GFRORER: LA STORIA DI VENEZIA DALLA SUA FONDAZIONE ALL'ANNO 1084

 

 

 

XX. – Il doge Pietro II Candiano. L’Istria.

 

 

 

 

Il governo di Pietro II Candiano fu sul principio bellicoso. “Il nuovo Doge”, dice Dandolo, “fece molto pel suo paese; perché non contento dei confini ch’egli trovò, estese la dominazione dei Veneti sui vicini popoli, soggiogando gli uni colla forza, agli altri imponendo consoli di sua scelta, costringendo altri ancora a far lega con Venezia”.

 

 

A conferma di quanto dice lo storico vengono pure dei documenti, di cui parlerà ben tosto. Pietro Candiano diresse principalmente le sue armi contro gli abitatori di Comacchio. Dandolo continua così: “il Doge mosse con un esercito contro quei di Comacchio, perché avevano fatti prigionieri alcuni Veneti; prese ed incendiò la città, uccise la maggior parte degli abitanti, i superstiti portò con sé a Venezia prigionieri, e non diede loro la libertà se non quando ebbero giurato di volergli obbedire e di rispettare per sempre i suoi comandi”.

 

 

Le parole di Dandolo hanno evidentemente un significato tale da far credere che Pietro II Candiano abbia conquistata la città già suddita al Papa, non per Venezia ma per la propria casa. Del resto si vede chiaro che i Comacchiesi, già obbligati verso l’882 a fare atto di soggezione al doge Giovanni Partecipazio II, come sopra accennai, s’erano poi ribellati.

 

 

Il Doge fece la sua seconda conquista in Istria, ottenendovi la città di Giustinopoli (Capo d’Istria), e propriamente sotto forma di alleanza. Dandolo scrive: “Audeberto governatore, Giovanni giudice e Faragario avvocato del comune di Giustinopoli stesero un atto, col quale dichiaravano tributaria la loro città, promettendo che consegnerebbero ogni anno (alla camera di Venezia) cento anfore di vino, proteggerebbero inoltre ed anzi difenderebbero i Veneti in qualsiasi punto del loro territorio”.

 

 

Il documento relativo a quest’atto pervenne fino a noi, e questo in sostanza è il suo tenore: “In nome di Gesù Cristo, l’anno sesto della dominazione del signor nostro illustrissimo Ugo (provenzale) re d’Italia, indizione romana V, a dì 14 Gennaio, fu stipulato nella città di Giustinopoli”.

 

 

I contrassegni dell’epoca, l’anno sesto, Ugo, l’indizione romana V ed il 14 gennaio corrispondono pienamente fra loro; essi accennano per l’appunto il 14 Gennaio 932.

 

 

“Poiché Voi, signor Pietro, protospatario imperiale e glorioso duca de’ Veneti, figlio pure del compianto Pietro Candiano I doge, ci avete sempre accordata la vostra grazia, per modo che noi tutti potemmo girar sempre per i vostri territori senza alcun pericolo, godendo tutta la vostra protezione, ben prima avremmo dovuto manifestare la nostra gratitudine; ma ciò non avvenne finora per negligenza nostra. Ora però Noi risolvemmo di riparare alla nostra trascuratezza, ed in vero non già per violenza che ci possa mai esser fatta da altri, ma di spontanea volontà, e contenti in cuor nostro di farlo. Perciò Noi, Audeberto governatore, Giovanni giudice, Domenico giudice” – e qui seguono quattordici altri nomi di cittadini, senza però la designazione d’un dato ufficio – “tutti ci obblighiamo col generale consenso del nostro popolo d’offrire ogni anno in segno d’ossequio a Voi, finchè vivrete, cento secchioni (amphoras) di buon vino al tempo della vendemmia. Che se noi non adempiremo a quest’obbligo, finchè Voi vivrete; in tal caso ci dichiariamo fin d’ora debitori del doppio. Così noi promettiamo pure di proteggere e di difender sempre il vostro popolo (entro i confini del nostro territorio) da ogni ingiustizia, come anche d’osservare puntualmente ogni altro patto che fosse stato conchiuso tra Voi od i vostri e Noi od il nostro popolo, quando i vostri abbian fatto a Voi ricorso. Noi ci assoggettiamo ad una multa di 5 libbre d’oro ad ogni inosservanza di questi ultimi punti”.

 

 

Sul documento stesso, ma da tergo, seguono ancora le firme di cinquantotto cittadini egregi di Giustinopoli; ad esse però non è aggiunto alcun titolo ufficiale. M’immagino che questi, insieme agli altri venti nominati nel testo del documento, abbiano formato il gran consiglio di Capo d’Istria.

 

 

Il documento viene emanato in nome d’Ugo, re d’Italia. Capo d’Istria dunque, e con essa l’intera penisola, da cui quella riceveva più tardi il nome, riconoscevano il Provenzale qual signore, ma solo apparentemente.

 

 

Questo è certo, perché nel caso contrario i sottoscritti avrebbero dovuto addurre il permesso od il consenso del re prima d’ogni altra cosa, quando scrissero un patto di tale natura; e di ciò non troviamo nemmeno un cenno.

 

 

Il documento a dire il vero, stando alle apparenze, non dice altro se non che il comune di Capo d’Istria si prende l’obbligo di spedire ogni anno a Venezia cento anfore di vino; ciò che potrebbe essere assunto anche ai giorni nostri, da una casa commerciale qualsiasi per le autorità comunali d’un paese vicino, senza ombra d’infedeltà verso il proprio sovrano politico.

 

 

Ma in realtà la pergamena contiene un atto di riconoscimento della supremazia di Venezia; in quantochè da una parte vediamo gli abitanti della città assoggettarsi a pene precise in dati casi, nei quali evidentemente dovevano procedere le autorità giudiziarie venete; dall’altra essi promettono di proteggere le persone e i beni di Venezia in tutti i loro territori, e ciò invero senza riservare l’azione giudiziaria, che avrebbe dovuto seguire in nome del re d’Italia.

 

 

E chi non vede che il doge Pietro Candiano II, sottraendo una città a chi regnava di nome in Italia, salvò le apparenze, ma in fatto assoggettò Capo d’Istria alla sua signoria?

 

 

Due volte si fa intendere a chiare note nel testo, che l’obbligo dei Capodistriani di mandare il vino, deve durare solo quanto la vita del Doge.

 

 

E’ molto evidente: Pietro Candiano conquistava quella città non già per il comune dei Veneti, ma per sé o per la sua famiglia; e con ciò resta pure confermata l’ipotesi da noi prima espressa riguardo a Comacchio.

 

 

Supposto che il Doge non avesse rinnovato i patti in maniera che fossero validi anche per l’avvenire (protrazione, che al Doge doveva essere ben poco difficile l’ottenere), i Capodistriani non sarebbero più stati tenuti né a dare il vino, né ad adempiere gli altri articoli, dopo la morte di Pietro II.

 

 

Però il popolo di Venezia, volendo (cosa naturale e conseguente) una più lunga durata del patto, doveva con una deliberazione assicurare la successione al figlio del Doge; perché in tal caso non c’era dubbio che il padre avrebbe sacrificato ogni cosa per indurre i Capodistriani alla protrazione.

 

 

Concludiamo che Pietro Candiano si servì e della conquista di Comacchio e del patto stretto con Capo d’Istria, come di mezzi che dovevano assicurare l’eredità del ducato nella sua famiglia.

 

 

Finalmente noi apprendiamo da quel documento, che già nell’anno 932 Pietro Candiano non solo era Doge, ma portava anche il titolo di protospatario imperiale bizantino. Secondo tutte le apparenze, quest’ultima dignità gli fu concessa al tempo stesso, in cui l’imperatore lo confermava nel ducato.

 

 

La corte greca veramente deve aver agito con assai maggiore energia che non dicono i taciturni cronisti, sia per la dimissione di Orso Partecipazio ed il suo ritiro in convento, sia per l’elezione di Pietro Candiano II.

 

 

Ma Ugo, il re d’Italia, si adattò tranquillamente al patto del Doge col Comune di Capo d’Istria, ovvero non c’era forse nessuno in Istria, che rappresentasse il potere del re?

 

 

Un urto avvenne di certo, benché inefficace. Dandolo prosegue: “Siccome Winthero, marchese d’Istria, gravava i Veneti di straordinarie imposizioni, costringeva a duri e continui servigi gli affittaioli che lavoravano le terre istriane appartenenti a proprietari veneti, e sopra tutto negava giustizia ai Veneti quando la chiedevano; il doge Pietro Candiano adoperò con lui e con i suoi sudditi un mezzo conveniente ed efficace; egli proibì d’allora in poi qualunque commercio fra l’Istria e Venezia, sicchè nessun Istriano potesse avere relazioni con Venezia e nessun Veneto coll’Istria".

Ne venne di conseguenza che il marchese Winthero, e con lui tutti gli Istriani, ricorsero alla mediazione di Marino, patriarca di Grado.

In seguito alle rimostranze del Patriarca, il Doge levò il divieto; ma gli Istriani dovettero dal canto loro garantire: 1- che proteggerebbero le persone e le proprietà dei Veneti; 2- che non sarebbero più riscosse imposte illegali; e 3 – che, ogniqualvolta il re d’Italia macchinasse qualcosa contro Venezia, essi ne darebbero notizia al Doge, e gli procaccerebbero i mezzi per prevenire ogni danno”.

 

 

Il commercio di Venezia era salito a tale importanza, che l'Istria non poteva assolutamente fare a meno del libero scambio colle isole venete.

 

 

Il popolo istriano viveva in gran parte dei guadagni procacciatigli dai ricchi commercianti e dai possidenti di Venezia. Però l’assennata disposizione data dal Doge fece sì che il marchese abbassò il capo, se non altro per salvare le sue rendite minacciate. Il documento, sul quale s’appoggia Dandolo, è giunto anch’esso fino a noi, ed è anzi più eloquente del surriferito. Ne trascrivo duqneu il contenuto essenziale:

 

 

“In nome del Salvatore nostro Gesù Cristo, nel settimo anno della dominazione dell’illustrissimo re Ugo, e secondo della correggenza di Lotario, suo figlio, indizione romana VI, a dì 12 Marzo, stipulato in Rialto”.

 

 

Anche queste note dell’epoca concordano esattamente, e danno il 12 marzo 933.

 

 

“Noi Winthero, marchese, insieme ai nostri sudditi confessiamo d’aver danneggiato le possessioni del patriarcato di Grado, della casa ducale e delle altre sedi venete, nei territori di Pola e dell’Istria tutta; d’aver intercette delle somme, che gli Istriani dovevano pagare ai Veneti; confessiamo inoltre d’aver negata giustizia ed imposte contribuzioni illegali ai Veneti stessi, d’aver infine predate le loro navi ed uccisi i marinai; dalle quali cose ebbe poi origine una grave e sanguinosa lotta. Allora il glorioso duca signor Pietro (Candiano), spinto dall’offesa da noi fatta, pubblicò un divieto che proibiva ogni rapporto e scambio dei Veneti con gli Istriani, e degli Istriani con i Veneti”.

“Questa disposizione ci arrecava gran danno; perciò Noi ci siamo raccomandati supplichevolmente al signor Marino, patriarca di Grado, affinchè si degnasse d’intercedere in nostro favore presso il serenissimo Doge; la qual cosa potè quegli condurre poi a buon fine”.

“In conseguenza Noi, marchese Winthero e Giovanni vescovo di Pola promettiamo per parte nostra, ed in nome degli altri vescovi d’Istria e di tutto il popolo, quanto segue: 1° - da questo momento in poi noi non occuperemo né turberemo punto i beni, poseduti dal Patriarcato di Grado, o dalla casa ducale, dagli altri vescovadi delle isole od in generale da Veneti in tutti i territori di Pola e dell’Istria: queste proprietà saranno invece sempre rispettate e protette sia da Noi, che dai nostri. Noi riconosciamo pure in voi il diritto di far governare i vostri beni ed i fittaiuoli per mezzo d’ufficiali da voi mandati.

2° - Noi promettiamo di prestare l’aiuto della legge, perché siano pagati tutti i debiti, che i Veneti esigono dagli Istriani.

3° - Sono abolite tutte quelle imposte, che incompetentemente furono riscosse in questi ultimi tempi, e mantenuti soltanto quei dazi e pedaggi, che, esistendo per antica tradizione, si possono imporre a chiunque.

4° - Noi ci obblighiamo a sorvegliare, perché nessuna nave istriana sia usata ai danni delle venete, od arrechi molestia alla vostra flotta; ma noi vivremo invece sempre in pace con Voi; e tratteremo i Veneti come ce lo comandano la legge e la giustizia.

5° - Se mai il re comanderà qualche cosa, la quale possa pregiudicare i Veneti, noi promettiamo di darvene notizia più presto che sia possibile, affinchè i minacciati siano a tempo di ritornare incolumi alla patria loro”.

“Noi assumiamo tutti questi obblighi, non per parte nostra soltanto, ma anche pei nostri successori e pei futuri eredi. Ma se per caso i beni del Patriarcato di Grado o della casa ducale, degli altri vescovadi veneti o di qualunque altro fedele vostro, dovessero essere danneggiati, ci colga l’ira vendicatrice dell’onnipotente Iddio e dei suoi Santi. Ci dichiariamo inoltre tenuti, Noi e i nostri eredi, a pagare in tal caso una multa di cento libbre di oro puro al vostro palazzo ducale, della quale somma una metà apparterrà agli offesi, l’altra alla corona del re d’Italia”.

 

 

 

Il documento è sottoscritto da Winthero marchese d’Istria, da due vescovi, ed oltre a ciò da sedici maggiorenti delle terre istriane di Pola, Cittanuova, Pirano, Capo d’Istria, Mugla e Trieste.

 

 

In esso è inoltre fissato, che debbano giurare il patto contenuto nel documento sette cittadini di Pola, fra cui un tribuno; due di Cittanuova, entrambi parenti di quel vescovo, Firmino; quattro cittadini di Pirano, uno dei quali giudice; quattro di Capo d’Istria, fra cui il governatore Aldeberto; due di Mugla e tre di Trieste, dei quali pure uno era governatore. Di tutti poi è riferito il nome.

 

 

Mentre nelle sottoscrizioni del testo si parla della città di Giustinopoli, questa è invece detta Capra, laddove si espongono i nomi di coloro che devono giurare. Essa però aveva tutti e due i nomi; e poiché in Italia c’erano più Caprae l’istriana veniva distinta col soprannome, cioè Caprae d’Istria.

 

 

Da questa espressione sorse poi più tardi, pel solito raddolcimento delle parole aspre, la nuova forma di Capo d’Istria. Le città istriane di Pola, Pirano, Cittanuova furono più volte ricordate e il sito loro designato nel presente saggio della storia di Venezia. Qui però s’aggiungono Tergeste, la moderna Trieste, e il porto di Mugla, detto oggidì Muggia, che giace a mezza via fra Trieste e Capo d’Istria.

 

 

Le trattative e i patti, contenuti nel documento del 14 gennaio 932, si fecero a Capo d’Istria, mentre la stipulazione del secondo (12 Marzo 933) avvenne invece a Rialto.

 

 

Il marchese Winthero e gli altri, che con lui sottoscrissero, avevano dovuto recarsi a Venezia; poiché è naturale che al Doge stesse non poco a cuore d’imporre a questi Istriani tutta la sua potenza. Ed invero gli riuscì fatto in modo vantaggiosissimo. Benchè gli Istriani non si obbligassero ad un annuo tributo, come i cittadini di Capo d’Istria l’anno precedente, rinunciarono però in primo luogo al diritto d’imporre mai più nuove contribuzioni ai Veneti, che possedevano beni o commerciavano in Istria.

 

 

Secondariamente, essi assoggettarono i tribunali d’Istria alla sorveglianza del Doge, promettendo di far pagare immediatamente tutti i crediti dei Veneti.

 

 

Ora un Veneto, per citare al pagamento un Istriano, si rivolgeva prima al tribunale competente nell’Istria; se poi vi trovava delle difficoltà, ricorreva al Doge, e ben tosto dalla corte ducale eran colà spediti immancabilmente certi scritti che mettevano le ali a quei giudici.

 

 

In terzo luogo gli Istriani riconobbero nei Veneti il diritto di stabilire liberamente sul suolo della penisola degli ufficiali, quali amministratori dei terreni appartenenti agli isolani.

 

 

Quarto infine, essi cedettero ai Veneti piena e libera giurisdizione entro i confini delle suddette possessioni: nessun magistrato d’Istria potè più toccarle.

 

 

Tutto questo però è quasi nulla in confronto a tre nuovi vantaggi, che il Doge seppe acquistare col trattato del Marzo 933.

 

 

Gli Istriani rinunciarono in quinto luogo al diritto di far guerra contro ai Veneti; conforme a questo patto, nessuna nave istriana poteva più uscire a danno delle isole venete. Essi riconobbero in sesto luogo la supremazia del Doge e dei suoi giudici sull’Istria, obbligandosi a pagare in certi casi l’enorme multa di cento libbre d’oro; poiché da quel momento in poi competeva ai soli tribunali di Venezia il decidere quando e perché dovesse essere applicata la pena stabilita nel trattato.

 

 

Finalmente, in settimo luogo, e questo fu il vantaggio più importante, essi assunsero l’obbligo formale di tradire il re d’Italia, loro sovrano, assicurando il Doge che gli si darebbe immediatamente notizia se mai fosse per scoppiare qualche ostilità contro Venezia per opera della corte italiana.

 

 

Poiché chi rivela i segreti del proprio sovrano a un vicino, che nello stesso tempo è un nemico, come in questo caso, si giudica e si giudicò sempre reo d’alto tradimento.

 

 

Il Doge seppe benissimo ciò che fece, introducendo nel trattato quell’articolo che attribuisce metà della multa alla corona d’Italia; questa determinazione ha evidentemente lo scopo di addolcire la pillola. Ma, in fondo, essa contiene un nuovo insulto alla corte italiana di allora; vi si sottintende, cioè, che chi si presenta in Pavia con un sacco riboccante d’oro, può commettervi quel che vuole impunemente, e calpestare financo la corona del re.

 

 

Insomma il trattato del Marzo 933, contemplato nella sua vera luce, è un atto, in forza del quale l’Istria si assoggettava al Doge con i più stretti vincoli; ed in quell’atto nulla fu risparmiato, fuori dell’apparenza, o, se così si vuole, fuori del nome dell’illustrissimo Ugo, re d’Italia.

 

 

Entrambi i documenti, quello del Gennaio 932 e l’altro del Marzo 933, ci spiegano pure i mezzi, coi quali riuscì al Doge di fare tanti progressi nell’Istria senza usare della spada.

 

 

Da essi risulta che non soltanto il Patriarcato di Grado, ma anche gli altri vescovadi delle isole venete possedevano molti beni stabili in diverse parti della penisola. Gli acquisti di tali beni avranno avuto il loro inizio ai tempi, in cui Grado esercitava la supremazia ecclesiastica sull’Istria.

 

 

Ma, da allora in poi, i Veneti non mancarono di allargare l’edificio della loro fortuna sulle fondamenta già poste. Oltre le sedi della Venezia, si presentano pure quali grandi possidenti in Istria e la casa ducale e singoli cittadini veneti, che son designati colle parole “fedeli del duca”.

 

 

L’espressione Palacium ducis vi è adoperata rettamente, perché quelle terre non appartenevano alla persona di questo o di quel Doge, ma alla sede ducale; esse erano beni demaniali del dogato: precisamente come nei passati imperi germanici i beni della corona, i quali, all’estinguersi di una dinastia, cadevano sotto il dominio della nuova.

 

 

A dire il vero, Pietro Candiano II aveva tentato, come dimostrammo, d’appropriarsi i vantaggi ottenuti con la conquista di Comacchio, e con la conclusione del trattato con Capo d’Istria. Ma la convenzione istriana è una prova, che egli abbandonò più tardi quell’idea, poiché gli Istriani non vi si obbligano a mantenere questo secondo patto per sé soltanto, ma anche a nome dei loro discendenti e dei più lontani eredi, il che vuol dire per sempre.

 

 

Per il silenzio delle fonti non è possibile decidere, se Pietro Candiano II abbia stipulato la proroga spontaneamente o costretto. Io credo che lo facesse costretto, e son certo che in Venezia non avrà mancato chi condannasse altamente le determinazioni prese nel primo trattato, e costringesse il Doge a concludere anche il secondo, non pr sé solo, ma anche per lo Stato.

 

 

Sia poi come si voglia, è fuor di dubbio che la penisola si trovò di fatto quasi in potere del Doge, poiché il Patriarcato di Grado, i vescovadi delle isole, la casa ducale e molti Veneti ricchi vi ebbero acquistati tutti quei beni, ossia (esprimendoci modernamente) dappoichè una grande quantità di denaro veneziano fu impiegato sul territorio e nei fondi dell’Istria.

 

 

Conviene notare che quei possessori, per mezzo dei loro rappresentanti, non solo comandavano ad un buon numero di contadini addetti ai fondi, ma avevano altresì occasione d’entrare in molteplici relazioni d’affari con distinti signori del paese, di procacciar guadagni alle classi medie ed infine con le imprese commerciali e con i lavori d’arte, fino a corrompere od altrimenti di guadagnarsi gli ufficiali istriani: in breve il paese si era reso da essi dipendente per la grave influenza del possesso dei fondi e della ricchezza.

 

 

Che la cosa fosse veramente così, ce lo prova l’effetto prodotto dalla proibizione fatta dal Doge di commerciare con l’Istria. Passato appena un anno, il marchese Winthero e i suoi compagni corsero precipitosi a Grado ad implorarvi la mediazione del Patriarca, e supplicarono pace ed amicizia.

 

 

Li aveva colpiti un male, che nel medio evo era tanto sentito, quanto lo è ancora oggi: la circolazione del danaro era sospesa in tutto il paese!

 

 

Tutti e due i documenti per ultimo spargono inoltre luce sulle condizioni interne dell’Istria. Dandolo nota, che l’imperatore Lodovico il Pio, pregato da Fortunato, patriarca gradense (che allora formava nell’Istria un partito fondato su valide basi), concesse agli Istriani il diritto di eleggere liberamente i loro capi spirituali e temporali, vescovi, abati, rettori, governatori, tribuni ed ufficiali.

 

 

La provata esecuzione dei due trattati anzidetti ci attesta che l’espressione di Dandolo è vera, ed allo stesso tempo, che la concessione del Carolingio fruttò sovrabbondantemente. Ufficiali ed autorità popolari appaiono nell’Istria in gran numero: sopra tutti, quale capo dell’intera provincia, si eleva un marchese, il quale non può essere stato eletto senza la cooperazione del popolo.

 

 

Perciò egli agisce come uomo che deve fare quello che vuole la moltitudine, e si adatta, per amore o per forza, a lasciarsi prendere ai lacci, che gli Istriani, a lui subordinati, gli hanno teso ad un cenno del Doge.

 

 

In secondo luogo troviamo in Capo d’Istria un Aldeberto, che vien detto Loco positus, governatore, e che, a quanto sembra, governava la città per ordine del marchese; oltre di lui quattro scabini, ossia giudici di città, ricordati col loro nome; poi un magistrato, che porta il titolo d’avvocato di tutto il popolo e che, a mio parere, patrocinava la causa delle classi inferiori presso i rappresentanti della città; infine un numeroso consiglio.

 

 

Così è menzionato a Pola un tribuno, in Pirano un giudice, a Capo d’Istria, come anche a Trieste, un governatore (loco positus). Nelle altre cinque città dev’esservi pure stato un consiglio; poiché quegli abitanti, addotti col loro nome, che giurarono insieme alle suddette autorità nel trattato del Marzo 933, non possono essere stati se non membri del consiglio della propria città.

 

 

Il passaggio immediato da una ruvida oppressione feudale al governo libero ed indipendente è sempre pericoloso; ma esso arreca oltre a ciò una quasi certa rovina, allorchè vi si frammettono degli stranieri, che proclamando di voler sostenere la libertà del vicino, come fece Fortunato in Istria, tirano poi di fatto l’acqua al loro mulino, dando in cambio magnifiche parole.

 

 

I ricchi Veneti, residenti nella penisola, avevano trovato fuor di dubbio i mezzi opportuni a far nascere dei partiti ed a seminarvi la discordia; poiché risulta dal trattato del Gennaio 933 che, ad onta della subordinazione di tutta l’Istria alla signoria del marchese, la città di Giustinopoli s’era staccata dalle altre, e trattava da sola a solo col Doge.

 

 

Questo fatto sollevò da principio l’ira delle rimanenti; e queste si vendicarono, come dice il documento, assalendo le navi venete, ed anche probabilmente perseguitando i Capodistriani.

 

 

In breve però le città della penisola imitarono l’esempio di Giustinopoli, e costrinsero il loro marchese a concludere simili patti col Doge; nella qual cosa è certo che i possidenti veneziani misero un’altra volta le mani in pasta.

 

 

Un altro punto deve pure essere preso in considerazione: lo zelo, cioè, con cui Pietro Candiano II accrebbe all’esterno la signoria di Venezia. Dandolo ricorda con vanto, che il Doge impose dei consoli ad alcuni popoli vicini.

 

 

Ora questo atto non riguarda forse anche l’Istria? Io credo di sì. La parola console è un’espressione, che fin dal X e dall’XI secolo, fu usata invece dell’altra solita comes ossia conte.

 

 

Quarant’anni dopo stretta la convenzione del Gennaio 932, accanto ad un loco positus ossia governatore di Capo d’Istria, si presenta pure un conte, Siccardo, che rinnova il primo trattato ed agisce quindi a favore di Venezia.

 

 

E’ quasi impossibile dubitare che questo conte sia stato nominato senza la cooperazione del Doge. Era ben naturale che i Veneziani non s’accontentassero punto dell’assicurazione data nel trattato, per cui gli Istriani avrebbero sempre messo il Doge in guardia contro ogni possibile assalto del re d’Italia, né mai armata una nave ai danni delle isole venete; infine queste erano nude parole e nulla più.

 

 

Per mettersi al sicuro, essi dovettero fare in modo che gli uffici e le magistrature principali della penisola toccassero ad uomini, che dipendessero da loro, che venissero innalzati dal loro favore, che potessero ricadere nel nulla per la loro collera. Ai Veneti non piacevano le mezze misure.

 

 

Non si può negare che il doge Pietro Candiano meritasse la lode, che Dandolo gli attribuisce, per le imprese condotte a termine nei due primi anni ()32-933) del suo governo. Ma l’attività di Pietro Candiano è come troncata a mezzo nell’anno 933, benché egli sopravvivesse e restasse Doge fino al 939: anzi Dandolo non sa narrarci più nulla affatto sulla rimanente vita di costui.

 

 

Rammentiamoci ora che, secondo le espressioni del cronista Giovanni, il figlio del Doge, che portava il nome del padre ed era stato mandato alla capitale d’Oriente appena quest’ultimo era salito al potere, vi rimase due anni e poi rimpatriò; rammentiamoci inoltre che Pietro Candiano, dopo il ritorno del figlio, governò cinque anni ancora.

 

 

Conseguenza evidentissima si è, che il figlio rientrò in Venezia al cominciare dell’anno 934, e che quindi l’attività del padre corrisponde all’assenza, ed al contrario la sua inazione corrisponde al ritornare del figlio.

 

 

Non si direbbe che insieme al figlio siano giunti da Costantinopoli dei rimproveri, che reprimevano l’avidità conquistatrice del padre e lo costringevano ad un inoperoso silenzio?

 

 

Di fatto un Doge, come Pietro Candiano II, che sapeva condursi con tanta avvedutezza, non poteva piacere alla corte bizantina. Un altro appoggio all’opinione qui esposta ce l’offre il fatto, che dopo la morte di Pietro Candiano non salì al trono ducale di Venezia suo figlio, ma il rampollo di un’altra famiglia.

 

 

Dandolo dice: “Pietro Candiano, dopo aver regnato per sette anni compiuti, lasciò questa terra. Poscia nell’anno di Cristo 939 fu presa la determinazione di creare doge Pietro Badoario”.

 

 

Dandolo certo a bella posta evitò il verbo “eleggere”, e parla invece di una risoluzione che diede il nuovo Doge. Lo storico accenna così copertamente all’influenza dell’imperatore d’Oriente.