GFRORER: LA STORIA DI VENEZIA DALLA SUA FONDAZIONE ALL'ANNO 1084

 

 

 

XXIX. – Pietro Orseolo II. – Il crisobolo del 992. – Rapporti con l’Oriente.

 

 

 

 

Prima ancora che finisse l’anno pisano 991, verso la metà del Marzo 992, secondo lo stile dei Franchi, fu riconosciuto doge Pietro Orseolo II, figlio dell’altro Pietro, che fuggito a Cusano nel 978 gli avrebbe colà profetizzato una futura grandezza.

 

 

Il secondo Pietro contava appena 30 anni al momento della sua elezione. Egli contribuì ad accrescere la potenza della patria più di ogni altro Doge fra i predecessori.

 

 

Oltre le molte e distinti qualità personali, che non gli possono essere negate, il favore delle circostanze influì pure moltissimo a tanto risultato. In vero si poteva dire infranta la potenza dei due primi Ottoni, la cui ambizione aveva messo in grave pericolo l’indipendenza di Venezia.

 

 

Già sedeva sul trono di Germania un giovane traviato, che ebbe la minore età turbata da rovinose discordie scoppiate nell’Impero, e che, prese finalmente da sé le redini del governo, fece vedere a tutti d’essere nato a qualunque destino, fuorchè per reggere e dominare. Perciò Venezia nulla aveva da temere di lui. Né pericolo alcuno minacciava dall’Oriente; poiché l’imperatore Basilio, quantunque soldato di valore straordinario, trovava tanto da fare all’est contro i Bulgari ed i Saraceni, da non potere nemmeno pensare di rivolgere le sue armi vittoriose al mare Adriatico.

 

 

Promettere tutto per ottenere dei privilegi commerciali, e mantenere nulla, per obblighi contraddittori verso le due grandi potenze, sarebbe stata cosa ben difficile e meravigliosa in altri tempi e in condizioni diversa; ma Pietro Orseolo II potè tentarla impunemente, anzi riuscì farla.

 

 

Egli deluse sia gli uni che gli altri, trasse felicemente la barca dello Stato fuori dagli scogli, fece delle importanti conquiste, profittando prudentemente delle avversità dei vicini, ma soprattutto attese ad estendere ed aumentare il commercio dei Veneti, il quale, durante il suo governo, raggiunse una floridezza del tutto nuova.

 

 

Il cronista Giovanni dice: “il doge Pietro II rimase in pace coi principi d’Italia, scaltramente deludendo chi avesse richiesto dai Veneti delle prestazioni che non si trovavano sancite dai trattati commerciali vigenti; ma con gli stranieri, che avessero osato opporglisi, adoperò invece la spada”.

 

 

Ci resta una buona fonte sul governo di Pietro Orseolo II: la cronaca di Giovanni, da noi tante volte citata, contiene infatti una ampia descrizione delle sue geste, iniziata con molta probabilità da un contemporaneo, forse anche un testimonio oculare.

 

 

Ma la cronaca finisce con l’anno 1008, e d’allora in poi si deve stare alle parole del Dandolo, che trascorre in poche pagine la storia del secolo XI, stimando ben fatto, a mio parere, il tacerne molte cose.

 

 

Dandolo nota:  “il nuovo Doge, appena entrato nel governo, mandò ambasciatori ai sovrani di Costantinopoli, Basilio e Costantino, e ne ottenne un crisobolo, con cui furono concesse importantissime franchigie agli armatori ed ai commercianti veneti dentro i confini dell’impero orientale”.

 

 

Il documento esiste ancora, ma per disgrazia tradotto barbaramente da un uomo che poteva appena intendere l’italiano, non il latino, e che nondimeno volle mettersi a scrivere latinamente. In certi punti non si può che indovinare il senso. Con la spiegazione che io credo più verosimile, i punti essenziali sarebbero questi:

 

“Noi Basilio e Costantino, imperatori a Dio fedeli, auguriamo salute a tutti coloro che leggeranno il presente scritto. Il Doge di Venezia ed i suoi sudditi Ci hanno indirizzata un’istanza, perché sia loro accordato di dover pagare mai sempre due soli soli danari d’oro pel dazio di tutte le loro singole navi, che con merce propria venissero nei nostri Stati, uscendo da porti veneti o d’altro paese”.

“Furono perciò da Noi ordinate delle inchieste, le quali chiarirono aver finora pagato ogni nave più di trenta danari. Tuttavia noi acconsentiamo alla supplica fattaci, considerando che i Veneti, fattisi cristiani, assunsero da tempo remotissimo l’obbligo di prestare al nostro impero, gratuitamente e senza alcun compenso, un fido aiuto con le loro navi, ogniqualvolta ci fosse guerra, ossia che Noi trovassimo opportuno un qualche assalto in Lombardia”.

“Ordiniamo dunque quanto segue: le navi dei Veneti che con propria merce provengono dai porti della Venezia o d’altri paesi, paghino (ognuna per ogni viaggio) due denari in arrivo ed altri quindici in partenza (se però le merci importate avessero esito ed altre fossero qui caricate per esportazione); sicchè l’imposta non possa mai salire in tutto oltre i diciassette danari”.

“Noi faremo riscuotere la tassa di esportazione dai nostri commercianti, con cui gli armatori e capitani veneti fossero in relazione d’affari, e questi ultimi hanno il diritto di appellarsene alle nostre autorità. Che se il capitano veneto avrà dichiarato d’essere pronto alla partenza, egli non potrà mai essere trattenuto oltre i tre giorno; eccettuato il caso, in cui forza maggiore richieda il contrario”.

“Nessun capitano veneto osi mai abusare della facilitazione nelle imposte da Noi concessa, importando in questi paesi per sue proprie, le merci di Amalfitani, Ebrei o Longobardi del sud, uscite da Bari o da altri luoghi; poiché il valore surriferito vale soltanto per quelle merci che i Veneti trafficano per conto loro e non d’altri”.

“Ma chi trasgredisce il nostro divieto, non solo non potrà più caricare ed importare oggetti di provenienza straniera; ma priverà inoltre in avvenire la propria persona dell’utilità di pagare limitate le imposte”.

“Di più, Noi vogliamo decretare in atto di grazia, che il nostro ministro privato soltanto, in unione ai giudici propri dei Veneti, possa esercitare giurisdizione sui capitani di quelle isole, possa comporre le liti insorte fra loro o con altri (non Veneti), ed abbia pure il diritto di arrestare e visitare le navi. Nessuna delle nostre autorità commerciali inferiori” (e qui viene riferita un’intera caterva di titoli dati a questi ufficiali) “osi mai trattenere, manomettere o perquisire i marinai o le navi della Venezia”.

“In ricambio di questi atti della nostra clemenza, Noi ci attendiamo che i Veneti vorranno adempiere da parte loro con la massima puntualità gli obblighi, che essi hanno con Noi fin da tempo antico, siccome ausiliari gratuiti nelle guerre nostre in Lombardia ed in altri paesi. Dato e autenticato con l’apposizione del nostro sigillo aureo, nell’indizione romana V”.

 

 

 

 

Sul cadere del secolo X la quinta indizione corse dal Settembre 991 allo stesso mese dell’anno seguente 992; quel crisobolo dunque, seguendo lo stile comune, va posto alla data del Marzo 992. Ma Pietro II Orseolo, come fu già spiegato, salì al trono ducale appunto in questo anno e in questo mese; d’altronde se egli fosse stato il primo a proporre la cosa, sarebbero stati necessari almeno tre o quattro mesi, perché i suoi ambasciatori fossero arrivati a Costantinopoli e vi avessero compiute le trattative.

 

 

Io credo perciò che il trattato doveva già essere stato accordato per istanza del Doge precedente, Memmo, e poi rimesso nelle mani degli ambasciatori di Pietro, in piena regola, ma in nuova copia.

 

 

In questa opinione mi conferma non poco la circostanza, che ne testo non si ricorda in special modo il nome dell’Orseolo, ma si parla sempre in generale di un Doge dei Veneti. Si tacque il nome del Doge, perché durante le trattative di quella convenzione commerciale succedeva in Venezia un nuovo governo; e però si designò soltanto la dignità di colui, che stava a capo della comunità insulare.

 

 

E’ inoltre mio parere che dalle parole, certo di per sé oscure, del penultimo periodo si debba trarre la conseguenza, che nell’anno 992 vi erano già in Costantinopoli dei giudici veneti.

 

 

Io trovo anzi tanto più verosimile questa spiegazione, in quanto chè Dandolo dice essere stata accordata ai Veneti con questo documento la immunitas, cioè foro proprio e giurisdizione libera.

 

 

Il senso del periodo è dunque il seguente:

nessun ufficiale inferiore delle dogane greche, ma soltanto il supremo ministro di Corte può sottoporre a perquisizione le navi venete, e comporre le questioni insorte; ma anch’egli con l’assistenza di giudici veneziani, istituiti a Costantinopoli.

 

 

E’ fuor di dubbio che i Veneti apprezzavano molto quest’ultimo privilegio. E perché?

 

 

La cosa è palese: gli ufficiali minori della Maestà Sacra di Costantinopoli eran quasi tutti pronti all’inganno ed alla baratteria, commettevano soperchierie ad ogni occasione, rapivano e rubavano dovunque e quanto meglio potessero.

 

 

Poiché la giurisdizione sui Veneti fu concessa al logoteta d’accordo con i loro giudici, quelli ottennero due vantaggi: da un lato il logoteta doveva pur vergognarsi alquanto, se avesse voluto pensare ad infrangere senza riguardo alcuno la giustizia; dall’altro mi sembra che lo Stato Veneto poteva ogni anno ungere le mani al logoteta con una bella somma di danaro.

 

 

Il Greco doveva perciò temere che, se egli si fosse permesso di opprimere gravemente qualche Veneto, gli sarebbe mancato in seguito il donativo; poiché ai fianchi gli stavano sempre uomini di quel paese, ai quali era lecito domandargli conto anche di un solo danaro estorto ingiustamente.

 

 

Le altre parti del testo mettono in luce l’organizzazione delle dogane bizantine. Il modo dell’istituzione era veramente barbarico. L’Imperatore “da Dio amato, a Dio fedele e santissimo” levava il dazio non già dal valore delle merci importate; ma colpiva ciò che poteva essere verificato senza fatica con le mani, imponendo che per ogni bastimento in arrivo si pagasse una certa quantità di danaro, qualunque fosse il carico.

 

 

Ne conseguì naturalmente che da allora in poi i Veneti allestirono sempre navi grosse per il commercio di Costantinopoli, e la marineria veneziana progredì assai, come io stimo, dopo quelle disposizioni. […]

 

 

Il trattato distingue i dazi di importazione e quelli di esportazione, e fissa per questi ultimi un importo otto volte maggiore che per i primi. Che importavano i Veneti in Costantinopoli? Legname, ferro greggio o lavorato, cereali, stoffe di lana, schiavi, canre salata ed altro; cose insomma che in gran parte occupavano molto spazio ed avevano poco valore.

 

 

Che esportavano invece? Le merci più preziose del mondo: aromi, sete, pellicce del nord, vivande rare e squisite, zucchero, cuoio fino, armi eleganti, e così via.

 

 

E’ perciò logico che il dazio dell’esportazione superasse otto volte quello dell’importazione. Una nave veneziana che, per esempio, avesse portato a Costantinopoli del legname da costruzione o del bestiame da macello, e poi dovesse caricare pel ritorno quelle merci così care, poteva pagare benissimo quattordici danari, partendo con un valore cento o forse mille volte più grande di quello che aveva recato con il suo arrivo.

 

 

Ma il governo del Sovrano a Dio diletto non riscuoteva direttamente dai capitani veneti il dazio di uscita, ma per mezzo di quel negoziante greco, presso il quale il Veneto si era provveduto del carico di ritorno.

 

 

Mi pare che si abbia il diritto di concludere che le case greche davano ordinariamente a credito quei ricchi carichi ai Veneti. Questi poi trasportavano in Occidente quelle preziose merci, il cui centro era Costantinopoli, e lo facevano sempre a proprio rischio e pericolo, ma non sempre con danaro proprio.

 

 

Essi pagavano i loro corrispondenti d’affari in Costantinopoli, dopochè avevano già vendute le merci addebitate, col danaro ricavatone. A tale bisogna, penso, rispondessero molto bene i giudici veneti in Costantinopoli. Essi attestavano col loro giuramento che il tale e tale padrone di nave era uomo onesto e meritava fiducia; inoltre prestavano garanzia, perché il compratore, ogniqualvolta fosse per mancare inopinatamente al suo impegno, dovesse essere senza fallo colpito in patria dalla giustizia di Venezia.

 

 

L’istituzione di giudici propri a Costantinopoli era certamente un diritto inestimabile per i Veneti. Ci resta però da vedere, come essi sapessero innestare scaltramente nella vita commerciale greca tutto ciò che era richiesto dall’utile loro.

 

 

Se mai un bel giorno l’Imperatore fosse stato preso dalla voglia di cacciar via quei noiosi giudici veneti, che erano sempre pronti a fare continui ricorsi alle autorità greche, avrebbe poi anche corso il pericolo di veder languire e arrestarsi immediatamente l’importantissimo commercio di esportazione con la Venezia.

 

 

Per tal modo l’Imperatore “illuminato da Dio” sarebbe stato ferito nel più vivo, nella sua borsa eternamente insaziabile. Così quei giudici rimasero imperterriti e saldi a dispetto di tutti i capricci del Signore d’Oriente.

 

 

Il trattato promette oltre di ciò che nessun capitano di mare veneto potrà mai, eccettuata la forza maggiore, essere trattenuto più a lungo di tre giorni, dal momento che egli abbia manifestata la sua determinazione di partire.

 

 

A mio credere, la cosa si spiega ordinatamente in questo modo: l’Imperatore passava la vita in continue guerre con i Saraceni, e questa lotta si compiva in gran parte sul mare.

 

 

Nel caso che la flotta fosse stata sconfitta di qua o di là, l’Imperatore greco ci rimediava forzando al servizio di guerra tutte le navi e i marinai che si trovavano nei porti di Costantinopoli, a qualunque nazione appartenessero.

 

 

Si andava gridando: fuori al mare, chè in mezzo al mare buon pro ci fa il combattere i Saraceni, nemici immortali e sempiterni del nome cristiano. Ora i Veneti tentavano di ovviare a tale abuso con quell’articolo; ma si vede tosto che l’Imperatore aveva intenzione di non dare effetto alle sue concessioni, escludendo certi casi di necessità nel tempo stesso in cui egli si riservava indubbiamente il diritto di fissarli e di riconoscerli.

 

 

 

Dalla seconda parte risulta che nei rapporti commerciali con la Grecia c’entravano in principal modo, oltre i Veneti, tre altre nazioni, gli Amalfitani primi, poi gli Ebrei e in terzo luogo i Longobardi di Bari.

 

 

Un documento più antico ricorda ad una occasione simile il nome di Lombardi in generale; ma qui si vede che sono intesi in special modo quelli di Bari, che erano governati dal Catapano bizantino d’Italia.

 

 

Né gli Amalfitani né i Longobardi di Bari, benché questi ultimi appartenessero anzi direttamente all’Impero greco, godevano di privilegi eguali a quelli dei Veneti. […]

 

 

Finalmente le espressioni, ripetute due volte, e che si riferiscono all’antico obbligo dei Veneti di prestare con le loro navi servizio militare per l’Imperatore, formano il punto più interessante di tutto il trattato nei riguardi storici.

 

 

Qui si svela in tutta la sua autenticità il segreto, che i più antichi cronisti veneziani tentarono di celare accuratamente, e che i moderni autori della storia delle lagune non osarono toccare, sebbene fosse già posto fuor di dubbio, come fu dimostrato, da una serie di prove di fatto.

 

 

I Veneti insomma erano obbligati a servizi verso l’Imperatore fin dai primordi della loro comunità, ossia, come dice il documento, fin dalla introduzione del cristianesimo in tutte le isole delle lagune. Essi però non erano considerati veramente quali sudditi dell’Impero orientale, ma siccome uomini ligi della corona bizantina. Poiché penso che un potente motivo deve avere influito ad assoggettare i Veneti alla speciale giurisdizione del ministro privato della Corte, il quale, come tutti sanno, amministrava le sostanze private e domestiche del “santissimo” Imperatore d’Oriente.