GFRORER: LA STORIA DI VENEZIA DALLA SUA FONDAZIONE ALL'ANNO 1084

 

 

 

XXIV. – Divieto della spedizione di armi e di legname da costruzioni navali nei paesi dei Saraceni.

 

 

 

Chi fosse ostinato nel dubbio, potrebbe obiettare che i vescovi della Venezia furono indotti a sottoscrivere le deliberazioni del Giugno 960, non perché fossero i rappresentanti del popolo, secondo un nuovo ordinamento politico, ma perché la questione, che fu discussa in quella seduta del Consiglio, toccava in certo modo il diritto ecclesiastico; e in ogni caso la Chiesa, secondo la dottrina cattolica, è la naturale protettrice dell’innocente oppresso.

 

 

Ma l’obiezione non ha alcun fondamento. Ci è pervenuta un’altra legge dell’epoca di Pietro Candiano IV; essa fu pubblicata in circostanze simili a quelle della precedente, ed offre la prova di due fatti: 1° - che il Doge non poteva ordinariamente concludere nulla d’importante senza il concorso del Gran Consiglio; e 2° - che in tutti questi casi il clero era il primo a dare il voto.

 

 

Tuttavia, prima di passare a trattarne, devo rendere conto di un cambiamento avvenuto riguardo a una persona importante.

 

 

Il patriarca Bono che, come dissi, entrò nella sede di Grado l’anno 955, vi rimase per 9 anni, 6 mesi e 2 giorni; morì quindi nel 964 od al più nel 965. Gli succedette Vitale, della famiglia dei Barbolano; ma questi rimase Patriarca per un anno e cinque mesi soltanto. La sua morte perciò, o la deposizione, accadde al più tardi nell’anno 966. Allora il Patriarcato toccò ad un altro Vitale, e precisamente al figlio naturale del doge stesso, Pietro Candiano IV.

 

 

Le espressioni di Dandolo fanno credere che il padre innalzasse il figlio a quella dignità con un atto di dispotismo. Di più questo Vitale dev’essere stato a quell’epoca d’età giovanissima; perché il padre suo, ripudiatane la madre, contrasse in quel periodo nuove nozze, e dalla nuova moglie ebbe altri figli.

 

 

Perciò il Doge poteva appena contare 50 anni, ed il figlio aver passati appena i 25, allorchè quest’ultimo saliva alla sede di Grado: forse anzi Vitale, al pari d’altri suoi predecessori di alti natali, non aveva che dai 14 ai 20 anni. Più sotto darò più ampie notizie sulla nomina di Vitale Candiano, e sulle cause che la produssero. Per ora basti questo: che era patriarca questo Vitale, quando il Doge trattò per la nuova legge coi rappresentanti della Venezia.

 

 

Il documento di questa seconda legge è in sostanza del seguente tenore:  “In nome di Dio onnipotente e del Redentor nostro Gesù Cristo, sotto il dominio del grande imperatore Giovanni, nel secondo anno del suo governo, durante il mese di Luglio, indizione romana XIV, fu stipulato in Rialto”.

 

 

Le note concordi precisano il Luglio 971. Difatti Giovanni, detto Zimisce, generale bizantino, dopo aver trucidato (in Dicembre 969) il suo sovrano, Niceforo Foca, si impadronì pure del trono d’Oriente, mettendo però subito a parte del suo potere Basilio e Costantino, figli dell’imperatore Romano, morto nel 963.

 

 

Quindi il secondo anno del dominio di Giovanni corrisponde precisamente, come la indizione romana XIV, all’anno di Cristo 971. I correggenti di Giovanni vengono ricordati nel testo, che così dice:

 

 

“Di recente arrivarono fra noi alcuni ambasciatori imperiali, inviati da Giovanni, Basilio e Costantino, santissimi imperatori d’Oriente, per lagnarsi del commercio di armi e di legnami da costruzione navale, fatto dalle navi venete con i Saraceni, e per minacciare che, se durerà ancora tale relazione in aiuto dei pagani contro i cristiani, quelle navi saranno senza pietà bruciate insieme all’equipaggio”.

“Per la qual cosa il signor Pietro, serenissimo Doge e nostro sovrano, tenne allora consiglio con il santissimo patriarca Vitale, suo figlio, con Marino, vescovo generabilissimo d’Olivolo, e cogli altri suffraganei delle isole venete. Vi furono pure presenti molti uomini del popolo, e maggiorenti, e mediocri ed anche minori. Così ridotti insieme, cominciarono a discutere, se ed in qual modo si potesse placare l’ira dell’imperatore e togliere quell’abuso”.

“E poiché grave peccato è certamente il procurare ai pagani i mezzi di poter vincere o danneggiare i cristiani, noi, ispirati dalla misericordia divina, concludemmo quanto segue: noi tutti in forza della nostra sottoscrizione ci obblighiamo per parte nostra e dei nostri eredi, a Voi, signor Pietro, serenissimo Doge e nostro sovrano, come pure ai Vostri successori, che d’oggi innanzi non spediremo mai più armi di alcuna sorta, né legnami da costruzione navale, a vendere nei paesi dei Saraceni”.

“Non saranno dunque più esportate armi, ossia corazze, scudi, spade, lance od altra sorta di ferro, con cui i Saraceni possano offendere un cristiano. Gli equipaggi delle navi hanno soltanto il permesso di portar seco quelle armi, che sono loro necessarie per difendersi personalmente dai nemici, e neanche queste non le dovranno mai vendere ai pagani, sotto nessun pretesto”.

“Riguardo ai legnami, è proibita l’esportazione di tronchi d’olmo, di travi, di tavole, di remi, di pertiche e d’altro, che possa servire agli usi della guerra; permessa invece, come finore, la spedizione marittima degli assi di frassino, purchè però non oltrepassino cinque piedi in lunghezza, e mezzo piede in larghezza; lo stesso dicasi del materiale lavorato per farne recipienti e degli assi d’olmo, sempre però sotto l’osservanza della surriferita misura”.

“Parimenti le navi, che escono dai porti della Venezia, non devono né caricare legnami in altri porti (se non che veneti), né trasportare quella merce nei paesi dei Saraceni”.

“Chiunque sia convinto d’aver spedito ai Saraceni armi o legname da costruzione navale, contravvenendo così alla presente legge, sarà obbligato di pagare a Voi, signor doge Pietro, nostro sovrano, una multa di cento libbre d’oro puro. Che se egli non avrà tanto da sciogliere il debito, sarà colpito dalla pena di morte. Questa disposizione resterà poi sempre in vigore per tutto il tempo avvenire”.

“Pochi giorni prima che qui si presentassero i suddetti ambasciatori greci, si trovarono in carico tre navi, due dirette ad Elmehdia, la terza a Tripoli (in Africa); noi, però, avuto per pietà riguardo alla misera condizione dei caricatori di queste navi, abbiamo loro permesso di trasportare a quei luoghi le tavole, le pertiche ed il piccolo materiale da recipienti. Per tutto l’altro legname caricato, valga anche per essi la legge surriferita, formando eccezione questo unico caso”. E così via.

 

 

Anche il documento del 971, come quello del 960 contiene una fila di sottoscrizioni. Le prime otto sono queste: Io, Vitale, patriarca; io, Marino, vescovo di Olivolo; io, Domenico Mauroceno; io, Stefano Caloprino; io, Domenico Orseolo; io, Pietro Orseolo; io, Pietro Bragadino; io, Giovanni Andreadi. Seguono a queste, altre 73 sottoscrizioni.

 

 

Di famiglie illustri della nobiltà veneziana sono nominati: un Mauroceno, un Caloprino, due Orseoli, un Bragadino, un Andreadi, un Albino, un Faledro, due Barbarigo, ed altri.

 

 

In ciò che riguarda la forma, esistono differenze essenziali fra le due leggi. Mentre nel testo della prima è detto che il Doge tenne consiglio col Patriarca, coi vescovi e coi capi secolari della comunità, le parole del secondo atto si presentano (manifestamente a bella posta) in modo, da far vedere che Pietro Candiano IV chiamò questa volta solo il patriarca Vitale, suo figlio, ed il vescovo Marino d’Olivolo con alcuni suffraganei delle lagune, per trattare con essi; come se tutti gli altri nominati nelle sottoscrizioni fossero ammessi per grazia ad esporre la loro opinione.

 

 

Conforme i secondi fini di chi dava quella disposizione, appaiono distinti due soli personaggi oltre il Doge, vero signore della Venezia, e sono: il Patriarca di Grado ed il Vescovo della capitale. Quest’onore non è neppure concesso agli altri suffraganei delle isole; poiché, sebbene se ne parli così in generale, i loro nomi non si vedono affatto nel testo, né fu loro dato di sottoscrivere il documento.

 

 

Si accordano stupendamente certe altre finezze. Mentre il Doge, al pari di tutti gli altri presenti, firma l’atto del 960, invano si cercherebbe la sua sottoscrizione nella legge del 971. Indubbia mi sembra la ragione di tale mancanza.

 

 

Pietro Candiano si credeva di gran lunga troppo superiore agli altri, da prendere delle misure politiche, od anzi da venire a patti in comune con i suoi sudditi; egli comandò invece, qual signore di Venezia.

 

 

Dobbiamo inoltre osservare lo stile straordinario della legge. La forma è tanto ricercata, che i sottoscritti obbligandosi di non commerciare in legnami, né in armi, o di pagare in caso di trasgressione una multa di 100 libbre d’oro al palazzo, ossia al Doge, aggiungono sempre a quest’ultimo il titolo di “nostro sovrano”.

 

 

Poi, stando alla lettera, il Doge solo poteva spedire impunemente ai Saraceni selve intere di tronchi di quercia e d’alberi di nave, navigli carichi di armi; egli non era vincolato a nulla; lo erano bensì verso di lui tutti coloro, che avevano firmata la legge.

 

 

Ma la sua intenzione non era però quella di arricchirsi per mezzo del commercio proibito ai sudditi; egli voleva qualche cosa di ben diverso, voleva cioè schivare anche la minima apparenza, la quale potesse far credere che egli fosse alla pari con il resto dei Veneti.

 

 

Finalmente un’altra specialità si incontra nella legge del 971, se questa si confronti con l’altra dell’anno 960. Non si potrebbe comprendere, come mai si potesse esercitare senza registri un commercio così grande ed esteso, come quello che nel decimo secolo era concentrato in Venezia.

 

 

E pure nelle più ragguardevoli case veneziane molti devono essere stati gli analfabeti. Poiché di sessantanove rappresentanti, che sottoscrissero al documento del 960, trentacinque soli firmarono con la formula: “io, tale dei tali”; mentre degli altri tutti sta scritto: “segno di mano del tale e tale”. E’ chiaro che questi ultimi non sapevano scrivere.

 

 

Più sfavorevole ancora ne è il rapporto nella legge del 971: di ottantuno, che sottoscrissero, solo diciotto segnarono io, ed il nome loro; tutti gli altri vi apposero soltanto il segno della mano.

 

 

Questo avvenne, a mio parere, perché il serenissimo Doge aveva disposto che fossero ammessi alla sottoscrizione non i maggiori soltanto, ma molti pure dei mediocri, e probabilmente anche parecchi minori.

 

 

Naturalmente, fra quest’ultimi la capacità di scrivere sarà stata qualcosa di raro. Se la cosa sta veramente in questi termini, è appena lecito dubitare che il Doge abbia messa in scena quella commedia, per rendere molto comuni e quindi spregevoli i Consigli di Stato.

 

 

La legge del 971 prova in modo indiscutibile che, dopo undici anni di durata, la rappresentanza politica del paese, imposta al doge Pietro Candiano IV dagli avvenimenti del 959, si era per lui fatta immensamente grave ed odiosa. Egli non osò rovesciarla apertamente. Si giovò invece di quell’espediente piccolo, a cui ricorrono tanti altri sovrani senza coraggio e senza spirito; egli volle eluderla, lasciandone esistere le apparenze, distruggendone però la sostanza.

 

 

A tale scopo il Doge mise in opera ogni sorta di mezzi per restringere nel Patriarca di Grado e nel Vescovo della capitale il diritto consultivo negli affari politici.

 

 

Era naturale che egli non temesse affatto di questi due prelati; poiché il Patriarca d’allora era figlio suo, e da lui stesso portato alla sede con atto arbitrario, come sembra, per raggiungere lo scopo accennato; e il vescovo doveva essere creatura del Doge, a lui ciecamente fedele.

 

 

Le lodi fatte da Dandolo al vescovo Marino mi sembrano infondate; la sottoscrizione alla legge del 971 depone contro di esso. Peraltro il progetto di Pietro Candiano IV completamente fallì: i Veneti penetrarono le sue intenzioni, e non si mostrarono per niente disposti a divenire schiavi della casa Candiano. Cinque anni dopo, il suo palazzo fu tutto in fiamme, ed egli stesso cadde trafitto da cento pugnali.

 

 

Intorno al contenuto essenziale della legge del 971 diremo che veniamo per esso a conoscere due nuovi articoli dell’esportazione veneziana in Oriente: armi e legname da costruzione.

 

 

Delle prime si citano col loro nome le seguenti: corazze, scudi (di ferro o ricoperti di lamine di ferro), spade, lance. In altra occasione dimosterò che i Saraceni superavano di gran lunga sia i Franchi che i Germani nei lavori di acciaio, ma in questi soli. Le lame d’acciaio battuto in Damasco ed in altre città della Siria costavano assai, e però non tornava conto di armarne un esercito intero.

 

 

Come fanno oggidì ancora i Pascià d’Egitto ed i Sultani dei Turchi, così i Califfi saraceni, ossia i sultani del Magreb e dell’Africa, fornivano già nel decimo secolo le grandi masse dei pedoni e cavalieri loro di spade, lance, corazze e scudi, che venivano dall’Europa centrale. Potrò poi dire, a tempo e luogo opportuno, dove fossero le fabbriche che producevano questi oggetti in grandi quantità.

 

 

Di non minore importanza dev’essere stata l’esportazione dalla Venezia del legname da costruzione. I Califfi cominciarono ad armare flotte nel primo secolo dell’Egira, prima dunque che finisse il settimo secolo dell’era cristiana. Ma i paesi ardenti, in cui dominavano, producevano troppo insufficiente al bisogno il legname da costruzione. Se ne accorsero i Veneziani e, ben pagati, sopperirono al difetto dei Saraceni.

 

 

Dell’estesissima esportazione fanno fede certe tristi conseguenze, che ai giorni nostri si risentono ancora. Quando io fui in Italia, sentii più volte ripetere che l’antico governo veneziano fu più che trascurato riguardo alla cultura dei boschi.

 

 

Le selve del Friuli, dell’Istria e della Dalmazia si recisero senza risparmio alcuno per secoli interi, sicchè la fertilità che, precedentemente, a queste provincie portava l’umidità delle selve, venne loro a mancare con grave pregiudizio.