GFRORER: LA STORIA DI VENEZIA DALLA SUA FONDAZIONE ALL'ANNO 1084 

 

 

XXXIII. – Il doge Ottone. – L’imperatore Enrico II. – Poppo d’Aquileia. – Corrado II imperatore.

 

 

 

Il doge Ottone, fatto erede del padre, contava sedici anni allorchè restò solo al potere; due anni dopo prese in moglie una sorella di S.Stefano, re d’Ungheria.

 

 

Questo matrimonio rese manifesto che Ottone contava sulla durevolezza del dominio di casa sua in Venezia, né più né meno del padre Pietro Orseolo. Chi sposa figlie di Re, spera certamente di procreare dei discendenti, che trasmettano lo scettro di generazione in generazione.

 

 

Si è conservato un documento, che appartiene ai primi tempi di Ottone. Il giovane Doge, d’accordo con i giudici della città e con il popolo veneto, accordava agli abitanti di Cittanova ossia di Eraclea l’esenzione da certi pesi, di cui questi si dicevano oppressi, ed altri privilegi e diritti su certe possessioni che giacciono vicine alle isole venete.

 

 

La concessione riguardava indubbiamente quegli acquisti di terraferma che Pietro Orseolo, doge, aveva fatti con il trattato stretto con l’imperatore Ottone III, cone fu già ricordato, e che egli poi donò probabilmente al comune di Eraclea.

 

 

Risulta però dal documento che la consegna di quei luoghi, o non avvenne affatto, o avvenne incompleta soltanto, vivente il vecchio Doge; poiché infatti è Ottone il primo ad usare della concessione stessa.

 

 

A mio credere la cosa si spiega così: il possesso di quei territori non era stato realmente assegnato da Pietro Orseolo agli Eracleesi, ma si era fatto loro comprendere soltanto, che ciò sarebbe stato possibile, se avessero dato prove indubbie di devozione alla casa ducale, cioè cooperato all’elezione del Collega del Doge.

 

 

Questo accadde difatti quando fu nominato Ottone; era perciò riservato al giovane Doge di ricompensare i servizi dei fedeli cittadini di Eraclea. Questa supposizione riceve non poca conferma da una circostanza del tutto particolare.

 

 

Il documento relativo alla donazione fu emanato nel mese di Marzo, indizione romana VII, ed il settimo anno di questa indizione andava dal Settembre 1009 al mese stesso dell’anno seguente. Il documento dunque ha di necessità il suo posto nel Marzo del 1010, pochi mesi dopo la morte di Pietro Orseolo, ed era quindi uno dei primi atti del governo del nuovo Doge.

 

 

Ad ogni modo si vede che Ottone, al pari del padre, procurò di rafforzare la potenza della sua dinastia, favorendo una città piuttosto che le altre, vendendo dei privilegi politici al prezzo di una docilità a tutte prove, e spargendo così l’invidia e la discordia fra gli abitanti delle lagune.

 

 

Fra le gesta del doge Ottone, narrate dal Dandolo, segue immediata una spedizione, riuscita felicemente contro il Vescovo della città di Adria, situata tra le foci del Po ed i confini meridionali della Terraferma veneta.

 

“Nel settimo anno del dogato d’Ottone, gli Adriesi” così narra il cronista veneziano -  “furono combattuti e vinti dai Veneti, poiché avevano assalito il territorio di Venezia ed ingiustamente occupata la terra di Loreo. Il Vescovo della città, di nome Pietro, dovette presentarsi al Doge con parecchi laici principali del paese, supplicare perdono, e far promessa con giuramento che né lui né i suoi oserebbero mai più intraprendere tali cose”.

 

 

Esiste ancora il trattato di pace concluso in tale circostanza il 7 Giugno 1017, indizione romana XV, nel palazzo ducale di Venezia. Il Vescovo con il suo avvocato, Giovanni, promise per sé e in nome di tutti i suoi fedeli, ecclesiastici e laici, che non avrebbe mai più sollevato pretese su Loreo, né si sarebbe vendicato in alcun modo delle punizioni sofferte da parte dei Veneti, nemmeno querelandosi presso qualsiasi giudice.

 

 

Ho già detto che, allo scoppiare della sollevazione di Ardoino, gli Orseoli parteggiarono per Enrico II di Germania. Con tutta probabilità Ardoino non se ne dimenticò, anzi si volle tosto vendicare della casa ducale, eccitando il Vescovo di Adria ad usurpare ai Veneti Loreo.

 

 

Finchè Ardoino seppe conservarsi nel potere arrogatosi, i Dogi dovettero abbassare il capo e tacere; ma quando il Lombardo fu rovesciato dal trono per sempre, quando gli aderenti suoi furono dovunque colpiti di confische e di esilii, allora il Doge menò, a quanto sembra, il suo colpo addosso al Vescovo di Adria.

 

 

Io, nella spedizione fatta contro il vescovo Pietro, vedo un contraccolpo della piena disfatta di Ardoino e dei suoi consorti; perché era quasi impossibile che il doge Ottone desse di piglio alle armi, a dispetto dell’imperatore tedesco Enrico II, che allora raggiungeva l’apice della sua potenza. Il Doge non mostrò tuttavia una piena fiducia, mettendo nel trattato la condizione che il vescovo Pietro rinunciasse di ricorrere per giustizia in alcun luogo.

 

 

Qui c’era evidentemente lo scopo di impedire qualsiasi accusa presso i giudici della Corte imperiale. Altri fatti indubbi, dei quali si parlerà più sotto, corrispondono pienamente a questa opinione.

 

 

Dopo la spedizione di Adria successe una guerra contro i Croati. Dandolo continuando dice che:

“il Re dei Croati molestava Zara ed altre città marittime della Dalmazia con quotidiani assalti. Gli oppressi chiesero soccorso a Venezia, e il doge Ottone allestì una flotta, fece vela per la Dalmazia, protesse il paese, mise in fuga i nemici e riconfermò le città nella loro fede ed obbedienza.

Ciò nel nono anno del suo dogato (cioè nel 1018, come vedremo, perché furono calcolati quei due anni che egli governò insieme con il padre). Mentre ritornava trionfante in patria lo incontrarono i Vescovi delle isole Veglia, Arbe ed Ossero, e gli si presentarono per sé e in nome del clero, dei maggiorenti e del popolo, un atto, in cui promettevano tributo perpetuo al doge Ottone ed ai suoi successori”.

 

 

Dandolo però non dice quanto durassero le aggressioni dei Croati contro le città di mare, anzi nemmeno quando cominciassero. Ma, poiché si serve dell’espressione “quotidiani assalti”, ci sembra di essere autorizzati ad ammettere che il male durasse già da parecchi anni.

 

 

Ne segue però che lo spavento incusso da Pietro Orseolo II nel 998 ai Croati, conquistando la Dalmazia, era già da gran tempo svanito, che inoltre il matrimonio della figlia del Doge con il principe Stefano non aveva arrecato alcun frutto durevole.

 

 

La potenza di Venezia doveva dunque essere scaduta considerevolmente dal 1000 al 1017 o per interne discordie, o per la prepotenza di esterni avversari, anzi probabilmente sia per l’una che per l’altra causa ad un tempo.

 

 

Il contegno dei Vescovi delle isole suddette (distinte col nome di isole del Quarnaro o d’Arcipelago del Golfo di Quarnaro) accenna a tali circostanze di fatto. Già nel 998 Pietro Orseolo II le aveva assoggettate; ma ora soltanto era dato al doge Ottone di costringerle a prestare un vero omaggio di soggezione.

 

 

Insomma si vede chiaro che era incominciata una tregua nella lotta progressiva della potenza veneziana, e che le cose migliorarono soltanto, quando il doge Ottone ebbe libere le mani dalla parte di Lombardia per la caduta di Ardoino.

 

 

L’obbligazione al tributo, che i capi delle isole del Quarnaro presentarono al Doge, è pervenuta fino a noi e fu data nell’anno 1018. Il vescovo Maio di Arbe assunse di consegnare ogni anno 10 libbre di seta greggia; Martino, vescovo di Ossero si obbligò di presentare 40 pelliccie di martora l’anno; Vitale, vescovo di Veglia, promise 30 pelli di volpe.

 

 

La coltura dei bachi da seta, importata dalle Indie nell’impero bizantino da monaci orientali ai tempi dell’imperatore Giustiniano I, si era talmente propagata verso il 1000, che se ne occupavano anche gli abitanti delle isole dalmatiche.

 

 

Però il poco peso del tributo di seta, dato dall’isola di Arbe, mi sembra trarre alla conclusione che non fossero già i contadini in generale, ma soltanto singoli uomini, preferibilmente dei monaci, a coltivare quei preziosi insetti. Nelle isole dovevano inoltre esistere già allora delle industrie, e quindi delle fabbriche per filare e tessere la seta; chè altrimenti a che avrebbero potuto servire al Doge i bozzoli? Le 10 libbre di seta, provenienti da Arbe, corrispondono benissimo con il tributo di lino, che pagava il comune di Piove di Sacco.

 

 

Subito dopo la spedizione in Dalmazia, Dandolo nota la nuova successione nel Patriarcato di Grado. Vitale, figlio del doge Pietro Candiano IV, avrebbe tenuta la sede per cinquant’anni e sei mesi, morendo, come sembra, nel 1017. Chi ebbe egli per successore? Il figlio del Doge precedente, il fratello del Doge di allora, quell’Orso, in breve, che nel 1009 era stato innalzato dal padre al Vescovado di Torcello.

 

 

Dandolo dice: “Orso fu elevato alla Sedia patriarcale per voto del popolo e del clero”. Benchè Orso in pochi anni fosse stato fatto Vescovo e poi metropolita di tutta la Venezia marittima, pure non contava ancora trent’anni.

 

 

Giovanni, il Collega del Doge, suo fratello maggiore, morto nel 1007, non aveva ancora raggiunta l’età di 18 anni nel 1003; perciò Orso, secondogenito, non poteva averne più di 21 nell’anno 1009.

 

 

La sede di Torcello rimase dunque vacante; ma il Doge la diede al quarto fratello, Vitale, che allora poteva avere 20 anni. Così i supremi poteri spirituali e temporali nelle isole venete erano condivisi soltanto fra gli Orseoli.

 

 

 

In seguito Dandolo dà notizia di un fatto che tocca direttamente la sua famiglia. Lo narra così:

 

“alcuni marinai di Venezia rubarono le reliquie di S.Tarasio dalla Chiesa di un monastero greco, che si trovava poco lontano da un promontorio, e le trasportarono sulla loro nave. Proprietario ed insieme capitano di essa era un patrizio veneto, di nome Domenico Dandolo.

Da questo Dandolo discendono in linea retta due Dogi della Venezia: Enrico Dandolo, il conquistatore di Costantinopoli, ed io, Andrea Dandolo, autore della presente cronaca”.

 

 

 

Aggiunge poi che il suo proavo giunse felicemente col corpo del Santo a Venezia e lo depose nel monastero di S.Zaccaria, che contava allora 200 monache. Lo storico veneziano non ricorda mai, più indietro, alcun Dandolo, nemmeno nella minutissima lista delle tante famiglie che migrarono in Olivolo od in altre città verso la fine dell’ottavo secolo.

 

 

A quanto sembra i Dandolo appartenevano alla nobiltà giovane delle lagune; ma il fatto compiuto da Domenico procacciò certamente grande reputazione alla casa. Infatti, trent’anni dopo, un Bono Dandolo appare quale ambasciatore della Repubblica, come si vedrà: la carriera delle grandi magistrature era dunque già incominciata per essi.

 

 

Un fatto però, che influì decisivamente sulle sorti del doge Ottone, fu la successione nel Patriarcato di Aquileia. Vi era morto il patriarca Giovanni, e l’imperatore Enrico II gli aveva dato a successore nel 1019 un chierico tedesco, per nome Wolfango, ma per brevità detto Poppo, che fino ad allora era stato cancelliere o cappellano imperiale.

 

 

Quest’uomo apparteneva ad una famiglia tedesca delle più ragguardevoli; perché ce lo fa sapere il biografo del vescovo Meinwerk di Paderborn, dove dimostra che il nuovo patriarca Wolfango di Aquileia era consanguineo del Meinwerk, il quale, per parte di madre, discendeva dalla casa imperiale di Sassonia.

 

 

Poco dopo l’esaltazione al Patriarcato, Poppo ricominciò l’antica lite con Grado, certo non senza partecipazione o assenso dell’Imperatore stesso.

 

 

Narra Dandolo che: “il patriarca Poppo, deciso di assoggettare alla sua supremazia la Chiesa e l’isola di Grado, inviò, consenziente l’Imperatore, un’ambasciata al papa di allora, Benedetto VIII, implorando che gli fosse data soddisfazione degli antichi diritti di Aquileia su Grado, e che Orso, patriarca di Grado, da lui giudicato usurpatore, dovesse essere assoggettato ad un processo.

Infatti, Orso fu citato; ma avendo poi ricevuto notizia che Poppo gli tendeva frattanto insidie, non intraprese più il viaggio a Roma, ma per messi si scusò presso il Papa di non potervi comparire, temendo dell’Imperatore. Benedetto VIII trovò buona la scusa e ritirò l’intimazione”.

 

 

 

Queste parole sono confermate da altre testimonianze. Dalle decisioni del concilio romano del 1027, alle quali tornerò più sotto, risulta che il papa Benedetto VIII aveva citato il Patriarca di Grado ai sinodi di Ravenna, di Roma e di Verona, senza che Orso vi fosse mai comparso.

 

 

Merita fede anche l’asserzione che il Papa abbia infine annullata la citazione. Poiché il Codice Trevisaneo contiene, per testimonianza del Marin, che è uno dei migliori storici moderni di Venezia, una bolla, con la quale il papa Benedetto VIII invalidava finalmente la lite di giurisdizione intentata contro Orso e confermava invece i privilegi del Patriarcato di Grado. Questa bolla fu senza dubbio la fonte, a cui Dandolo attinse la notizia da lui data e da noi qui sopra riferita.

 

 

Il papa Benedetto VIII, angustiato accanitamente da nemici interni, dovette, noi lo sappiamo, fuggire, in Germania. Verso il 1020 fino al 1022 egli si trovò in tale posizione, da non poter respingere le gravi richieste dell’imperatore Enrico II, unico suo appoggio.

 

 

Le cose però migliorarono per lui fino dal 1022, e nulla impedisce di ammettere che egli dichiarasse nullo e invalido ciò che aveva fatto quasi per forza; in altre parole che il Papa ponesse fine ad ogni altra persecuzione contro Orso.

 

 

D’altra parte non ci può essere dubbio che l’imperatore Enrico non meditasse un abbassamento della casa degli Orseoli. Difatti i ripetuti oltraggi commessi dal doge Pietro II, padre di Ottone, contro Ottone III, meritavano un severo castigo; e l’alto grado di potenza, cui era salito Enrico II verso il 1019, quando Poppo divenne Patriarca, rendeva ben facile al nuovo Imperatore il volere una soddisfazione dal figlio per le colpe del padre.

 

 

Messi pure da parte i rapporti di Poppo con il pontefice Benedetto VIII, altri fatti incontestabili vengono inoltre a provare che tra il 1019 ed il 1024 si congiurava ai danni di Venezia.

 

 

La via più sicura per penetrare nelle lagune e dominarvi consisteva nel limitare il commercio dei Veneti, perché essi, pur di essere liberati da ostacoli tanto pericolosi, avrebbero ceduto con molta probabilità su altri punti.

 

 

Ora, l’imperatore Enrico II ricorse a tal mezzo. Esiste un documento che dice così:

“Ricerca sui drappi di seta, che si vendono nei paesi d’Italia. – Io, doge Ottone, tenni una radunanza generale dei Giudici maggiori, medii e minori del nostro paese. Dinanzi ad essi comparvero Badoario Bragadino, Maurizio Mauroceno e Domenico Florenzio Flavanico, e testimoniarono che non avevano mai potuto né potevano introdurre e vendere stoffe di setta in nessuna parte d’Italia, se non in Pavia, a S.martino ed in Olivo”.

 

 

 

A me pare che il Doge abbia convocato quella radunanza per sapere ufficialmente con certezza, se mai fossero proprio vere alcune voci sparse di una restrizione imposta al commercio dei Veneti.

 

 

Le dichiarazioni fatte da quei tre testimoni non ne lasciavano più alcun dubbio. Dunque era stato dato un ordine, con cui si intimava che i commercianti veneti non potessero mettere sul mercato le loro merci di seta, se non in tre soli luoghi d’Italia. Ma di questi tre luoghi il primo soltanto può essere riconosciuto: s’intende cioè Pavia, la capitale longobardica, che più di ogni altra città era frequentata dai commercianti di seta veneti, fin dai giorni di Carlomagno.

 

 

Non so invero dire dove giacessero gli altri due mercati di S.Martino e di Olivo. Non vi ha certo da fantasticare su Olivolo, perché nessuno allora era né in diritto né in forza di impedire ai Veneti il libero commercio nei loro paesi. Però io giudico essere stati probabilmente S.Martino ed Olivo due terre poco note di Lombardia o del Friuli.

 

 

Ma si presenta immediatamente l’altra ricerca: da chi emanava quella restrizione della libertà commerciale?

 

 

Per me dico che soltanto il signore d’Italia, cioè dire soltanto l’imperatore tedesco Enrico II, può essere stato l’autore di quella disposizione; come mi sembra quasi incredibile che egli possa averla data in altro tempo che fra il 1020 ed il 1024, alloorchè tutta Italia gli obbediva ed allo stesso tempo erano per nascere da nuove cause ancora dei dissidi fra lui ed i Veneti.

 

 

Però è mia opinione che Enrico abbia menato quel colpo con l’intenzione di costringere il Doge di Venezia a rinunziare all’isola ed al vescovado di Grado in favore della sede di Aquileia. E questo scopo fu infatti raggiunto poco dopo la morte di lui, come potremo vedere in seguito.

 

 

Tuttavia per il momento l’Imperatore lasciò andare la cosa, sia perché il Papa si era mostrato favorevole a Venezia, sia perché egli, Enrico, era contrario al far nascere delle complicazioni in Italia a dispetto della Chiesa di Roma, poiché esse potevano trascinarsi dietro con grande facilità delle tristi conseguenze.

 

 

Imperatore e Papa, tutti e due morirono l’uno dopo l’altro in breve spazio di tempo entro l’anno 1024: Benedetto VIII al 7 di Aprile, Enrico II al 13 Luglio.

 

 

 

Corrado II, il primo dei Salici, salì immediatamente al trono di Germania. Egli, ambizioso com’era, acconsentì ed appoggiò i progetti di Poppo di Aquileia con assai maggior favore di chi l’aveva preceduto nell’impero.

 

 

Dandolo stesso ce ne descrive gli effetti; egli dice che:

“nell’anno in cui venne a morte papa Benedetto VIII, scoppiava in Venezia una discordia rovinosa che giunse a tal punto da costringere il doge Ottone e suo fratello, il patriarca Orso, ad abbandonare la patria ed a fuggire in Istria, siccome in bando”.

“Era appena avvenuto questo, che Poppo, patriarca di Aquileia, passa all’isola di Grado e pretende di esservi ricevuto quale alleato di Orso suo confratello nella Chiesa, e del Doge suo amico! Ma gli abitanti non gli prestarono fede; ed egli allora fece giurare da diciotto dei suoi, che suo intento era soltanto di salvare Grado”.

“Ammessovi per tale giuramento, Poppo distrusse alcune chiese e monasteri, fece violenza alle monache, saccheggiò i tesori e poi se ne andò, dopo aver però messo una guarnigione di soldati dentro la città spogliata delle sue ricchezze”.

 

 

 

Queste sono le parole di Dandolo; a giudicarne però imparzialmente conviene ricordare che erano Veneti, cioè nemici di Poppo, tutti coloro a cui attinse probabilmente lo storico. Il Patriarca di Aquileia non fece dunque altro che trapiantare da Grado in Aquileia alcuni dei tanti monasteri, degli abitanti dei quali egli credeva di non potersi fidare, e perciò ne ordinava la chiusura o la distruzione degli edifici; non fece altro che ripigliarsi quel tesoro del Duomo, che in origine apparteneva ad Aquileia, da cui era stato portato via.

 

 

Che se infine osserviamo come nell’esecuzione di questi fatti potevano benissimo succedere delle violenze contro qualche monaca, all’insaputa del Patriarca, per parte dei soldati (chi mai vorrà credere che un Patriarca esponesse a bella posta al disonore le sacre vergini?), la relazione dataci dal Dandolo ci parrà pienamente ammissibile, benché si esageri in alcuni punti la verità.

 

 

La questione vitale, da cui dipende la netta intelligenza delle singole particolarità, si aggira intorno a quanto si sa dei rapporti che allora correvano fra il patriarca Poppo e i due fratelli, il doge Ottone ed Orso di Grado.

 

 

Nel popolo della Venezia esistevano già da qualche tempo dei malumori contro la casa degli Orseoli, riguardo al possesso della città e della sede di Grado, come fu riferito e lo sarà ancora con la cronaca di Dandolo alla mano.

 

 

Una delle parti contendenti deve aver preteso che Grado fosse restituita per amor di pace ad Aquileia, oppure anche all’Impero; l’altra invece si sarà opposta con tutte le sue forze a questa idea ed avrà biasimato, siccome un alto tradimento, la cessione di quell’isola.

 

 

Ora, dei fatti più recenti non lasciano il minimo dubbio che fosse il popolo di Venezia o, a dir meglio, il partito avverso agli Orseoli, quello che sostenne con fermezza l’ultima opinione, volendo vedere Grado salva ad ogni costo.

 

 

Di necessità dobbiamo dunque concludere che il doge Ottone e il patriarca Orso, suo fratello, avevano proposto di rinunciarvi. Questo giudizio resta anzi confermato da altre prove indubbie di fatto.

 

 

La discordia dei partiti giunse a tal punto nelle lagune, che il Doge e il Patriarca furono costretti ad abbandonare la patria, ed a fuggire in terra straniera, e in luogo tale dove non arrivasse la potenza dei loro avversari di Venezia.

 

 

 

Essi cercarono rifugio nell’Istria, la quale, come fu già dimostrato, formava come una appendice della marca di Verona e del ducato di Carintia, e stava quindi sotto la sovranità imperiale tedesca. E’ cosa evidentissima che i fuggiaschi dovevano considerare Corrado il Salico, quale amico e protettore, e che però avevano senza dubbio approvata la cessione di Grado, contrastata con tanto calore dagli avversari interni degli Orseoli.

 

 

Altrimenti Ottone ed Orso non si sarebbero rifugiati con tanta sicurezza dentro i confini dello Stato di Corrado, perché non vi ha uomo di buon senso, che spontaneamente si metta nelle mani dei suoi nemici politici.

 

 

 

Vi è un’altra cosa da osservare. Poco dopo che i due fuggiaschi ebbero cercato e trovato asilo nell’Impero tedesco, il patriarca Poppo passa con forze armate da Aquileia a Grado, dichiarando di venirvi come alleato del doge Ottone e del patriarca Orso, e di volervi essere considerato come tale.

 

 

Mentre poi gli abitanti sollevano dei dubbi sulla verità delle sue parole, Poppo fa giurare a diciotto nobili uomini, che egli non mentiva affatto.

 

 

Ora si può forse ammettere che quei diciotto prestassero un giuramento falso? Io dico di no, ed assolutamente no; perché se Poppo avesse commessa un’azione così turpe, avrebbe esposto sé e la propria dignità alle più gravi accuse, e noi troveremmo indubbiamente traccia di esse. Invece non se ne trova nessuna.

 

 

Noi siamo dunque indotti una seconda volta a presupporre che tra Poppo e i due Orseoli esistesse una convenzione, per cui Grado doveva essere consegnata al patriarcato di Aquileia. E gli abitanti di Grado furono anch’essi dello stesso parere, poiché, prestato il giuramento da quei diciotto, tralasciarono ogni resistenza e resero la terra.

 

 

Con ciò si fa pure nuova luce sulle misure, che Poppo prese in Grado, e che Andrea Dandolo, trascinato dallo spirito popolare descrisse in modo tanto odioso.

 

 

La convenzione suddetta aveva fissato che Grado dovesse cadere al Patriarcato di Aquileia e cessare per conseguenza di essere una metropoli. Poppo era dunque dentro i limiti del suo diritto, quando toglieva o distruggeva in Grado ogni cosa che fosse stata in rapporto con la signoria, già esistente ed ora svanita, della città, siccome sede metropolitana.

 

 

Egli usava del suo diritto rimettendo in Aquileia il tesoro del Duomo e le reliquie, che in altri tempi erano stati trasportati da quella sede a Grado; usava del suo diritto infine, trapiantando in Aquileia alcuni monasteri ed istituti di educazione dipendenti dal Patriarcato di Grado.

 

 

Come ben si vede, i fatti riferiti dal Dandolo, in fondo sono esatti, ma sono pure qualche cosa del tutto diversa da ciò che egli li stima; insomma non sono delitti, ma atti conformi al trattato concluso. Tutto ciò corrisponde e dipende dalla concatenazione degli avvenimenti.

 

 

 

Dopo i paragrafi già trascritti, Dandolo continua dicendo:

“il patriarca Poppo, presa la città di Grado, accumulando ingiustizie ad ingiustizie, inviò messi a papa Giovanni XIX e ne ottenne una bolla, che aggiudicava falsamente al Patriarcato di Aquileia la Chiesa e l’isola di Grado”.

 

 

 

Questa bolla fra le altre cose conteneva le seguenti parole:

“Questa disposizione avrà luogo, in quanto Poppo riesca a provare il suo diritto su entrambe, conforme i sacri canoni”.

 

 

 

La bolla che Dandolo cita non esiste più; ma noi possiamo conoscerne il contenuto da una seconda decisione dello stesso Papa, con la quale era firmata la prima.

 

 

Giovanni XIX narra nella sua seconda bolla che:

“il popolo della Venezia marittima si era sollevato contro il Doge del paese e contro il fratello di lui, Orso il patriarca, e li aveva poi cacciati; sicchè entrambi avevano dovuto rifugiarsi altrove. Subito dopo il patriarca Poppo piombò addosso alla città di Grado, pretese di esservi venuto in soccorso del Doge espulso e del fratello Orso, e fece giurare da diciotto testimoni, che era sua intenzione soltanto di prendere in custodia la città stessa per conto del Patriarca Gradense”.

 

 

 

Il Papa parla in seguito (accordandosi con Dandolo che evidentemente attinse alla bolla stessa) delle crudeltà commesse da Poppo in Grado, notando in particolare che l’Aquileiense aveva rapito i corpi dei Santi che riposavano nel Duomo dell’isola; ma soggiungendo però che a Poppo non riuscì di impadronirsi proprio di tutti quelli da lui voluti.

 

 

 

La bolla continua così:

“il Patriarca Poppo, dopo aver agito in tale maniera in Grado, inviò a Noi i suoi messi, domandando che Noi volessimo confermargli il possesso di quell’isola. Io non mancai di far osservare ai messi di Poppo che, per quanto sapevo, il loro Patriarca non aveva alcun diritto su Grado”.

“Essi però dichiararono che il loro signore pretendeva l’isola solo a patto del suo buon diritto, in quanto cioè gli competesse per i sacri canoni, e sempreché gli fosse dato di provare che era sua in via di giustizia. Dopo tali dichiarazioni, credendo che il Patriarca di Aquileia non potesse né volesse mentire dinanzi alla Santa Sede, Noi abbiamo ordinato al nostro cancelliere Pietro di rilasciare una bolla, introducendovi il seguente periodo:

Noi confermiamo inoltre in tuo favore il possesso della Chiesa metropolitana di Grado e delle sue dipendenze, poiché essa ti appartiene secondo le leggi ecclesiastiche per antichi privilegi della tua Sede, e inquantochè tu stesso assrisci di poter provare in qualunque momento il tuo diritto sulla medesima”; e così via.

 

 

 

Giovanni XIX di Tuscolo era, come ben si sa, un Papa indegno, e indegnamente entrato nella Chiesa per vie non giuste. Si sarebbe quindi tentati d’ammettere che egli abbia rilasciata quella bolla fatale, o per paura di Corrado II, o forse anche corrotto da denaro; non vedendo che poteva venire un giorno, in cui egli sarebbe stato costretto con suo pericolo ad annullarla.

 

 

E questo giorno venne infatti ben presto: nell’anno 1029. Ma i motivi non furono tali. La Bolla era già uscita nel 1024, od al più sul principio del 1025, in tempi, dunque, nei quali Corrado non poteva certamente fare pressione contro la Sede romana, perché scese in Italia nell’anno 1026 soltanto.

 

 

Tanto meno prestò fede ad influenza di danaro, perché allora i Dogi di Venezia superavano di gran lunga in tali mezzi il re tedesco Corrado II; il quale, per testimonianza espressa di uomini degni di fede, era povero quanto Lazzaro, al principio del suo regno. A ciò si aggiunga poi un criterio di diversa natura e di importanza decisiva.

 

 

Il papa Giovanni fa in quella bolla una distinzione di due sorte di diritti, che Poppo si faceva valere: quelli che riposavano su antichi privilegi apostolici del Patriarcato di Aquileia, e quelli che Poppo diceva di poter provare da sé.

 

 

I primi si può dire che valevano nulla. Tutti sapevano che il Patriarcato di Aquileia era stato una volta legittimo proprietario dell’isola di Grado, e che quella Sede aveva ottenuto la conferma nel possesso dell’isola stessa da parecchi Pai, anche dopo avvenuta la separazione.

 

 

Ma con altrettanta certezza tutti sapevano che alle ultime decretali rilasciate in favore di Aquileia si opponevano altrettante e forse più bolle, in cui si riconosceva pienamente il diritto di Grado. […]

 

 

Tutto invece dipendeva da questo: se Poppo poteva o no presentare un nuovo titolo da lui acquistato. Il Papa veramente era tenuto a confermare la riunione di Grado alla metropoli di Aquileia, allora soltanto che Poppo avesse provato la rinunzia formale e spontanea dell’isola e della Sede, fatta dal doge Ottone autorità suprema di Venezia, e dal fratello Orso, patriarca del paese marittimo.

 

 

In tal caso valeva la massima giuridica: volenti non fit injuria.

 

 

Ed eccoci giunti a documenti irrefragabili, atti a provare che era stata conclusa allo scopo una convenzione fra i due Orseoli e il patriarca Poppo, come pure che essa dev’essere stata presentata al Papa.

 

 

Ma tale convenzione rivestiva il carattere di trattato segreto; e però Giovanni XIX non potè palesarla pubblicamente nella bolla del 1024, e nemmeno in quella dell’anno 1029. Poiché, se si fosse scoperto quel patto, i due Orseoli avrebbero dovuto confessare dinanzi al mondo intero, che essi tentavano per tal mezzo di vendere vilmente un territorio, da lungo tempo appartenente al dominio di Venezia, facendo così la parte di traditori della patria.

 

 

 

Un’altra circostanza costrinse pure il Pontefice a far mettere nella bolla del 1024 quelle clausole così strane. La convenzione di Poppo con gli Orseoli non era soltanto segreta, ma anche condizionata, anzi conteneva tali condizioni che non furono adempiute, come si vedrà infatti.

 

 

 

Dandolo ci dà poi queste notizie:

“Quando i Veneti si accorsero che la cacciata del doge Ottone e del fratello Orso non aveva dato il frutto desiderato, che anzi essi si erano ingannati, richiamarono l’uno e l’altro, li rimisero al loro posto, e decisero di riconquistare Grado con la forza”.

“Difatti il Doge, accompagnato dal Patriarca, mosse contro l’isola e diede l’assalto alla città. Coloro però che vi si trovavano alla custodia (il presidio cioè messo dentro da Poppo) non osarono fare resistenza e resero subito la terra”.

“Il doge Ottone, avuta così di nuovo in sua mano Grado, la fortificò più di prima e vi restaurò in premura alla meglio le chiese danneggiate. I Veneti temevano naturalmente di non trovare più in Grado i corpi dei Santi, ivi custoditi prima dell’invasione di Poppo, fra i quali specialmente le reliquie di Ermagora e Fortunato, che quel Patriarca doveva aver rapite. Ma con somma gioia universale il monaco, che custodiva il Duomo, additò un nascondiglio, dove giacevano al sicuro non soltanto i cadaveri di Ermagora e di Fortunato, ma anche quelli di Felice, di Dionisio e di Largo”.

 

 

 

Poppo dunque non aveva potuto trarre con sé quel tesoro a lui celato. Ma come può darsi che una notizia di origine tedesca ci narri un fatto del tutto opposto? L’autore della Vita di Meinwerk, vescovo di Paderborn, narra che:

 

“il 3 Ottobre del 1031 Meinwerk ricevette con grandi funzioni e pompa le reliquie di San Felice, dategli in dono dal patriarca Poppo di Aquileia, suo parente, e le ripose nella Chiesa nuova di un monastero”.

 

 

 

Delle due cose l’una: o il corpo mandato da Poppo a Paderborn non era quello del Santo, o i Veneti in luogo delle reliquie di S.Felice, portate via dall’Aquileiese, ne avevano sostituite delle altre. Secondo le regole della critica storica mi conviene credere vero il primo caso; perché il papa Giovanni nella sua bolla del 1029, e quindi due anni prima del dono a Paderborn, faceva sapere che Poppo non era riuscito ad impadronirsi delle reliquie, che cercava nei sotterranei del Duomo di Grado.

 

 

A quanto pare quell’astuto monaco italiano, che aveva in custodia il Duomo, seppe raggirare l’odioso Prelato tedesco, da fargli gradire per sacre reliquie degli avanzi di nessun valore.