GFRORER: LA STORIA DI VENEZIA DALLA SUA FONDAZIONE ALL'ANNO 1084

 

 

 

XXII. – Venezia ai tempi dell’imperatore Ottone I. Il dogado.

 

 

 

 

Dandolo e Giovanni concordi narrano che:  “i Veneti, clero e popolo, su trecento navi fecero vela per Ravenna, ove dimorava Pietro Candiano, e dimenticando il giuramento fatto qualche tempo addietro, levarono di là l’esiliato, lo ricondussero in trionfo alla città di Venezia e lo riconobbero ancora per Doge, promettendogli solennemente obbedienza”.

 

 

Non fu dunque per avventura la plebe, che oggi spesso si infervora per cose od uomini cui ieri malediceva, ma tutte le classi, particolarmente il clero e i grandi commercianti delle isole, capaci di calcolare e di giudicare quello che si facessero, tutti, ripeto, cooperarono a rimettere in auge il bandito.

 

 

Conseguenza evidentissima di questo avvenimento è il sospetto, che siano state messe in azione certe molle di straordinaria potenza. Questa presupposizione io la credo innegabile, benché delle cronache antiche non ce ne sia una sola che dica pure e piena la verità, e benché tutti i moderni scrittori della storia di Venezia passino spensieratamente sopra lacune, che l’ignoranza od un silenzio studiato di quei cronisti lasciarono vuote od incomplete.

 

 

Il popolo veneto esercitò indubbiamente fin dai più antichi tempi certi diritti politici; poiché Tribuni sono quelli che governarono le isole fino al cadere del settimo secolo, e Dogi poi, ossia Duchi, quelli che dal 697 furono veramente creati per l’elezione popolare.

 

 

Una sola eccezione l’abbiamo forse nella breve signoria dei Capitani di guerra (magistri militum), i quali, secondo tutte le apparenze, dall’imperatore d’Oriente, a dirla schietta, vennero imposti.

 

 

Sebben la corte bizantina avesse voluto influire con altrettanto sforzo sull’elezione dei Dogi, giovandosi della dipendenza, in cui era tenuta la classe dei commercianti veneti, nobiltà delle isole, per la speranza di guadagno o pel timore di dazi elevati o d’altre restrizioni alla libertà dello scambio; con tutto ciò essa poteva impedire solo la nomina di chi non le fosse gradito, ma non già imporre che dovesse salire al trono ducale un uomo tale che nessuno avesse voluto a capo dello Stato.

 

 

Converrebbe dire altrimenti che siano tutte menzogne e frodi le notizie dateci dai cronisti Dandolo e Giovanni: asserzione fanciullesca, che resta abbattuta in parte dal noto valore dei due scrittori, in parte dalla mirabile concordanza di molte testimonianze franche, romane e bizantine.

 

 

Questo diritto d’elezione esercitato dalla cittadinanza formava un argine tutt’altro che vano contro le tendenze tiranniche dei Dogi. Ognuno di questi sapeva benissimo fin dal principio, che il suo successore sarebbe stato scelto come era stato scelto egli stesso, e desiderava, per legge di natura, di poter lasciare quasi in eredità un onore così alto, come era il dogado.

 

 

Perciò i sovrani politici della Venezia dovettero studiarsi di governare in modo da conservare o meritarsi l’amore ossia la stima dei cittadini. D’altra parte la storia di venezia offerse più volte l’esempio di Dogi, che incontrarono una morte violenta o passarono dal trono alla cella del monastero: motivo sufficiente per indurre a non stringere troppo le redini del governo.

 

 

In generale si può dire che non prospera la prepotenza monarchica, dove esistono diritti d’elezione, come in Venezia.

 

 

In secondo luogo, la costituzione dell’809, istituendo i due Tribuni di Stato, aveva separato il potere giudiziario dall’esecutivo, ed introdotto per tal modo un altro limite alla disordinata sete di dominio dei Dogi. Non vi può essere poi alcun dubbio che i Tribuni di Stato, come già accennammo, continuassero ad esistere fino ai tempi di Pietro Candiano IV.

 

 

I Veneti dunque non difettavano punto d’alcune buone guarentigie di moderata libertà.

 

 

E’ inoltre cosa pienamente certa che i Dogi di Venezia, saliti una volta sul trono, nell’esercizio dell’autorità loro non furono mai e in nessun modo obbligati ad accordarsi con altre autorità politiche indipendenti; benché i riguardi suesposti loro prescrivessero la moderazione per bene proprio e dei figli.

 

 

Al contrario essi governavano il paese come meglio loro pareva e piaceva. Che così fosse si può provare nel modo più convincente. In primo luogo il dogado di Venezia è in origine una istituzione che per nulla somiglia al ducato tedesco, ma fu invece una autorità bizantina.

 

 

I Duces, ossia i ligi dell’imperatore imposti da Costantinopoli, governavano le provincie loro affidate secondo le istruzioni e i comandi della serenissima corte, e nulla si curavano dei desideri e dei consigli degli amministrati. Di più in tutte le cronache venete, che esaminai, non si trova il minimo indizio di un consiglio o di qualche cosa di simile, che fosse mai a lato del Doge fino ai tempi di Pietro Candiano IV.

 

 

In terzo luogo alcuni Dogi diedero certe disposizioni, che sarebbero state assolutamente impossibili, se altre autorità avessero avuto il diritto di trattare e deliberare insieme con essi delle gravi cose di Stato. Riguardo a ciò voglio rammentare che il doge Orso I Partecipazio, nel trattato surriferito che egli concluse col patriarca Walperto d’Aquileia, per gli altri Veneti ottenne soltanto limitazione d’imposte, ma riserbò per sé solo una piena esenzione nei suoi affari commerciali.

 

 

Ricordo pure che il doge Giovanni II Partecipazio, figlio e successore di Orso, nel documento che ottenne dall’imperatore Carlo il Grosso l’anno 883, fece ancora assicurare a sé solo una piena esenzione, agli altri Veneti invece una semplice diminuzione di dazi.

 

 

Era uno scandalo vero, specialmente in uno Stato commerciale; e gli altri grandi negozianti di Venezia non avrebbero mai dato il loro voto a tali convenzioni, se il Doge avesse dovuto richiedere il loro consenso.

 

 

Finalmente, in favore di quanto asserimmo stanno certi esempi abbastanza frequenti, nei quali furono imposti correggenti nel dogado. Ogni qual volta il malcontento contro la condotta politica del Doge raggiungeva un certo grado in Venezia od anche alla corte bizantina, ordinariamente si faceva in modo che al capo supremo dello Stato fosse imposto un fratello, o congiunto, o figlio minorenne, siccome correggente nel governo.

 

 

Ora se i Dogi di Venezia fossero stati vincolati al consenso di consiglieri, eletti dal popolo oppure ereditari, non si sarebbe sentito il bisogno di ricorrere a questo mezzo di tanta gravità, giacchè in questo caso il consiglio aveva diritto di opporsi al Doge con un bel no, e di costringerlo a ritirare qualunque disposizione che non gli gradisse. L’elezione dei correggenti fu applicata quale estremo mezzo di salvezza, appunto perché mancava un tale consiglio.

 

 

Durante il governo di Pietro Candiano III deve essersi resa generale la convinzione, che il bene del paese esigeva un cambiamento radicale della forma di governo fin allora durata. Di fatto quegli stessi che si recarono con trecento navi a Ravenna per levarne l’esiliato e poi rieleggerlo a Doge, gli posero anche a lato un grande Consiglio, senza l’adesione del quale nulla d’importante potè più intraprendere Candiano IV. Prima che io ne adduca la prova dei documenti, mi è necessario esporre la successiva serie dei Patriarchi di Grado.