GFRORER: LA STORIA DI VENEZIA DALLA SUA FONDAZIONE ALL'ANNO 1084

 

 

 

XIII. Angelo Partecipazio e i suoi figli – Fondazione del monastero di S.Zaccaria – Il patriarca Fortunato di Grado.

 

 

 

 

L’assalto di Pipino, avvenuto l’anno 810, aveva lasciato dietro a sé delle tracce profonde. Gli abitanti di Chioggia, Pellestrina, Malamocco, isole conquistate dai Franchi, erano in gran parte fuggiti; dopo qualche tempo vi fecero ritorno e ricostruirono le abitazioni loro distrutte. Queste cose succedevano circa al tempo stesso, in cui il doge Angelo Partecipazio procurava di ristabilire la città di Eraclea, distrutta invece dai Veneziani.

 

 

Dandolo nota inoltre: “Il Doge aveva due figli, l’uno dei quali aveva nome Giustiniano, l’altro Giovanni. Angelo Partecipazio mandò il primo a Costantinopoli, dove Giustiniano fu ben trattato ed anzi fu innalzato dall’imperatore greco alla dignità di Hypatus, cioè console imperiale. In seguito il padre prese a coreggente l’altro figlio Giovanni. Ma Giustiniano, quando ne ebbe notizia, si adirò, fece ritorno a Venezia, e senza metter piede nel palazzo di suo padre, albergò con la moglie Felicita nel convento di S.Severo. Questa discordia in seno alla propria famiglia piegò talmente il vecchio doge Angelo Partecipazio, che questi tolse la dignità ducale al figlio più giovane Giovanni, confinandolo a Zara in Dalmazia, e fece coreggente in luogo di lui non soltanto Giustiniano, ma anche il figlio di quest’ultimo, Angelo II. Giovanni, confinato a Zara, vi rimase ben poco tempo, poiché trovò occasione di fuggirsene nelle terre dei vicini Slavi. Di là egli passò in Italia, presso a Lodovico il Pio imperatore dei Franchi, che allora soggiornava in Bergamo e che accolse il fuggitivo a braccia aperte. Ma il vecchio Doge, quando gli fu nota la cosa, domandò l’estradizione del figlio, che gli fu pure accordata da Lodovico. Angelo poi, avuto ancora nelle mani il fuggiasco, lo mandò a Costantinopoli”.

 

 

Ora devo ritornare sopra una osservazione altre volte fatta.

 

 

Chi non s’accorge, che sia il cronista Giovanni sia Dandolo assumono il tono del giornalisti governativi, dove narrano le cose or ora riferite e certamente interessanti, descrivendo cioè soltanto le apparenze esterne degli avvenimenti, le quali non possono restare assolutamente occulte, e celando invece l’intima relazione, che insieme li lega? Per buona fortuna è cosa facile lo scoprirla. Più sotto noi troveremo che alla corte di Costantinopoli dimorava quasi sempre un membro della casa ducale fino dall’anno 810.

 

 

Ci dev’essere una ragione: ora io dico che questi ospiti cospicui, non si trattenevano spontaneamente nella capitale d’Oriente, ma bensì costretti da un trattato, quello precisamente, a cui più sopra accennai; quali ostaggi cioè della fedeltà del Doge regnante.

 

 

Anche Giustiniano, il figlio maggiore d’Angelo (il Doge), fu mandato, come sembra, a Costantinopoli in tale qualità. Le fonti non dicono quando egli abbia intrapreso il viaggio; ma si può dire senz’altro con buona ragione che ciò accadde subito dopo l’elezione del padre. La corte greca non poteva avere l’intenzione di insultare il doge di Venezia, ma quella soltanto di mantenerlo fedele; perciò la prigionia degli ostaggi consegnati ai Greci fu velata da un’apparenza d’onore, e Giustiniano vi fu quindi insignito del titolo di console imperiale. Oltre a ciò l’imperatore di Costantinopoli mise a profitto la presenza forzata degli eminenti stranieri che venivano da Venezia, per abituarli ad essere buoni cortigiani o per installare loro lo spirito del governo bizantino.

 

 

Però il vecchio doge Angelo Partecipazio, benchè avesse dato un pegno d’obbedienza con la persona del figlio, fu preso dalla voglia di essere padrone indipendente nella Venezia. Egli dunque chiamò a parte del suo trono ducale non già il figlio maggiore, a cui spettava la successione, ma il più giovane, Giovanni; e ciò senza pur interrogarne prima l’imperatore.

 

 

Tutto questo deve essere stato in opposizione al trattato segreto dell’809. E, pure astraendone la relazione di dipendenza, in cui si trovava evidentemente Angelo Partecipazio verso la corte bizantina, non avrebbe comportato mai che un membro della casa ducale prendesse parte al governo senza permesso dell’imperatore. Perciò dopo il fatto seguì immediata la punizione. Giustiniano fu rimandato da Costantinopoli a Venezia, ed egli non si comportò da figlio, bensì da vendicatore, destinato a manifestare la disgrazia del signore supremo.

 

 

Questo fu il motivo, per il quale egli non mise piede nella casa di suo padre; ed Angelo tremò dinanzi al figlio e concesse a Giustiniano quanto chiedeva. E perché? Il perché è chiaro: Giustiniano aveva dietro a sé, come riserva, tutte le forze dell’impero orientale.

 

 

Il figlio più giovane, Giovanni, dovette scontare la pena della disobbedienza del padre ed esulare alla città marittima di Zara (fin dall’810 sotto i Greci), come un malfattore. Angelo d’altronde fu costretto a riconoscere come coreggenti il figlio maggiore ed il nipote. Venezia ebbe allora, come poco tempo prima dell’anno 809, tre Dogi invece d’uno solo.

 

 

A mio modo di vedere ciò significa che i Greci diffidavano anche di Giustiniano, e che tenevano pronto il nipote Angelo II, il quale dev’essere stato quasi per necessità minorenne, per assicurare il proprio vantaggio, giovandosi di questo nome nel caso che il nuovo Doge salito al trono volesse procurarsi l’indipendenza.

 

 

Il cronista Giovanni e Dandolo si discostano l’uno dall’altro su due punti di qualche interesse riguardo alla prigionia del Doge deposto. Quello dice che il bandito fuggì prima da Zara alle terre degli Slavi meridionali, e di qui poi a Bergamo in Lombardia, mentre Dandolo lo fa scappare direttamente da Zara in Italia. Mi pare molto verosimile che l’esiliato sia venuto a trattative con la corte dei Franchi, prima di gettarsi nelle sue braccia. Ma tali cose egli non le poteva fare come prigioniero in Zara; poteva invece farle e liberamente in Croazia; dove era riconosciuta la signoria franca. Perciò convien dare la preferenza a quanto ci dice il cronista Giovanni.

 

 

Dandolo poi sostiene che il fuggiasco trovò in Bergamo Lodovico il Pio, l’imperatore dei Franchi. Se ciò fosse vero, ne seguirebbe che la fuga del Doge bandito, dalla Dalmazia in Italia, sarebbe accaduta nell’anno 817; perché Lodovico, secondo la testimonianza di cronisti franchi, visitò l’Italia una volta sola nell’817, durante il corso degli anni 813-820, in uno dei quali va posta quella fuga per altre ragioni. Il cronista Giovanni dice però soltanto che il fuggiasco trovò accoglienza in Bergamo, non già che vi si sia incontrato con l’imperatore Lodovico. Soggiunge inoltre che i dogi Angelo e Giustiniano mandarono un’ambasceria in Francia per ottenere la estradizione di Giovanni, senza accennare il luogo, per cui gli inviati si diressero.

 

 

Anche questa volta presto fede più a lui che a Dandolo, il quale scrisse 300 anni dopo; tanto più che questo non s’appoggia ad alcun documento, anzi quello che egli narra proviene evidentemente da una interpretazione tutta propria delle notizie date dall’altro.

 

 

E’ mia opinione che l’imperatore Lodovico avesse da principio l’idea di approfittare, secondo il metodo del padre suo Carlo, della discordia scoppiata in seno alla famiglia dei Dogi veneziani; chè altrimenti egli non avrebbe accordato al fuggitivo di soggiornare in Bergamo. In fatto si sarebbe ottenuto qualche cosa soltanto allora che il vecchio doge Angelo, fidando nell’aiuto dei Franchi, avesse preso partito in favore di Giovanni, il figlio bandito, e contro Giustiniano, a lui imposto. Ma questo non avvenne. Anzi Angelo di pieno accordo con Giustiniano domandò l’estradizione del fuggitivo.

 

 

Allora l’imperatore Lodovico si ritirò dall’impegno assunto, ed abbandonò al suo destino il Doge caduto. Giovanni fu consegnato al padre, e da questo mandato a Costantinopoli, dove egli dovette subentrare nel posto del fratello, quale ostaggio.

 

 

Si può opporre alle considerazioni or ora esposte sul legame degli avvenimenti veneziani, che esso riposa sopra una semplice quantunque verosimile ipotesi. Ma se si potesse provare che il vecchio Doge portava questo titolo solo per apparenza dopo il ritorno di Giustiniano da Costantinopoli, che d’allora in poi il vero Doge fu Giustiniano, che infine questi si riconosceva formalmente e dinanzi al mondo intero come vassallo del romano imperatore d’Oriente, in tal caso quei dubbi devono scomparire; e ciò che si stimava soltanto ipotesi è sollevato al posto dei fatti veri. Ebbene, la prova può essere addotta.

 

 

Giustiniano, figlio di Angelo, pubblicò fra l’813 e l’820 un documento (il più antico dei veneti ancora esistenti), che contiene precisamente quanto segue:

 

 

“Si rende noto a tutti i fedeli in Gesù Cristo ed al sacro romano (cioè romano orientale) impero, e non solo ai viventi, ma anche alle generazioni future, ai successivi Dogi, Patriarchi, Vescovi ed agli altri maggiorenti, che io, Giustiniano, Ipato Imperiale e Doge di Venezia, in seguito ad una rivelazione di Dio onnipotente e per ordine del serenissimo signore l’imperatore Leone, conservatore di tutto il mondo, dopo tanti altri benefici da lui ricevuti, ebbi l’onorevole incarico di fondare qui in Venezia un monastero di donne dedicato al santo profeta Zaccaria; tutto ciò secondo il piano a me inviato dalla camera imperiale e coi mezzi pecuniari, che il serenissimo imperatore elargiva a tale scopo.

Egli adornò pure il suddetto monastero con le reliquie del santo profeta Zaccaria, con le vestimenta di Cristo e della santa vergine Maria e di altri tesori. Mandò inoltre degli architetti, perché l’opera sia condotta a fine il più presto possibile. Tutta la donazione è descritta in una bolla a caratteri d’oro, che sarà sempre conservata ad eterna memoria. Noi disponiamo la stessa cosa riguardo al presente documento, affinchè ed ora e nell’avvenire nessuno osi dire che il monastero di S.Zaccaria sia stato fondato da altri se non che dal santissimo imperatore Leone, signor nostro”.

 

 

L’imperatore Leone l’Armeno sedette sul trono bizantino dall’11 luglio 813 al 24 dicembre 820, giorno in cui fu assassinato. Il documento di Giustiniano va posto dunque in quest’epoca, come pure il ritorno ed il riconoscimento di lui, e la cacciata del giovane doge Giovanni. Se il nome di Angelo non comparisce affatto accanto a quello del figlio nel documento, questa fu senza dubbio una punizione inflitta alla disobbedienza commessa dal padre stesso.

 

 

Poiché Angelo, sedotto dalla brama colpevole d’indipendenza, aveva osato far partecipe del ducato il figlio minore Giovanni senza l’autorizzazione dell’imperatore, la corte bizantina pensò bene di ricordare, con un atto non equivoco, alla famiglia ducale che essa esisteva e respirava solo per grazia dell’imperatore. Motivo e pretesto doveva essere la fondazione d’un monastero. Però la vera causa e il vero scopo, qui accennati, si manifestano evidentissimi particolarmente nell’ultimo periodo del testo.

 

 

Così si apprende pure dal documento di Giustiniano quanto fosse l’abuso, che si faceva in Bisanzio, della religione cristiana. Il titolo di “santissimo imperatore”, preso pure nel 962, come sappiamo, da Ottone il Sassone, non riusciva ad accontentare l’ambizione di dominio e di servilità dei Bizantini, no; se mai il serenissimo imperatore aveva preso una deliberazione – fosse stata pure la più incerta ed equivoca – lo stile cortigiano richiedeva che a consolidare maggiormente la “divina” podestà, si dicesse “l’Onnipossente stesso inspirò tali cose all’imperatore”.

 

 

Il documento di Giustiniano è noto a Dandolo; ma questi si guarda bene dall’esporlo per intero, probabilmente perché un sentimento d’onore lo ritraeva dal confessare quanto allora il doge di Venezia dipendesse dalla corte bizantina. Dobbiamo invece a lui un breve riassunto d’un altro documento, che non esiste più.

 

 

Egli scrive: “Poiché in quegli anni (cioè fra l’813 e l’820) i Saraceni avevano saccheggiata e profanata la terra santa di Palestina, l’imperatore Leone (l’Armeno) fece pubblicare un divieto, che cioè nessun cristiano osasse far commercio nella Siria e nell’Egitto. Anche i dogi cattolici di Venezia – Angelo ed il figlio Giustiniano – riconobbero queste disposizioni e le resero note ai loro sudditi”.

 

 

Ed ecco una prova dell’asserzione suesposta, che le leggi date dagli imperatori d’Oriente per tutto lo Stato, e specialmente per gli affari di commercio, erano valide anche per Venezia. Quest’obbligo deve essere stato fissato nel trattato segreto del 809, in forza del quale Angelo Partecipazio ebbe il trono ducale.

 

 

Dandolo prosegue: “Caduto l’imperatore greco Leone per mano d’assassini e salito al trono (821) Michele il Balbo, i due dogi (Angelo e Giustiniano) mandarono a Costantinopoli il loro coreggente più giovane. Angelo II arrivò felicemente alla capitale d’Oriente ma vi morì poco dopo il suo arrivo”.

 

 

Perché mai i due Dogi mandarono a Costantinopoli il più stretto dei loro congiunti? Evidentemente per fare atto d’obbedienza e fedeltà al nuovo signore dello Stato greco. Si vede dunque chiaro un’altra volta, che Dandolo, quando si tratta di fatti i quali palesano la dipendenza di Venezia da Bisanzio, o li riferisce in modo da non offendere aspramente l’amor proprio, o tiene un silenzio alquanto grossolano.

 

 

Però, mentre l’imperatore si affaticava a rendere sempre più duri i vincoli, che legavano Venezia all’impero orientale, mettendo a profitto l’impressione, viva e potente ancora, della vittoria dell’810, Lodovico, l’imperatore franco, ripigliò i progetti di Carlo suo padre, e fece diversi tentativi per sottrarre le lagune venete alla potenza bizantina e per indurle ad unirsi con la Francia: il soggiorno in Bergamo da lui accordato al doge fuggitivo Giovanni, figlio di Angelo, non fu l’unico segnale, che apparisse apertamente, di tale sua intenzione. Egli pure, come aveva già fatto il padre suo, adoperò quale strumento il patriarca Fortunato di Grado, che era stato rimesso in sede l’anno 810.

 

 

Il cronista Giovanni dà questa notizia: “Poiché Fortunato non se ne stava tranquillo nel suo vescovado (come prescrivono le leggi ecclesiastiche), ma intraprendeva continuamente dei viaggi in Francia contro la volontà dei Veneti, si attirò la disgrazia dei due Dogi”.

 

 

Il cronista poi fa succedere immediatamente la rovina del Patriarca, mentre fra l’ultima cacciata di Fortunato e i primi moti d’ira dei Veneti si trovano alcune altre circostanze, che noi possiamo apprendere da fonti franche.

 

 

Eginardo narra all’anno 821: “Il patriarca Fortunato di Grado fu accusato da Tiberio, uno dei suoi preti, dinanzi all’imperatore Lodovico il Pio, d’aver istigato alla rivolta Lindewit, duca franco di Pannonia, il quale insorgeva appunto allora contro l’impero; d’aver inoltre inviati al medesimo architetti e muratori per la fortificazione dei castelli e delle trincee. Perciò il Patriarca ricevette improvvisamente ordine di comparire alla corte franca e di discolparsi.

Dapprima Fortunato fece vedere d’esser pronto ad obbedire alla chiamata e passò in Istria (come se egli volesse di là recarsi in Francia); ma improvvisamente egli ritornò a Grado, senza che nessuno ne avesse il minimo sospetto, eccettuati pochi dei suoi più fidi. Di là egli fece vela per Zara in Dalmazia, dove si confidò sullo stato dei suoi affari col governatore greco Giovanni, e da questo fu poi mandato a Costantinopoli”.

 

 

Più sotto all’anno 824 Eginardo nota: “Alcuni ambasciatori greci giunsero nel novembre a Rouen presso la corte di Lodovico il Pio per consegnare certi doni del loro principe, l’imperatore Michele (il Balbo), e per ottenere il rinnovo dell’antico trattato di pace. Assieme a questi inviati comparve pure il patriarca Fortunato; ma siccome i Greci non perorarono punto in suo favore, Lodovico lo mandò a Roma dinanzi al pontefice, perché ivi rendesse conto della sua fuga”.

 

 

Da ciò si comprende quanto fosse falsa la posizione di Fortunato, per la sua sottomissione a due sovrani. Egli esercitava la supremazia di metropolita sulle sedi dell’Istria franca, e l’imperatore Lodovico si attribuiva quindi il diritto di citarlo, quando lo volesse, dinanzi al tribunale della propria corte, e pagava spie apposite, che sorvegliassero la condotta di Fortunato nelle sue funzioni.

 

 

D’altra parte col suo ossequio per i signori franchi e coi frequenti viaggi in Francia, che egli doveva fare costretto dalla necessità, il Patriarca si tirava addosso il sospetto dei Dogi veneziani. Questi ultimi pretesero che, a compenso di ciò che essi dicevano infedeltà; Fortunato eccitasse alla rivolta il governatore di Pannonia, tradisse cioè i Franchi. Il Patriarca ridotto alle estreme angustie acconsentì, ma, come sembra, soltanto a patto, che la corte bizantina intercedesse per lui presso Lodovico imperatore, nel caso si scoprisse la cosa.

 

 

Ora, allorchè il segreto fu tradito dall’infedele Tiberio, prete che pagato dai Franchi teneva d’occhio il Patriarca, questi corse qua e là per consiglio, e finalmente stimò miglior partito quello di reclamare la protezione dell’imperatore orientale. In fatto Michele il Balbo lo mandò in Francia con l’ambasceria , ma gli inviati ebbero segreta istruzione di non fare nulla per Fortunato; anche perché l’imperatore Michele, avendo ricominciato a distruggere le immagini ed abbisognando quindi per certi riguardi dell’aiuto dei Franchi contro l’antipatia dei propri sudditi, reputò atto di prudenza politica il mancare alla parola data al Patriarca, anzi il sacrificarlo allo sdegno dei Franchi. Allora anche i Dogi di Venezia fecero sapere che essi non riconoscevano più in Fortunato il Patriarca; ed egli fu perduto.

 

 

Dandolo in complesso è meglio informato del cronista Giovanni sulla sorte di Fortunato. Egli scrive: “I due dogi (Angelo e Giustiniano), irritati nuovamente contro il patriarca Fortunato di Grado, lo esiliarono dal paese”.

 

 

Dandolo non dice espressamente che Fortunato sia fuggito direttamente in Grecia; ma proseguendo con le sue notizie troviamo:

 

“L’imperatore Michele il Balbo per mezzo del patriarca Fortunato e d’altri inviati fece presentare alla corte franca i libri di Dioniso (l’Aeropagita), tradotti in latino. Quella ambasceria aveva due incarichi diversi: l’uno riguardava l’adorazione delle immagini, l’altro tendeva alla rinnovazione dell’antico trattato. Quest’ultimo scopo fu raggiunto senza alcuna difficoltà, ma per l’altrosi rimandarono gli ambasciatori al Papa (Eugenio II)”.

 

 

Fortunato morì poco tempo dopo questi fatti in Francia e per atto d’ultima volontà elargì alla sua sede molti ornamenti ecclesiastici, che aveva acquistati. Anche da parte franca abbiamo notizie che l’ambasceria greca dell’824 consegnava all’imperatore franco le opere di Dionisio l’Aeropagita, e oltre a ciò parecchi altri doni. Secondo le espressioni di Dandolo, Fortunato non rivide più la sua patria dopo l’824. La morte sua avvenne dunque con molta probabilità nell’anno 825.

 

 

A successore nella sede vacante del patriarcato salì Venerio, “il quale (Dandolo aggiunge questa riflessione) fu il primo Patriarca, che provenisse dalla nuova Venezia, cioè dalla città di questo nome”.

 

 

I Dogi, credendo minacciata la quiete delle lagune per i sempre nuovi intrighi che la corte franca avrebbe tramati in Grado, scelsero a Patriarca un uomo nativo della città di Venezia, forse anche un congiunto della famiglia ducale, nel quale essi immaginavano di potersi per tale parentela più sicuramente fidare.

 

 

Ben presto sorse il dubbio, se la corte franca fosse disposta a sottomettere le sedi istriane al nuovo Patriarca, come aveva fatto col deposto. Lodovico il Pio non fece alcuna difficoltà.

 

 

Dandolo prosegue: “ I Dogi mandarono all’imperatore Lodovico ed al suo coreggente Lotario, il prete Giusto assieme con Pietro, diacono del Patriarca Venerio, per ottenere la conferma dei privilegi accordati da Carlo Magno in favore della sede di Grado, riguardo ai possedimenti (dei vescovadi istriani) situati nell’impero franco. L’ambasceria ottenne il suo scopo: fu rilasciato un documento di conferma”.

 

 

Però Lodovico e Lotario non avevano accordata la grazia richiesta senza male intenzioni e secondi fini.

 

 

Subito dopo nei prossimi capi Dandolo narra: “In questo frattempo una congiura scoppiò nelle lagune venete contro i Dogi (ma essa abortì). Due dei caporioni, Talonico e Bradanisso, furono presi ed appiccati dinanzi alla chiesa di S.Giorgio. Un terzo, Giovanni il monetiere, si salvò con una pronta fuga presso l’imperatore Lotario (il coreggente di Lodovico); però i Veneti se ne rifecero sui suoi beni: tutto fu confiscato e distrutto”.

 

 

L’asilo, che cercò e trovò quel monetiere fuggiasco, dimostra palesemente che i congiurati erano in lega con la corte dei Franchi.

 

 

I monetieri – monetarii – nel medio evo formavano dappertutto una corporazione distinta: anche in un’altra congiura, d’alcuni anni posteriore, e della quale si parlerà poi, si presenta qual complice un monetiere, che del resto dovette pagare il fio con la testa. Da ciò si rileva che prima ancora della metà del secolo IX esisteva nella città di Venezia una zecca nazionale.

 

 

A mio parere, la corte carolingia aveva confermato alla diocesi di Grado il possesso dei vescovadi istriani, soltanto nell’attesa che Venerio sarebbe stato del partito franco, come il suo predecessore Fortunato. Oltre a ciò, quella congiura nella città di Venezia fu certamente tramata allo stesso scopo. Lodovico il Pio e il figlio suo Lotario devono avere attribuita in maggior parte la colpa della mala riuscita alla mancata partecipazione del Patriarca, poiché tutti e due, come sarà dimostrato, procurarono di vendicarsi di Venerio.

 

 

Fra questi avvenimenti il vecchio doge Angelo, dopo un principato di diciotto anni, usciva di vita nell’827; allora Giustiniano, che era stato fino a quel momento coreggente, assunse da solo il governo. Questo fatto però non si compiva senza un precedente consenso dell’imperatore; perché Dandolo, dopo aver narrata la successione di Giustiniano, soggiunge immediatamente: “Si presentò un ambasciatore, proveniente da Costantinopoli, e richiese dal nuovo doge Giustiniano, Hypatus imperiale, degli aiuti di guerra contro i Saraceni. In fatto Giustiniano spedì una flotta contro la Sicilia; però, benchè quella si fosse unita alla greca, non venne a battaglia, perché il nemico non la accettò mai”.

 

 

L’invio delle navi sarà stata una delle condizioni, sotto le quali l’imperatore greco aveva consentito che Giustiniano potesse governare lo Stato da solo senza coreggenti. Del resto la richiesta greca offre una delle tante prove, che i Veneti erano obbligati per trattato a mettere a disposizione dell’impero bizantino, delle navi nelle guerre marittime che si fossero combattute nelle acque d’Italia.