GFRORER: LA STORIA DI VENEZIA DALLA SUA FONDAZIONE ALL'ANNO 1084

 

 

 

 

XIV. Nuovi maneggi dei Franchi contro l’indipendenza di Venezia. - Le reliquie di S.Marco.

 

 

 

Nell’anno stesso in cui veniva a morte Angelo Partecipazio, i Carolingi franchi mandarono ad effetto il colpo or ora accennato contro il patriarca Venerio di Grado, ed allo stesso tempo contro l’indipendenza delle lagune venete, come sarà dimostrato in seguito.

 

 

Dandolo era a conoscenza della cosa, perché ad un certo punto egli dice: “L’imperatore Lodovico il Pio tolse al patriarcato di Grado la supremazia metropolitana sui vescovadi dell’Istria, e la aggiudicò alla diocesi di Aquileia”. Poi ad un altro luogo: “Massenzio, patriarca di Aquileia, protetto dal favore dell’imperatore Lotario, cominciò a litigare con la diocesi di Grado e forzò i vescovi d’Istria ad assoggettarsi a lui”.

 

 

Ma lo storico veneziano non segna l’epoca: essa risulta però da documenti, che Bernardo Rossi (de Rubeis) ha pubblicati nella sua opera sulla sede di Aquileia.

 

 

Fra la primavera dell’824 e l’autunno dell’827 fu pontefice Eugenio II, il quale, essendo stato eletto per mezzo del partito franco di Roma, doveva fare quello che avesse voluto la corte carolingia. Un concilio fu riunito in Mantova nell’827, il mese di luglio, sotto la presidenza di plenipotenziari pontifici ed imperiali. Esso prese le seguenti determinazioni:

 

 

“La separazione delle due diocesi di Aquileia e di Grado, ordinata per necessità al tempo dell’invasione longobarda, non deve più continuare; l’unità viene quindi ristabilita. Aquileia riacquista i suoi antichi diritti di supremazia sull’intera provincia ecclesiastica, il vescovado di Grado ritorna alla diocesi di Aquileia nel rapporto di sede suffraganea, i vescovi dell’Istria sono tenuti a prestare l’obbedienza canonica al Patriarca di Aquileia”.

 

 

La prima di queste proposizioni includeva anche le altre, sicchè il concilio non avrebbe avuto il bisogno di formulare le seguenti. Tuttavia quest’ultime non furono fatte inutilmente. La radunanza distinse prudentemente quei punti, che potevano essere effettuati senz’altro, da quelli, la cui riuscita soggiaceva ad ogni sorta di difficoltà. Che si riuscisse a distruggere realmente la metropoli di Grado ed a assoggettare le sedi delle lagune venete al patriarcato lombardo d’Aquileia, erano cose su cui doveva decidere l’esito; ma i Carolingi potevano invece unire liberamente ad Aquileia le sedi dell’Istria, che erano sotto il loro dominio, come poi accadde.

 

 

Il concilio di Mantova aveva attentato non solo all’esistenza della metropoli di Grado, ma anche all’indipendenza politica delle lagune venete; eseguite quelle deliberazioni Venezia non poteva più esistere come stato autonomo.

 

 

E perché mai la corte dei Franchi venne a tale risoluzione?

 

 

Manifestamente per vedere, se mai fosse possibile di ottenere con mezzi ecclesiastici ciò che era stato tentato ultimamente invano con la congiura nella città di Venezia; ed allo stesso tempo per vendicarsi del patrairca Venerio, avendo questi fatto ben poco per dimostrare la gratitudine dovuta per la conferma accordata alcuni ani addietro ai privilegi della diocesi di Grado.

 

 

E’ facile comprendere che il Patriarca nulla trascurò che potesse servire a proteggere l’avvenire della sua metropoli. Egli si rivolse al successore di Eugenio II, papa Gregorio IV, e chiese il suo aiuto. Ma Gregorio IV, venuto al pontificato ancora nell’anno 827, quantunque si adoperasse giudiziosamente e con coraggio per la libertà della Chiesa,, non osò abbattere un edificio eretto insieme dal suo predecessore Eugenio e dalla corte franca. La sola cosa che egli potè fare per Grado fu di accordare il Pallio al patriarca di Venezia, riconoscendolo così quale metropolita.

 

 

Ma Venerio non fu solo; anche il doge Giustiniano prese delle misure per mettere con i suoi mezzi al sicuro l’indipendenza delle lagune, minacciata dal concilio di Mantova. Egli deve aver temuto che il Patriarca di Grado, andati a vuoto tutti gli altri mezzi di salvezza, sarebbe infine caduto nella rete dei Franchi, ed a patto della restituzione dell’Istria avrebbe fatto lega coi Carolingi contro l’indipendenza della Venezia. Per questi timori ebbero luogo degli armamenti importanti e giustificabilissimi, che però rimasero celati nella più fitta oscurità.

 

 

Ora lascio tosto la parola all’illustre storico di Venezia:

 

 

“Nel secondo anno del governo di Giustiniano (quindi nell’828) fu trasportato da Alessandria (d’Egitto) alla città di Venezia il cadavere di S.Marco evangelista. La cosa procedette in questo modo. Il Califfo dei Saraceni aveva ordinata la costruzione di un grandioso palazzo in Alessandria. Mancava il materiale necessario alla fabbrica, sicchè fu comandato di levare e spedire le colonne di marmo delle chiese cristiane d’Egitto. Questo comando mise spavento e disperazione nel clero egiziano. Due dei principali commercianti di Venezia, i tribuni Buono di Malamocco e Rustico di Torcello, si trovavano allora appunto in Alessandria; essi vi erano entrati con dieci navi ben cariche, ad onta del divieto pubblicato qualche tempo addietro, perché un vento impetuoso li aveva spinti in quei porti”.

 

 

Interrompo a questo punto il filo della narrazione per introdurre alcune osservazioni. I Dogi di Venezia, in base al trattato dell’809, promulgarono certamente, come fu dimostrato, le disposizioni generali emanate dall’imperatore d’Oriente riguardo al commercio, dimodochè ebbero forza di legge anche nelle isole venete, almeno in apparenza; ma i commercianti di Venezia poco o nulla si curavano del divieto fatto dall’imperatore, badando invece soltanto al proprio interesse, e i Dogi stessi dovettero chiudere un occhio su tale disobbedienza.

 

 

Cosicchè quello che Dandolo ci dice d’un colpo di vento, che cacciò le dieci navi mercantili nei porti di Alessandria, è visibilmente un sotterfugio, che poteva valere presso giudici veneziani, ma che sarebbe stato respinto, se le autorità avessero agito seriamente. In secondo luogo dalle parole di Dandolo risulta che i più ragguardevoli isolani, quelli che in altri paesi si direbbero i nobili, si occupavano d’affari commerciali. In fatto, i due capitani di nave espressamente nominati, erano due tribuni, Buono in Malamocco e Rustico in Torcello.

 

 

Dandolo continua: “I marinai veneziani arrivati in Egitto si recarono, come di solito, a fare atto di devozione nella chiesa di S.Marco, dov’era custodito il cadavere di quest’ultimo. Buono e Rustico vi andarono pure, e trovando in grave costernazione i due sacerdoti greci di quella chiesa, il monaco Stauracio ed il prete Teodoro li interrogarono sulla cagione ed intesero l’ordine del Califfo. Ora i Veneziani proposero loro dicendo: il prezioso tesoro, che voi possedete nella vostra chiesa, è in grave pericolo di essere profanato ed insultato dai Saraceni; datelo a noi, e noi lo sapremo onorare come si conviene; né voi sarete dimenticati, e godrete senza dubbio i frutti della riconoscenza del nostro Doge.

Convinti dalle ragioni dei Veneti, i due sacerdoti acconsentirono alla fine: anzitutto però doveva essere elusa la vigilanza dei cristiani d’Alessandria e dei gabellieri saraceni. I primi furono ingannati dall’astuzia dei Veneziani e dei due loro complici greci, dai quali fu introdotto nella cassa dell’evangelista il corpo d’un altro santo; gli altri da Buono e Rustico, che coprirono la parte superiore d’un’altra cassa, in cui avevano deposte le reliquie, con prosciutti e carne di maiale affumicata: oggetti d’obbrobrio, com’è noto, per i Saraceni e per gli Ebrei. Quando alla dogana fu aperta la cassa, i gabellieri gridarono: ganzir! Ganzir! Ciò che significa orrore; e presti presti sbrigarono il carico. Buono e Rustico trasportarono felicemente il tesoro a Venezia”.

 

 

In seguito Dandolo narra: “Il doge Giustiniano, che moriva poco tempo dopo questi fatti, lasciò un atto d’ultima volontà, con il quale disponeva si dovesse erigere (in Venezia) a sue spese una chiesa, destinata ad accogliere le ossa del santo evangelista Marco, che erano venute in suo possesso con l’aiuto della grazia divina”. “Più volte”, soggiunge l’illustre storico, “ebbi nelle mie mani e rilessi cogli occhi miei propri l’originale di questo testamento”.

 

 

Ora si domanda: ciò che Dandolo e Giovanni pure, cronista più antico, annunziano concordi, accadde per avventura da sé, ovvero c’è sotto una qualche premeditazione? Quest’ultima è la verità. La chiesa di Aquileia e la cattedrale di Grado, che ne ereditò i diritti, veneravano molto tempo prima del secolo VIII l’evangelista Marco ed Ermagora suo discepolo, siccome fondatori e protettori loro; poiché entrambi questi santi, secondo un’antica tradizione, avrebbero per i primi predicato il vangelo nella Venezia. Se si voleva dunque assegnare alle avute reliquie un posto adatto, vorrei quasi dire competente, tale cioè che rispondesse alla gerarchia ecclesiastica esistente nelle isole venete, era indispensabile deporre il corpo trasportato da Alessandria nel Duomo di Grado, quale centro spirituale della Venezia marittima.

 

 

Ma non la pensavano così, né Giustiniano, né i successivi Dogi; che anzi fecero ostinata resistenza, perché il corpo dell’evangelista, come la cosa più santa della confederazione, restasse nella città di Venezia, centro politico del paese.

 

 

Conseguentemente (e chi conosce la storia del medio evo troverà fondata questa conclusione, la quale a chi non se ne intende parrà arrischiata), la vera intenzione di coloro, che avevano acquistate quelle reliquie e le custodivano in Venezia, mirava ad ottenere o che il Doge, il quale era senza dubbio il proprio signore della città, fosse pure il capo spirituale dello Stato, siccome custode e difensore del santo patrono; ovvero almeno, che il Patriarca di Grado dovesse seguire il corpo dell’evangelista, al quale egli faceva rimontare l’eredità della sua giurisdizione metropolitana, e trasferire quindi la sua sede a Venezia: come avvenne di fatti sulla fine del medio evo.

 

 

Ammettiamo pure l’ultima ipotesi, siccome più limitata e più verosimile; benchè a mio parere, molte circostanze militino pure in favore della prima. Conseguenza inevitabile di tale novità era questa: che il Patriarca passato a Venezia entrava con quel Doge nei rapporti stessi, in cui si trovava a Costantinopoli il Patriarca greco con l’Imperatore. Nei confini d’una sola città (avesse la medesima oltrepassato in grandezza ben cento volte la Venezia di allora) non c’è spazio sufficiente per un principe regnante ed un Patriarca indipendente.

 

 

Ciò vuol dire precisamente: se Venerio e i suoi successori, stretti dalla necessità, avessero fermata la loro sede in Venezia anziché a Grado, avrebbero potuto poi respirare ed agire soltanto fin là dove il Doge lo permettesse; non sarebbero dunque stati più nemmeno in caso di fare ciò che allora Giustiniano temeva, di mettersi cioè d’accordo con i Franchi per riottenere da essi l’Istria.

 

 

L’acquisto del corpo di San Marco evangelista è evidentemente in relazione con le decisioni del concilio di Mantova; parlando più esattamente esso fu un’arma di difesa diretta a sventare i tristi effetti, già previsti, del suddetto concilio. Dandolo pertanto non dice pienamente la verità, inquantochè egli si esprime in modo da far credere che i due capitani di mare veneziani per puro caso siano comparsi in Alessandria al tempo, in cui il comando del Califfo spargeva lo spavento nel clero egiziano. Il Doge anzi dev’essere stato informato precedentemente di quanto succedeva sul Nilo, deve aver fondata in queste notizie la speranza di vedere nelle sue mani il corpo dell’evangelista, infine deve aver dato ai tribuni l’incarico di fare in Alessandria tutto ciò che fosse all’uopo necessario. Che le cose stessero così per suo riguardo, lo sappiamo dalla confessione stessa dello storico veneziano.

 

 

Come mai Buono e Rustico avrebbero potuto confortare il monaco Stauracio ed il prete Teodoro con chiare prove della riconoscenza del Doge, se loro non fosse stato già noto che Giustiniano era disposto a spendere per quell’oggetto una grossa somma sia del proprio, sia del danaro pubblico?