GFRORER: LA STORIA DI VENEZIA DALLA SUA FONDAZIONE ALL'ANNO 1084

 

 

 

XXI. – Relazioni coi deboli re d’Italia. Principi della costituzione politica. Origine del Gran Consiglio.

 

 

 

 

Dall’809 all’836 i Dogi furono tutti di casa Partecipazio (Angelo, Giustiniano, Giovanni I). L’anno 837 il Dogado toccò finalmente a tale, che non era Partecipazio, cioè a Pietro Tradonico. Ma alla prossima elezione susseguita, la dignità ricadde nei Partecipazio fino all’887; nel frattempo però fu una volta Doge, benché per qualche mese soltanto, Pietro Candiano, membro d’altra famiglia. Venne poi Pietro Tribuno; il quale, come dimostrai prima, apparteneva alla casa dei Tradonico da parte di madre.

 

 

Dopochè quest’ultimo ebbe governato per 23 anni, fu di nuovo un Partecipazio (Orso II) che ottenne la podestà ducale. Frattanto però i Candiani, quantunque breve fosse stata la signoria del loro antenato Pietro I, erano saliti in tanta considerazione che, alla morte di Orso II Partecipazio, si vide entrare nel palazzo dei Dogi il secondo della casa loro, e fu Pietro Candiano II.

 

 

Il dogado dunque fu monopolio di poche famiglie durante il nono secolo e la prima terza parte del decimo. Prevalsero ordinariamente i Partecipazi; due volte peraltro fu preferita la casa Tradonico, che però tosto ricadde. Ma di giorno in giorno si rendeva sempre più manifesto, che la famiglia dei Candiani s’adoperava a tutta forza per abbattere i Partecipazi.

 

 

E nondimeno, morto il secondo Candiano, la stella dei Partecipazi risplendette una volta ancora, e fu l’ultima: il nuovo Doge eletto nell’anno 939 appartenne a questa casa.

 

 

Dandolo nota: “Pietro Badoario era figlio del doge Orso II (Partecipazio), e quello stesso che, ritornando da Costantinopoli (verso il 915), era caduto in mano agli Slavi meridionali, poi da questi consegnato al re dei Bulgari, più tardi però riscattato dal padre”.

 

 

Dandolo soggiunge: da ciò si comprenda che i Badoari, distinti dai Partecipazi pel solo nome, formavano con gli ultimi una sola stirpe. Più addietro io ho dimostrato che il doge Orso II Partecipazio lasciava tra gli altri figli un Badoario, che moriva nel venticinquesimo anno di età per le ferite ricevute a Comacchio. E’ molto verosimile che il ramo Badoarico della casa Partecipazio discenda da questo giovane.

 

 

Dandolo, al pari del cronista Giovanni, poche notizie ci dà sui fatti di Pietro Badoario. Egli dice soltanto: “Pietro Badoario, dopo essere stato Doge tre anni, finì i suoi giorni in pace”. Poi continua: “in seguito a ciò fu costituito doge Pietro Candiano III, nell’anno del Signore 942. Questo Doge era figlio del secondo e nipote del primo Candiano; egli ottenne l’alta sua dignità, parte per i meriti dei suoi antenati, parte per sua propria virtù”.

 

 

Né l’uno né l’altro cronista ci dicono, se Pietro Badoario e Pietro Candiano III abbiano mandato alla corte greca i propri figli od altri congiunti, dopo la loro assunzione al governo. E’ cosa probabilissima che l’imperatore stesso non l’abbia nemmeno richiesto, poiché quei due Dogi, come sappiamo, erano già stati per lo passato in Costantinopoli, quali ambasciatori od ostaggi dei padri loro, ed avevano ivi ottenuto il titolo di Spatari imperiali.

 

 

Ad ogni modo dal non aver mandata l’ambasceria non si può dedurre che siano state interrotte le antiche relazioni di Venezia coll’imperatore. Più sotto sarà posto in luce che il caso era precisamente tutt’altro.

 

 

Una delle prime disposizioni date dal nuovo Doge concerne interessi ecclesiastici.

 

 

Dandolo dice: “continuava ancor sempre la lite fra le due sedi arcivescovili di Grado e di Aquileia; ma ora appunto essa finì per l’intervento di Marino di Grado. Lupo, che era allora Patriarca di Aquileia, promise di non molestare più i confini della Venezia e della metropoli di Grado, e, in generale, di trattare così tutti i Veneti e di rispettare i loro diritti così, come era prescritto dai patti (antecedenti)”.

 

 

Il documento, a cui accenna Dandolo, esiste ancora, e porta la data del 13 marzo 944. Per esso il patriarca Lupo promette al doge Pietro (Candiano) di Venezia: “né in persona, né per mezzo di servi a me soggetti, farò mai violenza alcuna alla vostra città di Grado”.

 

 

Quattro anni dopo (948) si venne a guerra tra Venezia e gli slavi di Narenta. Dandolo scrive così:  “il Doge spedì, contro gli Slavi di Narenta e sotto il comando di Orso Badoario e di Pietro Rusolo, 34 navi di quelle che a Venezia son dette Gombarie. Siccome queste ritornarono senza nulla aver fatto, il Doge allestì un’altra flotta, che riuscì ad ottenere dagli Slavi un consenso forzato al rinnovo degli antichi trattati (diretti a togliere la pirateria)”.

 

 

La parola Gombaria deriva dal greco, e significa una specie di navi da guerra di maggior grandezza, come suppongo, larghe di fianco o fornite di stive. Per solito il Doge stesso di Venezia si metteva a capo delle spedizioni marittime; ora Pietro Candiano dà due volte ad altri il comando della flotta. Ciò vuol dire, a mio parere, che gli erano state legate le mani. In seguito noi incontreremo altri indizi di ciò.

 

 

Nell’anno 946 il re Ugo di Provenza aveva dovuto fuggire d’Italia; la corona passò di nome al figlio suo Lotario, mentre Berengario d’Ivrea, vassallo fattosi prepotente, ne possedeva invece il potere di fatto.

 

 

E’ cosa nota, che il povero Lotario, in un documento dell’11 Giugno 948, dice essere quel d’Ivrea suo correggente, ossia, alla lettera, “il più potente compagno del nostro impero”.

 

 

Ebbene: circa al tempo medesimo di questo atto, il doge Pietro Candiano III stringeva con Berengario una convenzione, nella quale quest’ultimo si fa innanzi come re d’Italia.

 

 

Berengario vi rinnova l’antico patto carolingio dell’810, con un documento del 7 maggio 948; di più egli assegna una nuova linea di confine, secondo le notizie di Dandolo, fra il territorio della Venezia e le più vicine città di terraferma, soggette al regno d’Italia; determina finalmente che i Veneti debbano pagare in perpetuo un quarantesimo soltanto (del valore delle merci che essi introducessero in Italia).

 

 

A mio credere, dall’un lato vi fu aumento di territorio veneto in terraferma, dall’altro alleviamento di dazi; ecco le concessioni fatte da Berengario allo Stato insulare.

 

 

Noi sappiamo benissimo che il marchese d’Ivrea cercava allora partigiani da ogni lato, o cercava almeno di guadagnarsi aderenti contro Lotario, legittimo re d’Italia; l’amicizia quindi dei Veneziani gli era sovrabbondante compenso a quei sacrifici. Con tutto ciò è certo che Pietro Candiano III, trattando con Berengario, partì da criteri ben diversi da quelli del suo predecessore Giovanni II Partecipazio nel patto che strinse nell’883 con Carlo il Grosso, imperatore.

 

 

Da quest’ultimo era stato fissato che il Doge nulla avrebbe pagato per le merci che egli metteva in commercio per conto proprio. Invece il documento del 7 Maggio 948 nulla dice di questo privilegio del capo supremo dello Stato, ed ha soltanto di mira l’utilità generale dei Veneti.

 

 

Ne segue, così mi pare, che nelle lagune venete era in quel tempo sorto un potere che impediva al Doge d’agire con egoismo, come aveva fatto Giovanni Partecipazio.

 

 

Ma il marchese d’Ivrea non avrà forse fissate, in tale occasione, particolari condizioni a proprio vantaggio? I fatti mostreranno che egli non si dimenticò di sé stesso.

 

 

Dandolo narra più oltre: “dei tre figli, che aveva il doge Pietro Candiano III, l’uno era investito del vescovado di Torcello, l’altro, che portava il nome stesso del padre, fu assunto da questo qual correggente per istanza del popolo”.

 

 

E’ cosa singolare che il cronista Giovanni osservi pure che il Doge aveva tre figli, ma serbi un assoluto silenzio sul secondo e sul terzo, ricordando soltanto il correggente Pietro IV; mentre Dandolo dice almeno che il secondo figlio era vescovo di Torcello.

 

 

Ma, e del terzo che ne fu? Saremmo quasi in obbligo di supporre che egli non si trovasse in Venezia, ma in Costantinopoli, quale ambasciatore, ossia quale ostaggio, del padre.

 

 

Dandolo continua: “il figlio innalzato a correggente recava al padre grave cordoglio. Gli si sollevò contro, disprezzandone le ammonizioni, e spinse tanto innanzi la disobbedienza, che un giorno gli aderenti dei due partiti si stavano già di fronte per venire alle mani sul mercato di Rialto. Se non che, la massa preponderante del popolo si dichiarò in favore del vecchio e malaticcio padre, e decise d’uccidere lo scellerato figlio. E ciò sarebbe avvenuto, se il vecchio Doge non avesse pregato per la vita del giovane; per calmare il popolo dovette peraltro esiliarlo dal paese.

Quindi tutti i vescovi, il basso clero ed il comune dei cittadini si radunarono di pieno accordo e giurarono di non riconoscere mai più per Doge il figlio esiliato, né durante la vita, né dopo la morte del padre”.

 

 

Due classi dunque, clero e popolo, concorrono improvvisamente quali autorità politiche a decidere sopra un affare di Stato della più grande importanza; nulla di simile era accaduto in Venezia fin dai tempi remoti.

 

 

Ne risulta chiaramente che nelle isole venete successero allora fatti simili a quelli che avvennero a Roma negli anni stessi, od ottant’anni dopo a Milano, quando vi prese radice l’eresia dei patarini. Il resto sarà reso chiaro più innanzi.

 

 

Seguiamo ora da vicino il bandito. Dandolo e il cronista Giovanni, danno tutti e due le stesse notizie: “il giovane Doge, con due preti e dodici servi suoi propri, fuggì presso il marchese Guido, figlio di Berengario re d’Italia. Questi lo accolse con grande benignità e lo presentò al re, suo padre, che trattò pure onorevolmente il fuggiasco. Qualche tempo dopo, il giovane Doge accompagnò il marchese nella spedizione contro Spoleto e Camerino. Finita questa guerra, Pietro Candiano IV ottenne dal re d’Italia il permesso (ed i mezzi necessari) per vendicarsi dei Veneti.

A tale scopo egli allestì a Ravenna sei navi da guerra; colle quali poi assalì e prese sette bastimenti mercantili, che, diretti per Fano e carichi di molta merce, si trovavano in quel momento nel porto di Primaro, sulla foce meridionale del Po”.

 

 

Perché mai fuggì il giovane Doge alla corte di Berengario?

 

 

Come mai ottenne da questo così facili aiuti ad una guerra contro la propria patria? Evidentemente la ragione è questa: perché Pietro Candiano IV era già da lungo tempo in lega con la casa d’Ivrea.

 

 

Più volte abbiamo trovato, che l’assunzione del correggente serviva quasi sempre a scopi di partito. Ciò accadde pure ultimamente, quando Pietro Candiano IV ebbe parte al supremo potere insieme col padre: egli era stato imposto al vecchio Doge, e malgrado di esso, e fuor di dubbio per influenza della corte italiana.

 

 

Appunto perché la cosa stava così, avvenne che il figlio ordì ben presto trame contro il padre, e dimenticò sé stesso a tal punto da far infine scoppiare la guerra civile.

 

 

Ed ecco chiaramente spiegato il perché re Berengario accordasse volentieri ai Veneziani, con trattato del maggio 948, dei vantaggi apparentemente immensi. Egli lo fece ad un patto, che ora diventò manifesto: egli aperse così la via alla coreggenza dello scellerato ed ambizioso figlio del Doge.

 

 

Ciò vuol dire che il re Berengario meditava di rovinare lo Stato vicino, ricco e potente in mare, col mezzo della discordia da lui messa in seno alla famiglia ducale, e in questo modo pensava di assoggettarlo a poco a poco alla sua sovranità.

 

 

Però, oltre il vecchio Doge, che difendeva le leggi e gli ordini esistenti, oltre la corte d’Italia, che si serviva del figlio per sottomettere il padre, un’altra leva ancora cooperò al movimento che allora commosse la Venezia; e fu una leva interna, che spiegò per la prima volta in questa occasione una gran forza.

 

 

Prove di fatti, che io ho già riportato o riporterò più sotto, non lasciano alcun dubbio che una gran parte del popolo, e certo la più rispettabile, ambisse di conseguire i diritti politici. Questi devono essere stati i Veneti che sostennero il partito del padre, quando la ruppe col figlio; poiché noi sappiamo benissimo che il clero e il popolo insorsero contro il giovane Doge e si promisero con giuramento di non riconoscerlo mai più.

 

 

Il loro partito manifestamente credeva che gli sarebbe riuscito molto più facile, ottenere dal padre, anziché dal figlio, la concessione delle attribuzioni richieste. Esso però non deve essere rimasto affatto contento neppure del padre; perché, quando il figlio toccò un’altra corda, quando egli cioè volonterosamente accordò, come vedremo, tutto quello che voleva il terzo partito, allora accaddero quelle cose che Dandolo narra nel paragrafo seguente.

 

 

Clero e popolo, dimenticando il prestato giuramento, abbandonarono il vecchio Doge, richiamarono nel comune giubilo l’esiliato, e lo innalzarono al trono ducale.

 

 

Pietro Candiano III non morì già qual Doge nell’anno 959, ma sopravvisse alla propria deposizione, ed uscì di vita soltanto nei primi giorni del Giugno 960, dopo che l’ingrato suo figlio aveva introdotta nelle isole una nuova costituzione politica.

 

 

I cronisti tentano di celare tutto l’accaduto. Giovanni scrive: “il vecchio doge Pietro Candiano moriva dopo aver governato diciassette anni Venezia”.

 

 

Se questo Doge dunque salì al potere nel 942 (come attesta Dandolo) la sua morte dovrebbe cadere nell’anno 959. Più sotto il cronista Giovanni aggiunge questa proposizione: “si dice che Pietro Candiano III vivesse ancora non più di due mesi e quattordici giorni, dopo la cacciata del figlio”.

 

 

E’ fuor di dubbio che egli, con la parola cacciata, intende dire la fuga del giovane Doge alla corte di Berengario.

 

 

Anche Dandolo, d’accordo con Giovanni, nota che Pietro Candiano III moriva dopo diciassette anni di governo, il che vuol dire nel 959; poi fa egli pure la stessa osservazione del più antico cronista, ma cambiando una parola, dà tutt’altro senso all’intera proposizione.

 

 

Dandolo scrive precisamente così:  “si dice che Pietro Candiano vivesse ancora non più di due mesi e quattordici giorni, dopo l’elezione del figlio”. Tutte le espressioni sono le stesse, soltanto in luogo di ejectio Dandolo adopera la parola creatio. E’ verosimile la supposizione, che Dandolo abbia letto electio, anziché ejectio, nella cronaca di Giovanni, della quale saggiamente egli si giovò, ed abbia poi voluto migliorare la dizione con la parola più espressiva creatio.

 

 

Ad ogni modo però il caso non è questo; ed è Dandolo che ha ragione. Per un documento che addurrò in seguito, si vedrà chiaro come la luce del sole, che il vecchio Pietro Candiano sopravvisse (benché in realtà non più come Doge) due mesi e quattordici giorni per lo meno all’elezione del figlio, ossia, ciò che torna lo stesso, sino al termine dell’anno 959, secondo l’uso veneziano.

 

 

La cosa si spiega così: Dandolo e il cronista Giovanni trovarono tutti e due quella osservazione in una fonte medesima, in un antico catalogo dei Dogi.

 

 

Dandolo la conservò intatta per rispetto alla lettera del documento, benché non corrispondesse al contesto. Giovanni invece cambiò l’espressione, scrivendo ejectio invece di creatio, perché partiva dall’idea che la parola creatio si fosse introdotta nel testo per la variazione di ejectio in electio.

 

 

Ciò vuol dire che Giovanni non poteva comprendere come mai Pietro Candiano IV fosse Doge unico e governasse da solo fin dal termine dell’anno 959, se pure viveva ancora suo padre.

 

 

Sotto il dogado di Pietro Candiano IV la cosa pubblica cominciò a prendere in Venezia un nuovo indirizzo; e non soltanto perché vi sorsero certi ordini politici, che fino allora non s’erano mai conosciuti nelle lagune, ma perché una grande potenza straniera, quella degli imperatori sassoni e salici, influì anch’essa da quel momento in poi sempre più sui destini delle isole venete. Ottone, il fulvus leo, già si organizzava in Germania per venire a cingere in Roma la corona imperiale.

 

 

Arrivato a questo punto, che è come un centro di equilibrio e di naturale riposo, me ne stacco per trattare esclusivamente in parecchi capitoli speciali, della storia di Venezia fin verso la fine del secolo undecimo.