GFRORER: LA STORIA DI VENEZIA DALLA SUA FONDAZIONE ALL'ANNO 1084

 

 

 

XVII. Il doge Orso e la sua lite col patriarca Pietro di Grado – Proibizione del commercio di schiavi.

 

 

 

 

Bellicoso fu il governo del nuovo doge Orso Partecipazio. Dandolo narra: “Orso uscì colla flotta contro Domagoi, principe degli Slavi meridionali; il quale tempo addietro aveva arrecato dei danni ai Veneti. Ma lo Slavo non osò venire alle mani, e si sottopose alle condizioni che il Doge gli prescrisse, offrendo ostaggi e prestando indennità; il Doge poi ritornò trionfante in patria”.

 

 

Dandolo non dà l’epoca precisa del fatto, e noi non possiamo indovinarla che dall’ordine cronologico, con cui egli espone gli avvenimenti. La prima spedizione contro gli Slavi accadeva già, a quanto pare, nell’anno 864 od 865. Dalla fonte stessa abbiamo quest’altra notizia: (verso l’870) “Orso colla sua flotta fece vela per Taranto, nelle cui vicinanze si trovavano le forze navali dei Saraceni, assalì il nemico e riportò una splendida vittoria”.

 

 

Con tutto ciò i Saraceni, circa sei anni dopo, arrischiarono un colpo contro Grado; ma non passò impunito.

 

 

Dandolo continua: “I Saraceni piombarono sulla città di Grado; pure a nulla riuscirono ad onta dei loro assalti per due giorni; poiché gli abitanti fecero valorosa resistenza. Il doge Orso, appena ne ebbe notizia, spedì suo figlio Giovanni a soccorrere i Gradensi con una flotta. Ma i nemici non attesero l’arrivo di Giovanni, voltarono invece e nel ritorno devastarono la città di Comacchio”.

 

 

Dandolo aggiunge poi che Giovanni, figlio d’Orso, fu dai Veneti eletto a coreggente nel ducato, in segno di gratitudine pei servigi prestati.

 

 

Gli Slavi meridionali, spaventati dalla crescente potenza di Venezia, avevano osservata la pace in questi ultimi tempi, ossia non avevano commessa alcuna rapina a danno dei cittadini delle lagune. Essi continuarono tuttavia a spogliare altri loro vicini.

 

 

Ma il doge Orso Partecipazio non sofferse più nemmeno questo: “gli Slavi erano sbarcati nell’Istria e devastavano le città di Umago, Cittanova, Cervere, Rovigno. Il Doge, saputolo, vi si recò con trenta navi, assalì i pirati, e li battè per modo che ben pochi sfuggirono. Egli allora restituì a quelle chiese tutti gli oggetti loro rapiti; inoltre lasciò in libertà i prigionieri dalmati, poichéfra i Veneti e quei popoli esisteva un patto, per cui nessuno dell’una parte o dell’altra poteva esser privato della libertà. Tuttavia i Dalmati si credettero offesi dall’intervento del Doge, e ruppero i trattati di pace per l’addietro conclusi; questi trattati però furono bentosto rinnovati in seguito alla morte poco dopo avvenuta di Domagoi, principe degli Slavi. Ma il Doge ne escluse espressamente i Croati della Narenta, siccome i nemici più ostinati dei Veneti. Orso spedì contro a questi ultimi un esercito, che li represse duramente”.

 

 

L’Istria, come sarà in seguito dimostrato, stava anche allora tra Franchi e Veneti, ossia era contesa, se vogliamo così esprimerci, fra le sedi patriarcali di Aquileia e di Grado. Però non si può ammettere che le suddette città, saccheggiate dai pirati slavi, obbedissero al Doge nel momento dell’invasione di questi ultimi; poiché in tal caso Orso non avrebbe certamente donata la libertà ai prigionieri, ma si sarebbe fatto rendere ragione dei patti mancati.

 

 

Che se Orso trattava gli Istriani come se avessero diritto a protezione, lo faceva evidentemente per procacciarsi la buona opinione del paese, e preparare così la futura signoria di Venezia sulla penisola: ciò che riuscì di fatto al Doge suo successore.

 

 

Carlo il Grosso, coronato imperatore da papa Giovanni VIII nella primavera dell’881, ultimo discendente di sua famiglia ed ultimo restitutore (benchè per breve tempo) dell’unità dell’impero franco, tenne corte a Ravenna nel febbraio dell’882. Egli vi rinnovava pure per altri tre anni, secondo la testimonianza di Dandolo, gli antichi trattati esistenti tra i Veneti e i sudditi del regno italico con essi confinanti, e deliberava inoltre che da allora in poi i Veneti e gli italici della costa vicina dovessero difendersi in comune e reciprocamente dagli assalti dei pirati slavi.

 

 

Ciò vuol dire, a mio parere, che l’ultimo Carlo, non potendo disporre di forze navali al pari dei suoi sudditi lombardi, riconosceva col fatto alla mano che Venezia sola possedeva i mezzi per tenere in freno gli Slavi, ed incaricava quindi il Doge delle isole venete della difesa delle coste orientali d’Italia.

 

 

Non si può negare che Dandolo abbia attinto tale notizia da un documento; ma se in esso si trovava veramente il nome di Orso, ne segue che il Doge, la cui morte è da Dandolo segnata all’anno 881, usciva di vita almeno un anno dopo.

 

 

Né presso il cronista Giovanni, né nelle opere di Dandolo si incontra mai che la corte bizantina fosse in rapporto qualsiasi col Doge, se non verso la fine del governo di Orso. Dopo che Orso con i suoi fatti d’arme ebbe costretti i nemici a temerlo, gli amici a stimarlo, allora soltanto l’imperatore gli si fece incontro con dimostrazioni di favore.

 

 

Dandolo nota: “l’imperatore greco Basilio spedì al Doge il titolo di Protospatario e ricchi doni. Orso, riconoscente di questo onore, ne fece il ricambio con dodici grandi campane. Conviene notare che fino allora le campane non si conoscevano in Grecia, e appena adesso vennero in uso”.

 

 

Ciò sembra avvenuto nell’ultimo anno di Orso. Non è ricordata alcuna relazione fra la corte greca e Venezia sotto i figli di lui, che lo seguirono sul trono ducale, mentre invece subito dopo appaiono ripristinati gli antichi vincoli d’amicizia.

 

 

E che risulta provato da tali fatti?

 

 

Questo, a modo mio di vedere: che Orso, già al cominciare del suo governo, era venuto in rotta coi Greci, credendo da essi offesa la propria famiglia. La narrazione che abbiamo esposto più addietro, secondo la quale il doge Giovanni Partecipazio, proavo di Orso, sarebbe stato sacrificato dall’imperatore, è perciò confermata dagli avvenimenti successivi.

 

 

Orso attese pure ad opere di pace. Dandolo dice: “il doge fece erigere un palazzo nella città di Eraclea, donde provenivano gli avi suoi; egli deliberò inoltre che fossero prosciugate le paludi di Rialto e fabbricate nuove abitazioni verso oriente; congiunse pure l’isola di Dorsoduro con la città di Venezia. Da tempo antico esistevano discordie e litigi fra i Veneti e quelli del Friuli. Orso li conciliò, concludendo un trattato, che portava le determinazioni seguenti: il patriarca di Aquileia Walperto promette di non molestare più la sede metropolitana di Grado, e di non turbare in qualsiasi modo i diritti della medesima. Dall’altra parte il doge Orso si obbliga, vita sua durante, a concedere in favore dei Friulani il libero uso del porto di Pilo; chiedendo in compenso che quei popoli lo riconoscessero per Doge, non imponessero contribuzioni straordinarie ed esorbitanti sulle compere e vendite di merci dei Veneti, proteggessero inoltre i quattro magazzini, che il Doge possedeva, come sua proprietà, sul mercato di Aquileia, non esigessero infine alcuna imposta sugli affari commerciali, che Orso facesse per proprio conto”.

 

 

Anche questa volta si vede benissimo che Dandolo attinse ad un documento quanto vien dicendo sul trattato. Un altro documento ci fa sapere che tale convenzione fu conclusa nell’anno 880. Orso Partecipazio esercitava dunque il commercio dopo di essere stato già Doge per sedici anni, e sapeva condursi in modo da non pagare alcuna imposta nei vari luoghi, dove invece gli altri Veneti dovevano assoggettarvi le loro merci. Benchè poi il trattato dell’880 assicurasse la sede di Grado dalle offese di Aquileia, non le restituiva però mai l’Istria. Esistono al contrario delle prove, che Walperto d’Aquileia godeva della supremazia metropolitana non soltanto sull’Istria, ma anche sulla lontana Dalmazia. Egli di fatto s’era collegato a Fozio di Costantinopoli contro Papa Giovanni VIII per scopi di ambizione, e le chiese di Dalmazia gli erano state aggiudicate dall’imperatore quale ricompensa del tradimento.

 

 

Mi resta da raccontare una importante rivoluzione ecclesiastica, che accadde sotto il ducato di Orso. Questi ebbe col patriarca Pietro di Grado una lite, che parve quasi un preludio della lotta tra Gregorio VII ed Enrico IV di Germania. Più volte ebbi l’occasione di dimostrare che fin dai primordi della comunità veneta vi dominava il principio di opprimere il clero, riducendolo alla condizione di servo dello Stato; i vescovi delle isole venete, di solito figli o cugini delle famiglie dei mercanti che dominavano, vi prestavano mano spontaneamente.

 

 

Ma al tempo di Orso salì alla sede di Grado un grand’uomo, uno degli eletti, che non si prestò agli abusi. Andrea Dandolo si sbriga con poche parole di tale argomento, che ripugnava al suo gusto, alle sue idee personali. Poiché egli era così veneziano pienamente, da trovar naturale l’oppressione del clero, e da giudicare su questo punto speciale 8e altronde con profonda finezza) come un Bizantino o come un Berlinese dei nostri giorni.

 

 

Voglio addurre due esempi. Prima di riferire il sopra citato documento, in virtù del quale i dogi Angelo e Giustiniano Partecipazio privarono (nell’819) il Patriarca di Grado della sorveglianza sul monastero di S.Ilario, Dandolo fa precedere, con vera compiacenza, le seguenti parole: “dalla pergamena che vien qui appresso si può vedere nel modo più chiaro immaginabile, che la giurisdizione sul clero del paese spetta al doge di Venezia (e non al patriarca od al pontefice)”. […]

 

 

Il cronista Giovanni dà notizie più espresse che quelle di Dandolo. Altronde noi conserviamo ancora parecchi atti della cancelleria romana intorno a quella questione. Il patriarca Vitale era morto nell’873; gli fu eletto a successore un uomo senza antenati, di nome Pietro, il quale però godeva della stima universale. “Il diacono Pietro viveva santamente”, dice il cronista, “e conosceva inoltre molto bene la grammatica”.

 

 

Non si creda superflua la seconda notizia. Fu appunto nella seconda metà del secolo nono e nella prima del decimo, che una vergognosa ignoranza della lingua latina si estese nel clero, come si vede nelle cronache e nei documenti di quell’epoca, in cui essa ci si presenta così ributtante. Tale vergogna va però attribuita in gran parte al difetto dei mezzi di educazione; solo colui che sente una vera vocazione al sacerdozio sarà sempre in grado di supplire ai sussidi mancanti con l’attività propria, foss’anco leggendo incessantemente il Breviario. Quei sacerdoti, che non hanno una familiarità conveniente colla lingua latina, provocano anticipatamente un giudizio sfavorevole alla loro virtù.

 

 

Il cronista Giovanni continua così:  “Pietro, accorgendosi che si voleva farlo Patriarca, fuggì nella terraferma d’Italia, e soltanto colle preghiere più insistenti fu indotto a ritornare e ad accettare la dignità”.

 

 

Ben presto egli venne a contesa con il doge Orso; e perché?

 

 

“Nel monastero di Altino viveva un abate, di nome Domenico, il quale tempo addietro, mentre era ancora monaco, si era evirato ed era fuggito a Spoleto, poiché una punizione ecclesiastica l’aveva colpito per incontinenza carnale”. Verso il secolo nono e nel decimo fu moda presso la chiesa greca, impura e servile, di evirare fin dai primi anni di vita quei fanciulli che erano destinati al ministero sacerdotale.

 

 

La bolla di scomunica, deposta sull’altar maggiore di S.Sofia nel sabato 16 luglio 1054 dal cardinale Umberto e dai suoi compagni, legati di papa Leone IX, contiene fra le altre cose il rimprovero: che i Greci eleggono a vescovi degli eunuchi. Tali orrori devono dunque essere stati frequenti e generali. E’ noto che la chiesa latina non li sopporta, perché, secondo la sua dottrina e gli usi suoi, la castità del chierico non deve essere il freddo risultato del coltello, ma l’opera viva della virtù libera.

 

 

La nobiltà di Venezia intendeva invece la cosa alla bizantina. Domenico, benchè fosse fuggitivo ed evirato, pure fu fatto abate d’Altino (evidentemente per influenza di famiglia), e quando la sede di Torcello rimase vacante per la morte del vescovo Senatore, il doge Orso volle insediarvelo quale successore di quest’ultimo. Ma il patriarca Pietro si oppose, e negò di consacrarlo. A questo punto le notizie lasciateci dal cronista Giovanni proseguono interrotte da lacune.

 

 

Egli dice semplicemente: “il nobile Patriarca perdette il favore dei dogi, avendo scomunicato l’abate perinsubordinazione, e fuggì in Istria”. Più sotto dà poi queste notizie: “il signor Patriarca ritornò da Grado a Rialto (Venezia), e vi si trattenne un anno intero. Siccome però non gli fu possibile ottenere pace dal Doge riguardo all’eletto di Torcello, non trovandosi in grado di fare resistenza più lungamente, fuggì segretamente da Venezia a Roma presso il papa Giovanni VIII, che protesse e tenne seco per un anno il fuggiasco”.

 

 

La cosa si presenta in modo da far credere che il Patriarca sia stato in continue trattative con il Doge. Risulta però dai documenti romani, dei quali si dirà ben tosto: 1. Che si venne a formale rottura fra il Doge e il Patriarca; 2. Che parecchi vescovi delle isole dimenticarono il loro dovere verso la Chiesa, per modo da collegarsi insieme al Doge stesso contro al loro capo spirituale; 3. Che Orso investì l’eletto della dignità senza riguardo alcuno al rifiuto di Pietro, adoperando anzi da ultimo le violenze contro il Patriarca stesso; 4. Che Pietro si sottrasse ad ulteriori maltrattamenti, fuggendo a Roma.

 

 

Papa Giovanni VIII spedì sulla fine dell’876 e nell’anno seguente (senza dubbio quando Pietro viveva fuggiasco in Roma) una serie di bolle riguardo a quella contesa: una anzitutto al doge Orso, data a dì 24 novembre 876, in cui egli lo invita a far partire i vescovi delle isole per Roma, dov’era stato indetto un concilio al 13 febbraio dell’anno appresso, affinchè l’affare del patriarca Pietro potesse essere posto in chiaro con il loro intervento. Nello stesso tempo ordina che il vescovo Felice di Malamocco, essendo ammalato, mandi un suo rappresentante; ma che Pietro di Jesolo invece, avendo ricevuto l’incarico di una ambasceria a Costantinopoli, si debba trovare in persona al concilio, se però non fosse già partito per l’Oriente.

 

 

Giovanni VIII con un secondo scritto sospende dalla comunione ecclesiastica, finchè non prestassero obbedienza, i vescovi Felice e Pietro di Jesolo, che erano insorti contro il loro Patriarca, né si erano presentati a Roma, benchè ripetutamente citati a comparirvi. Il Papa soggiunge che essi dovevano senza indugi o comparire in persona o mandare plenipotenziari al concilio indetto a Roma pel febbraio 877.

 

 

In un terzo scritto, pubblicato come il precedente a dì 1 dicembre 876, cita per la terza volta Domenico, che si faceva chiamare l’eletto di Torcello, dinanzi al prossimo concilio in Roma, sotto pena della scomunica maggiore. In un quarto, con la stessa data, il Papa rimprovera al doge Orso di non avere mandato a Roma Domenico di Torcello, il così detto eletto, contro alla promessa datagli; lo avverte pure che Domenico, come anche i vescovi Pietro di Jesolo e Felice di Malamocco, erano già citati a presentarsi al concilio sotto pena di scomunica. Egli annunzia la stessa cosa ai vescovi Domenico di Olivolo e Leone di Caorle con una quinta lettera, e li prega di sostituire i citati durante l’assenza loro.

 

 

Il concilio romano, già indetto, non ebbe luogo, a quanto sembra, per cause ignote; poiché il Papa al 27 maggio dell’anno seguente (877) inviava al doge Orso uno scritto, in cui lo rimproverava della disobbedienza e della mala accoglienza fatta ai legati romani, aggiungendo pure l’intimazione al Doge stesso ed ai vescovi tutti della Venezia di dover comparire senza indugi ad un concilio italiano in Ravenna, il 24 giugno dell’anno stesso.

 

 

Giovanni VIII soggiungeva poi:  “non è certamente nostra intenzione di mettere in fondo i vescovi della Venezia, ma di rimediare piuttosto al disordine, che domina nella vostra provincia, e di conciliare secondo i canoni le liti imminenti fra codesti vescovi e il Patriarca loro capo”.

 

 

Come suole accadere in simili casi, i nemici della Chiesa avevano sparsa voce che il Papa volesse abbattere l’ordine di cose esistente allora in Venezia. Giovanni VIII esorta poi con un altro scritto i vescovi di Jesolo e di Malamocco a trovarsi in Ravenna per il 24 giugno.

 

 

Il concilio già fissato dovette essere prorogato al 22 luglio per affari urgenti, che costrinsero il Papa a recarsi nei paesi meridionali. Esiste uno scritto di Giovanni VIII con la data del 19 luglio 877, in cui egli ne dà notizia al doge di Venezia, e lo invita a venire a Ravenna insieme coi vescovi delle isole venete.

 

 

Questo concilio fu in effetti tenuto. Sulle circostanze e sugli avvenimenti di esso il cronista Giovanni ci dà le seguenti notizie: “Papa Giovanni VIII venne da Roma a Ravenna in compagnia del patriarca Pietro di Grado, e con essi si radunarono in concilio settanta capi di chiese italiane. Vi erano citati anche i vescovi Pietro di Jesolo, Leone di Caorle e parecchi eletti della Venezia, perché fosse composta la lite fra il doge Orso ed il Patriarca. Ma il Papa, essendo i due vescovi con gli eletti giunti a Ravenna troppo tardi e quando si era già deliberata ogni cosa, li colpì di scomunica; da cui peraltro in breve li sciolse, a preghiera del Doge”.

 

 

La cosa è chiara: fin dal momento, in cui era scoppiata la questione ecclesiastica, cioè da tre o quattro anni, il Patriarca non aveva più fatte consacrazioni; perciò nella Venezia vi erano parecchi eletti, ai quali mancava il riconoscimento della Chiesa. Inoltre, il Doge deve aver minacciato, se il Papa non avesse ceduto, di sottoporre i vescovadi della Venezia alla chiesa imperiale di Costantinopoli; poiché la condotta di Giovanni VIII non si può concepire, se non premettendo che egli non poteva sostenere con fermezza inflessibile il buon diritto della Chiesa, perché altrimenti la Venezia era perduta per Roma.

 

 

Ricordiamoci che siamo al tempo, in cui Fozio aveva sedotto il patriarca Walperto di Aquileia; né gli mancava certamente la buona voglia di fare lo stesso gioco nella Venezia.

 

 

Il Papa se ne ritornò a Roma, ma il patriarca Pietro dimorò invece per qualche tempo a Pavia, poi si recò a Treviso, dove quel vescovo Lando, come riferisce il cronista Giovanni, lo ricevette con la massima venerazione. Da Treviso furono continuate le trattative col Doge; finalmente si venne a questa decisione: “finchè vive Pietro, Domenico di Torcello non sarà consacrato, ma potrà abitare nel palazzo vescovile e godere le rendite della sede; in secondo luogo il patriarca Pietro acconsente alla consacrazione di tre eletti”.

 

 

Allora il Patriarca fece ritorno a Venezia, fu parecchi giorni ospite in casa del doge Orso, consacrò poi in Grado gli eletti di Olivolo, Malamocco e Cittanuova, si restituì un’altra volta a Venezia e vi morì ben presto. Il cronista accenna sommessamente che Pietro fu avvelenato. Egli si esprime dicendo: “l’anima sua purissima salì nell’alto dei cieli, dopo che egli ebbe governato la chiesa di Grado per quattro anni e sei mesi; egli era alto della persona, bello d’aspetto, e pure toccò appena l’età di quarant’anni”.

 

 

Giovanni vuol dire che tutti i buoni l’avrebbero venerato come un santo ed un martire. […]

 

 

Dandolo scrive: “siccome a quel tempo i commercianti di Venezia, spinti da bassa avidità di guadagno, comperavano schiavi dai pirati e da altri malfattori e li trasportavano per mare, i due dogi di Venezia decisero ad onore di Dio, d’accordo col clero e col popolo delle isole, di far scomparire tanto orrore: il commercio e l’esportazione degli schiavi furono proibiti con la minaccia di gravi pene”.

 

 

Per confessione dello stesso Dandolo, la pubblicazione della legge anzidetta coincide precisamente col tempo, in cui il patriarca Pietro saliva alla sede metropolitana di Grado. Inoltre, lo storico veneziano non può dissimulare che i motivi, i quali forzarono al divieto, erano di natura religiosa, vale a dire emanavano dal cristianesimo, né può tacere che il clero vi prese parte. Tuttavia egli mette la cosa innanzi in maniera da far credere che l’ordine venisse direttamente dai due dogi.

 

 

Ma tali pensieri non spuntano dal cervello di dogi come Orso; essi sono il frutto di uomini santi, come il patriarca Pietro. Per dieci anni e più Orso aveva tranquillamente veduto esercitarsi quel commercio sotto agli occhi suoi stessi; gli antecessori suoi e molti dei suoi successori lo soffersero, fors’anco vi presero parte; ed ora questo Orso, che obbrobriosamente opprimeva la Chiesa nella persona di Pietro Gradense, avrà date d’un tratto spontaneamente delle leggi dirette a far rispettare la dignità dell’umana natura, l’immagine di Dio negli uomini anche più infelici e più miserabili della terra?

 

 

S’aggiunga ancora a questo proposito che, quando fu rinnovata nell’anno 960 la legge contro il commercio e il trasporto degli schiavi, influentissima vi appare la cooperazione del Patriarca d’allora, Bono. Dopo che il Doge minacciò ai trasgressori una pena di cinque libbre d’oro, il suddetto Bono aggiungeva: “I mercanti di schiavi sieno per sempre espulsi e maledetti dalla comunità dei fedeli, né sia mai loro permesso di porre piede nei luoghi consacrati al culto divino”. La legge di Orso sarà pure stata dello stesso tenore.

 

 

So benissimo ciò che indusse Dandolo a celare la verità in cosa di tanta importanza. Egli, uomo altronde d’alto ingegno e di buoni sentimenti, era però tutto compreso dallo spirito di Stato predominante in Venezia; il quale riserbava tutti gli onori, tutti i poteri al Doge ed al Consiglio, voleva vedere avvilita la Chiesa e serva delle famiglie dominanti, ed invidiava fin anche la gloria di una buona azione cristiana ad un prelato virtuoso come Pietro di Grado, che rispettava i comandamenti del Redentore ben più che gli ordini di Orso.

 

 

D’altra parte si giudichi quanta fosse la venerazione, di che godeva il patriarca Pietro, pensando che egli ebbe il coraggio di biasimare un commercio, che arrecava da tanto tempo guadagni immensi, e di farlo durante la lotta ecclesiastica e in uno Stato di mercanti, dove tutti attendono avidamente a far danaro.

 

 

Orso dopo la morte di Pietro riuscì a fare eleggere Patriarca il figlio suo Vittore. Nel giorno dell’elezione quest’ultimo fu obbligato a giurare che avrebbe senz’altro consacrato a vescovo di Torcello chiunque gli fosse proposto dal Doge. Questi nominò l’eununco Domenico.

 

 

Il nuovo Patriarca lo consacrò; ma, secondo la testimonianza del cronista Giovanni, gli disse: “Guai a te, se ti procacciasti una dignità, che non ti apparteneva secondo le leggi della Chiesa; non facendone penitenza ne dovrai rendere conto nel giorno supremo”.

 

 

Il figlio stesso si vergognava della promozione fatta dal Doge suo padre. Del resto dalle espressioni di Dandolo risulta chiaro, che vi erano di quelli i quali non avrebbero giurato che il patriarca Vittore fosse figlio illegittimo del doge Orso.

 

 

Naturalmente! La Chiesa non prospera certo in paesi, dove il vescovado serve d’appannaggio ai secondogeniti del patriziato e, a quanto pare, preferibilmente a quei figli, le cui forze intellettuali non si credono sufficienti a trattare con fortuna gli affari commerciali. Però, se anche lo si fa, non si vuole poi che il mondo lo sappia e ne parli.