GFRORER: LA STORIA DI VENEZIA DALLA SUA FONDAZIONE ALL'ANNO 1084

 

 

 

VI. Si ristabilisce il Ducato. Diodato. Trasporto della sede del governo da Eraclea a Malamocco.

 

 

 

 

Avranno forse i Bizantini veduto di buon occhio che Diodato, il figlio di quell’Orso stesso, ch’essi avevano abbattuto, ottenesse la più alta magistratura delle isole venete? Non è forse molto verosimile che questo Diodato, vista l'avversione bizantina, riparasse per protezione allo stesso Liutprando, re longobardo, che era stato in alleanza col padre suo? La cronaca di quei tempi dà una spiegazione stupenda a queste ricerche.

 

 

L’elevazione del doge Diodato avvenne nell’anno stesso 742, in cui Liutprando si preparava ad impadronirsi completamente dell’Esarcato, che fino allora era rimasto almeno in parte nelle mani del suo protetto Eutichio; e, come sopra fu dichiarato, soltanto le rimostranze di Papa Zaccaria impedirono l’attuazione di questo progetto. L’influenza dei Bizantini doveva quindi essere allora assai scaduta in Italia, mentre la potenza longobarda aveva raggiunto il suo massimo grado.

 

 

Da ciò si comprende come Diodato, fatta lega con Liutprando, osasse ristabilire il Ducato malgrado i Bizantini. Per non perdere tutta la sua influenza nelle lagune venete, l’imperatore greco fece buon viso a questa mossa, e tentò di far suo Diodato. Perciò Dandolo dice che il Duca esaltato alla dignità del padre, portava il titolo di Hypatus imperiale.

 

 

Anche il trasporto della sede ducale da Eraclea, ossia Cittanuova, a Malamocco, ha in sé un occulto significato. I Bizantini devono aver tentato ogni mezzo per vincolare a sé gli abitanti di Eraclea, probabilmente col favorirne gli interessi commerciali; sicchè la città di Eraclea divenne il centro del partito greco. E in effetti, secondo la testimonianza del cronista Giovanni, la lotta tra le due fazioni, la greca cioè e la nazionale, in cui s’era scissa la Venezia marittima, finì soltanto quarant’anni più tardi, quando i Veneti stessi, vale a dire quelli del partito nazionale, ebbero distrutta Eraclea. Perciò Diodato agì con saggia avvedutezza, trapiantando la sua residenza dall’isola devota all’imperatore sopra un suolo più favorevole alle sue mire.

 

 

In secondo luogo la caduta del Doge (alleato ai Longobardi) seguì nell’anno stesso (755) in cui Pipino, duce dei Franchi e padre di Carlo Magno, valicava un’altra volta le Alpi e con una tremenda sconfitta arrecata ai Longobardi costringeva Astolfo, loro re, a sgomberare l’Esarcato ed a consegnarlo alla Santa Sede. Profondo fu allora l’abbattimento della potenza dei Longobardi, ed i contemporanei dubitavano che essa potesse mai più risorgere. Da quel momento in poi era cosa naturalmente impossibile proteggere più oltre il Doge nella sua isola.

 

 

Perciò accadde che Diodato fu cacciato dal potere ed il ribelle Galla, ben s’intende con gli aiuti greci, si impadronì del trono ducale. La concatenazione dei fatti è ben evidente.

 

 

Con tutto ciò a Galla non riuscì tenere la podestà usurpata che per quattordici mesi. Anche questo fatto resta chiarito dalla storia dei Longobardi. Nell’anno 756, in cui Galla dovette fuggire, venne a morte il re Astolfo senza figli, e dopo una breve guerra civile (tra i Longobardi, n.d.c.) fu innalzato al trono in Pavia Desiderio, l’ultimo re del suo popolo.

 

 

Desiderio però, a quanto dice Dandolo, era stato prima duca dell’Istria longobardica. Come duca dei Longobardi, egli avrà, anzi deve avere avuto delle relazioni con le isole venete, vicine e confinanti; e secondo tutte le apparenze, avvenne non senza sua costrizione che Domenico Monegario, il quale apparteneva alla stessa fazione di Orso e di Diodato, rovesciasse dalla sedia ducale l’assassino Galla e s’impossessasse della signoria.

 

 

Un’altra volta dunque il partito greco ebbe a subire una sconfitta nelle lagune venete, ma essa con fu così completa, quale quattordici anni prima,allorchè Diodato vi ristabiliva il Ducato; perché Monegario dovette adattarsi e lasciarsi porre a lato due tribuni.

 

 

E chi mai ve lo costrinse? Evidentemente l’imperatore di Costantinopoli e lo strumento suo, vale a dire, il partito greco.

 

 

I tribuni dovevano impedire il Doge dal venire a piena rottura coi Greci e dal trattare con i Longobardi. Essi riuscirono bensì ad impedirlo, ma Monegario era in cuore nemico mortale dell’imperatore.

 

 

Nell’anno 761, quinto del governo ducale di Monegario, Papa Paolo I scrive a Pipino re dei Franchi: “Noi vi partecipiamo una notizia segreta qui giuntaci, che alcuni fedeli Veneziani riferirono al nostro confratello, l’arcivescovo di Ravenna, Sergio”.

 

 

Dall’ulteriore contenuto dello scritto papale risulta che l’avviso aveva lo scopo di mettere in guardia contro le grandi manovre dei Greci sull’Esarcato, e su Ravenna. Chi vorrà mai credere che il Doge fosse estraneo nel dare questi avvisi?

 

 

Tutti gli indizi fanno supporre che questa intenzione ostile non rimase ignorata dai Greci. Si sa che l’imperatore Costantino V, l’iconoclasta detto anche il copronimo (n.d.c.), avviò negoziazioni col re dei Franchi, Pipino; si sa pure che egli mandò in Gallia una ambasceria, ed anzi ricercò in matrimonio la figlia di Pipino, Gisela, pel figlio suo, Leone IV (detto il Cazaro).

 

 

Ebbene secondo i computi ben fondati del Pagi, queste negoziazioni accadono nell’anno stesso (764) in cui il doge Domenico Monegario fu abbattuto da una fazione interna, il che vuol dire in seguito ai raggiri bizantini. L’imperatore si credeva ormai assicurato da una alleanza franca e lasciò però andare i riguardi fino allora usati nelle isole venete, operò da despota e scacciò dal potere il doge Monegario.

 

 

La cancelleria papale, questa fonte di primaria importanza, che non nega quasi mai il suo ufficio, quand’anche mancasse ogni altro mezzo sussidiario, anche essa getta qualche luce su altri rapporti della Venezia marittima. Come notammo più addietro, Papa Gregorio II aveva fatto un duro rimprovero al patriarca Sereno di Aquileia per odiose usurpazioni di proprietà dell’arcivescovado di Grado. Pure le rimostranze del Papa a nulla giovarono, poiché i Veneti ad onta di ciò vennero ai fatti, e se ne presero soddisfazione a modo loro.

 

 

In data del primo marzo 725, Gregorio II dichiara ai Veneti, aver egli, secondo la loro preghiera, rimesso in funzione il vescovo Pietro di Pola in Istria, il quale era stato punito colla scomunica e colla deposizione perché aveva disertata la sede propria per passare a quella di Grado. Di fatto Pola soggiaceva dai tempi antichi alla giurisdizione metropolitana di Aquileia. Ma Pietro vescovo era passato improvvisamente dal patriarcato di Aquileia a quello di Grado. E chi non comprende che un Vescovo non può cambiare di superiori a suo capriccio? Questo è possibile solamente quando i suoi sovrani politici gli permettono o forse lo provocano allo scambio.

 

 

Quello che Pietro fece deve essere considerato come un diritto di compensazione, che l’imperatore greco esercitava sui Longobardi. Per rifarsi dell’intacco sulle proprietà della chiesa a lui soggetta, il Bizantino, vero signore dell’Istria, aveva sottratto il vescovado di Pola alla giurisdizione metropolitana della longobarda Aquileia e l’aveva annesso a quella di Grado. Ma il Papa ratificò più tardi l’avvenuto; chè altrimenti Gregorio non avrebbe certamente riammesso il destituito Pietro. Però in tale proposito ci danno una esatta spiegazione alquante Bolle, emanate da papa Gregorio III, successore del secondo.

 

 

Con una di esse, data nell’autunno 731, quel Papa elargiva il pallio ad Antonino, ultimamente eletto Patriarca di Grado; con una seconda Bolla poi invitava il medesimo a prendere parte coi suoi suffraganei, ad un concilio, che doveva tenersi in Roma nei primi giorni di novembre dello stesso anno. I Veneti comparvero e sottoscrissero alle deliberazioni prese contro l’imperatore iconoclasta di Bisanzio. Il Papa se ne mostrò riconoscente. In virtù della plenipotenza apostolica egli statuì che d’allora in poi Antonino e i suoi successori dovessero essere i Metropoliti di tutto il Veneto e dell’Istria, e che all’incontro l’arcivescovado di Aquileia si dovesse accontentare del Friuli.

 

 

Il Sinodo di Roma ora accennato e le sue decisioni accadono ai tempi, in cui Orso reggeva quale Doge le lagune venete. Ora queste decisioni somministrano appunto una prova evidente, che lo stesso Doge si trovava in procinto di giungere a completa rottura con Costantinopoli. Poiché, se il caso non fosse stato tale, i vescovi della Venezia marittima non avrebbero mai cooperato a misure decisive, che in Costantinopoli sarebbero state accolte come una dichiarazione di guerra.

 

 

Del resto si comprende che la supremazia ecclesiastica di Grado sopra l’Istria conteneva il germe di una sovranità futura di Venezia sulla medesima. I Patriarchi di Grado, per mantenere alta e rispettata la loro reputazione nella penisola contro ogni possibile arroganza ed opposizione dei recalcitranti, furono poi costretti a prestarsi in favore dei disegni di espansione dei loro sovrani politici, i Dogi di Venezia.

 

 

Eloquentissima è poi una quarta Bolla, che lo stesso Papa inviava sul finire della sua vita al medesimo Arcivescovo, ossia Patriarca, circa l’anno 740. Di fatto essa attesta come allora nelle lagune venete spirasse un vento diverso del tutto da quello di nove anni prima. Purtroppo la Bolla non porta data, ma dal contenuto risulta con sufficiente certezza che essa in ogni caso è stata emanata dopo la caduta di doge Orso.

 

 

Precisamente Gregorio II vi esprime il suo profondo rammarico, perché il patriarca Antonino e i suoi suffraganei, sebbene ripetutamente invitati ai concili di Roma (che avevano di mira la guerra contro le immagini e l’imperatore greco), erano stati di continuo impediti dal ritrovarvisi per ogni sorta di difficoltà. Tutto ciò si intende assai bene. In quei giorni comandavano nella Venezia marittima i magistri militum, imposti dalla corte bizantina, e questi non permettevano ai loro sudditi, i Vescovi del paese, di consigliarsi col Papa contro il serenissimo loro signore ed imperatore.

 

 

L’imperatore però, quasi a compenso dell’aver egli trattenuto i patriarchi di Grado dall’adempiere i loro doveri di cattolici, estese i loro poteri in Istria. Durante i quattordici mesi, nei quali dominava nelle isole venete l’assassino Galla, fu eretta nella penisola una nuova sede a Giustinopoli (Capodistria). Dandolo non manca di osservare che Giovanni, il primo Vescovo di questa città, dovette promettere regolare obbedienza a Vitaliano, allora Patriarca di Grado.

 

 

La fondazione di questo vescovado prenderebbe dunque l’aspetto di un adescamento, che dovesse decidere il Patriarca a mettersi di comune accordo, e a collegarsi col Doge, così odiato dal popolo.

 

 

Le conclusioni che io più sopra dedussi dai fatti attestati da Dandolo, restano, come ben si vede, confermate dai documenti ecclesiastici.