1083. Da ciò si vede che Roberto Guiscardo aveva delle buone ragioni da temere un colpo dalla parte di Enrico IV in Italia.